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Interventi internazionali --> Sri Lanka --> Un Miliardo e Mezzo di euro per l’emergenza Maremoto

 

 

Un Miliardo e Mezzo di euro per l’emergenza Maremoto, C’è chi controlla sul loro impiego…anche dal terreno.

La risposta istituzionale dell’Europa al disastroso Maremoto che ha colpito il Sud-Est Asiatico il 26 dicembre scorso è stata imponente, almeno in termini di fondi destinati ad affrontare l’emergenza e la ricostruzione.

La Commissione europea ha stanziato 450 milioni di euro per l’aiuto umanitario e la ricostruzione (a cui sono da aggiungere i 23 già destinati immediatamente dopo il disastro per rispondere all’emergenza), se a questi aggiungiamo i fondi promessi dai paesi membri raggiungiamo un totale di un miliardo e mezzo di euro [1].

Questi i dati ufficiali del solo aiuto pubblico europeo, a cui ci sono da aggiungere le donazioni dirette dei privati cittadini alle organizzazioni nongovernative ed agenzie delle Nazioni Unite…

La mole di fondi implica, o dovrebbe farlo, un’adeguata attenzione sul loro utilizzo, e sono soprattutto le Organizzazioni di società civile a dover vigilare.

Non si tratta solo di fare attenzione a che i governi mantengano gli impegni e non si limitino a stornare fondi da altre linee di bilancio destinate comunque ai paesi meno sviluppati. Si tratta anche di vigilare a che il denaro giunto nei paesi colpiti dal disastro non finisca nelle mani sbagliate o venga utilizzato per scopi diversi da quelli dell’aiuto e della ricostruzione.

Così, il Parlamento europeo ha fatto per ora la sua parte, con l’adozione di una risoluzione del 13 gennaio scorso, in cui chiede apertamente che i fondi destinati alle regioni colpite dallo Tsunami non vengano offerti a discapito dell’assistenza necessaria ad altri paesi o regioni del mondo, ed in particolare che i fondi per la risposta al disastro del Maremoto non vengano "dirottati" da quelli destinati allo sviluppo di lungo termine.

I principali coordinamenti delle ONG dell’umanitario e della cooperazione (CONCORD e VOICE) hanno preso una posizione comune nel ribadire: La necessità che gli impegni presi dai Governi - sull’onda dell’emotività dell’opinione pubblica - siano di medio-lungo termine, con l’obiettivo di collegare aiuto, ricostruzione e sviluppo ponendo l’attenzione, fra l’altro, dello sradicamento della povertà e della preparazione ad affrontare future emergenze. L’utilizzo prioritario delle risorse locali e delle organizzazioni partner locali. Che un’attenzione particolare sia posta ai gruppi più vulnerabili (come i bambini e le donne). Che non venga distolta l’attenzione – e le risorse – da altre aree del mondo affette dai conflitti e crisi come il Darfur o la Repubblica Democratica del Congo. In fine che si distingua chiaramente fra gli sforzi di gestione politica delle crisi e le capacità civili e apolitiche di intervento umanitario.[2]

Nonviolent Peaceforce, da parte sua, ha riadattato la propria strategia pur mantenendo fede al proprio specifico mandato di costruzione della pace, per rispondere alle nuova emergenza in Sri-Lanka.

Come spesso accade, infatti, alcune organizzazioni internazionali e ong, fra cui gli stessi team di NP hanno potuto rilevare alcune situazioni che rischiano di aggravare il conflitto, fra le quali : distorsioni nelle distribuzioni degli aiuti e dei soccorsi dovuti a ingerenze politiche, corruzione, furti ma anche alla mancanza di informazioni affidabili circa i reali bisogni delle comunità colpite; l’introduzione della legge di emergenza che pone gravi limitazioni alle libertà e diritti delle persone; un alto numero di sfollati che, rifugiatisi al di fuori dei centri e campi allestiti nelle principali località, rischia di venire escluso dai soccorsi e dalla ricostruzione ed ha maggiori probabilità di essere oggetto di abusi; in fine la stessa influenza di ONG e personale straniero con una scarsa conoscenza delle sensibilità religiose ed etniche locali e che non parla Tamil o Sinhala e che rischia di porre in essere comportamenti ingenuamente provocatori.

E’ bene precisare che questi limiti sono spesso presenti in situazioni in cui conflitti ed emergenze umanitarie su vasta scala si sovrappongono, ma si tratta comunque di limiti e non della regola degli interventi umanitari e di ricostruzione [3].

I team di Nonviolent Peaceforce, tuttavia, si sono occupati da subito di favorire l’azione umanitaria ed ora anche la ricostruzione. Le squadre di NP forniscono protezione nonviolenta alle comunità e gruppi più colpiti come anche agli operatori umanitari locali al fine di permettere loro di lavorare in libertà ed evitare così minacce armate, interferenze politiche o violenze fisiche. Monitorare diverse aree coinvolte nell’emergenza e fornire rapporti periodici alle parti coinvolte: identificando le attività di soccorso e ricostruzione che possono promuovere l’inclusione e la partecipazione delle comunità, ma anche individuare i casi in cui gli interventi non imparziali possono aggravare il conflitto; fornendo indicazioni utili alle organizzazioni internazionali che non hanno conoscenza delle aree in cui NP è presente; identificando i miglioramenti o i deterioramenti dei processi di pace a livello locale.

Il fatto di avere accumulato una notevole conoscenza del territorio, delle dinamiche del conflitto e la fiducia delle parti ha reso quindi il lavoro di NP ancora più importante ed urgente.


[1] Vedasi la pagina web della Commissione dedicata all’Emergenza Tsunami: http://europa.eu.int/comm/world/tsunami/index.htm 

[2] in European Voice del 13-19 gennaio 2005, pag 7.

[3] Si tratta di informazioni raccolte nella prima metà di febbraio sia dalle missioni sul terreno che dall’osservazione diretta nelle aree colpite e dalle discussioni avute con i rappresentanti di agenzie ed organizzazioni internazionali e nazionali che si occupano di sviluppo e soccorso (come ICRC, UNHCR e UNICEF, ZOA, Sarvodaya SEEDS) oltre che da informazioni degli stessi media nazionali.




 
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