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Interventi internazionali --> Kosovo --> Al cospetto del Kosovo

 

Una verde, meravigliosa, terra di conflitto
Al cospetto del Kosovo


Gianmarco Pisa

L’universo semantico del conflitto

Mille immagini sature di significati hanno accompagnato la mia attività, a Mitrovica, nel nord del Kosovo, "buco nero" d’Europa che si è sviluppata dal 21 giugno fino al 21 luglio, nell’ambito di un’esperienza di cooperazione internazionale, insieme con un gruppo di "Mediatori di Pace", all’interno dell’ "Associazione per la Pace", impegnata da anni nell’ambito della cooperazione decentrata e della trasformazione costruttiva dei conflitti.

Il conflitto – e il conflitto nel Kosovo ne è evidente testimonianza – è il conflitto delle persone: non delle persone singole che, mosse da epiche vendette od eroici furori, prendono le armi e corrono ad insanguinare la terra dei propri avi e dei propri averi; è, viceversa, il conflitto delle persone in quanto movimento di gruppi umani, di forze sociali spinte da ragioni ed interessi, economici o politici, infuocate da strumentalizzazioni nazionalistiche o fondamentalismi religiosi.

Il Kosovo, precipizio dell’instabilità globale
Il Kosovo rappresenta una frontiera di questo universo semantico, uno dei punti caldi della "guerra globale permanente", universo delle nuove guerre etno-politiche, che pone all’immaginazione e alla ragione il compito, complesso proprio perché inedito, di misurarsi con le novità dell’ordine internazionale e con ipotesi di soluzione inesplorate ed originali.

Un conflitto – quello kosovaro – frutto del criterio di destabilizzazione del "Nuovo Ordine Mondiale" scaturito dalla volontà egemonica degli attori dominanti sulla scena internazionale, i quali, al di fuori di norme consolidate, hanno mosso guerra alla Jugoslavia e precipitato nella violenza questa regione.

Motivazioni e finalità della mission
Anche il Kosovo, dunque, teatro di guerra, ma di una guerra particolare, una guerra a cui non eravamo più abituati, una guerra ai nostri confini, nel cuore dell’Europa, in una terra verde, ridente, abitata da un popolo, per tante ragioni e affinità, a noi così vicino; una guerra, per giunta, mossa da un Paese "alleato" con il concorso attivo del nostro Paese, un braccio di mare di distanza e secoli di legami alle spalle..

Qui si rintraccia uno dei primi moventi della mia decisione di prendere parte a questa missione di solidarietà internazionale, la quale, proprio per le sue finalità, non manca di connotarsi anche di contenuti internazionalisti, orientati a fornire un contributo a quelli che – con un linguaggio un po’ tecnico, ma non per questo meno stimolante – chiamiamo i "potenziali di pace" locali, i nostri partner, attori della trasformazione strutturale del conflitto e della ricomposizione sociale della regione.

Terra di devastazione e di odio
Attraversata questa terra, tutta verde, come le sue valli e la speranza di chi la vive, il primo impatto con Mitrovica è proprio con loro, i partner delle associazioni locali con i quali condivideremo un po’ tutto: impegno, emozioni e, a volte, anche tempi e spazi di vita.

Sono persone straordinarie, in cui trovi l’emozione dovuta alla consapevolezza del prendere parte da protagonisti ad un processo di trasformazione e il dolore, profondo, sordo, incancellabile, di vissuti travolgenti e disperanti, tutti fatti di guerra vissuta, di simboli violati, di case distrutte, di villaggi dati alle fiamme, di paramilitari serbi che puntano la pistola alla tempia di tuo padre e rubano tutti i tuoi averi, i segni della tua identità – i segni della guerra di ieri – e di terroristi albanesi indipendentisti che mettono a ferro e fuoco le enclaves minoritarie ed issano sui pinnacoli più alti dei minareti e delle moschee simboli vecchi di un fanatismo nuovo – il fanatismo della guerra di oggi.

