Dalla parte della pace # 5 - maggio 2002

Mille segnali di speranza

Nei mesi scorsi ho avuto l'opportunità di venire in Italia e di vivere in prima persona questo periodo non facile. Sono rimasto scosso dall'intensità della violenza verbale nella vita politica italiana. Mi ha scioccato soprattutto l'editoriale, firmato da un noto opinionista, che è apparso sul Giornale subito dopo l'assassinio per mano di terroristi del prof. Biagi a Bologna. Senza usare mezzi termini, questa persona accusava gli avversari politici dell'attuale governo di fare il gioco dei terroristi e anzi di esserne più o meno consapevolmente complici. La carica di odio e di disprezzo di quelle parole mi ha profondamente colpito.

Il nostro paese vive una stagione difficile. Tuttavia (o forse proprio per questo!) nella società ci sono mille segnali di speranza per una trasformazione che renda il nostro modo di vivere un po' meno violento. In poche settimane gruppi di comuni cittadini hanno inventato una tecnica della nonviolenza semplice e suggestiva: il girotondo intorno a luoghi simbolo della democrazia e della società italiana, per dimostrare visibilmente che noi, di quei luoghi, vogliamo prenderci cura. Ho avuto modo di partecipare all'assemblea del "Laboratorio per la democrazia", promosso dai docenti universitari fiorentini: è stata una bella sorpresa vedere che l'assemblea, per quanto organizzata in maniera classica (con il podio, gli oratori, gli interventi dal pubblico), era attenta, aperta e per nulla violenta. Da qui ad assemblee veramente "di tutti", con comunicazione orizzontale, elaborazione collettiva delle idee, metodo del consenso, il passo sarà davvero breve.
Oggi i movimenti spontantei dei mesi scorsi stanno cercando di darsi delle strutture più solide e delle modalità di azione durature. Mi auguro che tanti cittadini e cittadine indignati/e scoprano la nonviolenza, e che tanti amici e amiche della nonviolenza si mettano a dialogare con i nuovi movimenti.

Poi, naturalmente, c'è la splendida novità della rete di Lilliput... Ho avuto modo di incontrare tre gruppi di lavoro sulla nonviolenza (dei nodi di Firenze, Prato e Roma), e mi hanno colpito la serietà della ricerca e la ricchezza di esperienze individuali che confluisce in questi gruppi. A Firenze abbiamo trascorso una giornata di riflessione comune. È venuto fuori che di "come fare nonviolenza" c'erano almeno dieci idee diverse una ricchezza tumultuosa di progetti e di voglia di agire! Azioni dirette nonviolente nello spirito della DPN; atti simbolici o dimostrativi, come il teatro di strada; la conduzione di campagne di pressione e sensibilizzazione; il mettere in moto un meccanismo "a cascata" di diffusione della nonviolenza nella società; la coltivazione della cittadinanza attiva per i problemi sociali e politici più pressanti; lo sviluppo di stili di vita alternativi e nonviolenti; la promozione della mediazione in conflitti di diversa natura; il lavoro di formazione alla nonviolenza; l'approfondimento teorico; lo sviluppo dell'assertività individuale. 

La ricerca continua. Qualche tempo fa ho ricevuto un messaggio da Yukari, una amica "lillipuziana" di Pistoia. Lei propone di "adottare un nemico": "Ciò che intendo è cercare tra nostri amici/conoscenti una persona con cui non si condivide per nulla le posizioni politiche ma si ha un rapporto di fiducia umana consolidato, quindi c'è una possibilità di dialogo. Facendo leva sull'amicizia (per così dire), non si potrebbe aprire un confronto maieutico?" 

Mi sembra che "adottare" sia una pratica nonviolenta dall'impatto fortissimo. Adottare significa prendersi cura, gratuitamente, di qualcosa o di qualcuno; fare questo per l'altro/a e tendenzialmente per tutti, non per sé; infine, significa agire con calma nel tempo, costruire passo dopo passo una relazione. Saper stare nel conflitto in maniera nonviolenta significa puntare sulla relazione, su tutto ciò che unisce, anche con l'avversario. 
Forse potrebbe essere utile trasformre quest'idea in un'azione collettiva: lanciare ad esempio una campagna per "adottare" un giornale, o un telegiornale. Cioè seguire pazientemente una testata cartacea o radiotelevisiva, pubblica o privata, e intervenire puntualmente, in maniera documentata, sulle eventuali distorsioni e mancanze che si dovessero riscontrare, invitando anzitutto i responsabili ad adottare provvedimenti, e segnalando poi le mancanze (e le cose fatte bene), ai diretti interessati, ai competenti organi di controllo e all'opinione pubblica. Anche sui temi della TV e dell'informazione un'"aggiunta nonviolenta" potrebbe trasformare in maniera decisiva il conflitto.


Giovanni Scotto