La caleidoscopica sovversione degli scenari
Devi andarci con i piedi di piombo: le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi; la motivazione del conflitto di ieri (la tutela, anche strumentalmente agita, della sovranità nazionale serba) è sul fronte opposto di chi oggi, con discorsi incendiari, predicando l’indipendenza del Kosovo e vagheggiando sogni di Grande Albania, appicca sempre nuovi focolari di tensione.

17 marzo: tragico punto di svolta
Come quelle del 17 marzo dell’anno passato, data simbolicamente collocata all’inizio della nostra avventura, quella che condiziona il contesto kosovaro odierno, retro-agisce la verifica degli standard di democrazia, primato della legge e rispetto dei diritti dell’uomo e detta modalità e limiti della nostra azione di mediazione nonviolenta; un 17 marzo a metà strada tra un pogrom generalizzato e una caccia alle streghe anti-serba, che, propagatasi come un cancro dal ponte sull’Ibar che taglia – fisicamente e simbolicamente - la città di Mitrovica, si è poi rapidamente esteso a tutto il Kosovo, alle sue enclavi, ai suoi villaggi e alle sue città.

Un macabro avvertimento
Non casualmente anche a Mitrovica ritrovi le tre grandi identità religiose di questa terra: della moschea a Sud, del monastero ortodosso a Zvecan e della chiesa cattolica, segno di un’identità multi-etnica e cosmopolitica oggi smarrita e ancora tutta da ricostruire: come il prezioso monastero ortodosso, appunto, già devastato dal terrore delle orde nazionalistiche albanesi. Le stesse che rivedi più o meno riciclate nella Kps o nella Tmk, le strutture di sicurezza dell’autogoverno regionale.

Proprio nei giorni della nostra permanenza, quelle orde sono tornate a rivendicare la piena sovranità, il passaggio delle consegne, la modifica della risoluzione Onu 1244, quella che all’indomani del conflitto consentì la presenza internazionale e sancì la formale appartenenza kosovara alla sovranità serba: con tre bombe esplose a Pristina, presso le sedi dell’Onu e dell’Osce.

Fiume nel verde e nell’amaro
Decido di tornare al ponte sull’Ibar, a Mitrovica, prima del nostro rientro, alla fine del mese della nostra attività, forse in cerca di qualche ispirazione che mi consenta di trovare ancora un bandolo in quel groviglio di verde e di amaro che è questa terra. Ormai ho perso il conto di tutti quegli amici e cooperanti che hanno dovuto ammettere quali e quante difficoltà sono montate all’indomani dei fatti del 17 marzo e quali e quante speranze, con quell’episodio, sono andate perdute, proprio in un momento, la primavera 2004, in cui sembrava che finalmente il Kosovo potesse avviarsi verso il futuro.

Speranza di riscatto e di futuro
Oggi in città non ci si ammazza e non si spara più, noi lavoriamo con i bambini, con un progetto di educazione alla pace e alla comunanza di valori indisgiungibili, che ruota attorno all’universo, simbolico e fantastico, delle fiabe: abbiamo un progetto di pubblicazione, incontriamo persone, ci rendiamo conto.

Oggi ancora leggiamo gli ultimi report dei think tanks internazionali che ripropongono l’idea della sovranità regionale europea del Kosovo, nell’ambito della futura integrazione di tutta la regione balcanica, salvaguardando comunque l’integrità territoriale della Federazione di Serbia e Montenegro, quello che resta della Jugoslavia che fu. Ma dal minareto il muezzin richiama i fedeli alla preghiera e dall’altra parte del ponte alto garrisce il tricolore serbo.

Sembra quasi ci saluti – o forse ci irrida.

Gianmarco Pisa

"Centro di Documentazione Patrizia Gatto", Napoli

mail. gianmarco.pisa@libero.it 

gianmarco.pisa@virgilio.it


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