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Kosovo

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MAGGIO 2004
Articolo Natascia Berlincioni - (Mitrovica,
08.05 – 11.05.2004)
All’inizio di maggio, Monica D’Angelo,
responsabile nazionale del progetto "Dialoghi di pace"
per l’Associazione per la pace in Kossovo, a Mitrovica, mi ha
chiesto di accompagnarla per aiutare a "riorganizzare"
il lavoro dopo gli scontri di marzo ed a tenere degli incontri di
formazione con gli operatori locali del progetto.
Tornare nei Balcani è stata per me una grande
opportunità, dopo più di tre anni dal mio rientro in Italia
dalla Bosnia Erzegovina. In più si trattava di andare a Mitrovica,
o Kosovska Mitrovica, la città simbolo del conflitto kossovaro,
la città divisa in due come Mostar o come il meno conosciuto
Gornji Vakuf/Uskoplje in BiH dove avevo avuto modo di lavorare.
Ero curiosa di vedere il Kossovo e anche preoccupata per come
avrei trovato la piccola provincia dopo gli scontri avvenuti tra
la maggioranza albanese e la minoranza serba poco più di due mesi
fa.
Quella che ho trovato in Kossovo è una
situazione assai più dura di quello che potevo immaginare,
soprattutto perché, pensavo, la BiH sarà servita da lezione!
In Kossovo ho trovato un luogo dove nessuno si
sente al sicuro e dove alla fine nessuno, ma proprio nessuno, sta
bene, fatta eccezioni per i piccoli signori della guerra che
traggono profitti personali dal conflitto e a questo scopo cercano
di alimentarlo.
Il Kossovo, a partire dalla fine del 1999, è a
tutti gli effetti un protettorato ONU (UNMIK) e fortemente
militarizzato con una forza multinazionale a guida NATO. Come
prevedono gli stessi Accordi di Rambouillet del 1999, tale forza
di peacekeeping internazionale ha lo scopo di intervenire
nel mantenimento della pace e nel rispetto della realizzazione
degli accordi stessi.
Allora, mi domando io, come è stato possibile
che con una tale forza nel paese, gli scontri del 17,18,19 e 20
marzo possano essere accaduti? E soprattutto come è possibile che
nel 2004, a quattro anni dalla cessazione delle ostilità, dalla
cosiddetta pace negativa, si sia ancora al punto che l’odio e la
violenza abbiano la meglio? Infatti, dato poco noto alla nostra
stampa, in Kossovo gli effetti a lunga durata delle violenze di
marzo sono stati 1.329 sfollati, a maggioranza serba, che nel giro
di poche ore si sono ritrovati a lasciare le case in fiamme e a
cercare rifugio in scuole, ex-orfanotrofi e abitazioni private.
Uno dei gruppi di donne locali che abbiamo incontrato nella parte
nord di Mitrovica (la parte delle città a maggioranza serba) ci
ha proposto di visitare i centri collettivi che ospitano i
profughi serbi di marzo e, dopo aver valutato se fosse o no il
caso di andare, vista la delicata situazione e volendo evitare di
fare gli "internazionali curiosi", abbiamo accettato. I
profughi serbo-kossovari di Mitrovica (circa 160) sono alloggiati
in due scuole, in condizioni pessime, dal momento che non esistono
servizi igienico-sanitari e sono costretti a vivere uomini e donne
in due stanzoni (uno è un’aula e l’altro una palestra).
Abbiamo parlato con loro e abbiamo ascoltato parole di rabbia,
odio, amarezza e sconforto. E come negare loro il diritto di
essere arrabbiati quando nel paese c’è una forza pacificatrice
con il compito di difenderli che non si è dimostrata all’altezza
di farlo? Potremmo a lungo discutere sul senso e significato della
presenza internazionale nei Balcani, ma …
I nuovi sfollati di marzo si aggiungono a
quelli del '98 -'99 ancora in attesa di sapere quale sarà il loro
futuro. A Mitrovica sud, la parte della città a maggioranza
albanese, ci sono 5 centri collettivi dove sono ospitati gli
sfollati del periodo 1998-1999, che sebbene vivano in condizioni
migliori rispetto agli sfollati di marzo, da più di un anno non
ricevono alcuna assistenza da parte dell’UNHCR e da altri
organismi. Grazie ad un’associazione locale di donne albanesi
siamo andati a vedere uno dei centri collettivi, una vecchia
scuola, e abbiamo parlato con alcuni di loro. Anche in loro
abbiamo visto molto scoraggiamento e quando gli abbiamo chiesto
che cosa pensano succederà di loro nel futuro, ci hanno risposto
che non lo sanno. Sembra si siano arresi a vivere in 10 in una
stanza, con bagni in comune e cucine improvvisate nelle proprie
stanze!
Invisibili, scomodi, di cui non si parla, i
profughi sono lì, pronti per essere usati, quando c’è bisogno
di sostegno per alimentare odio e rabbia. La situazione dei
profughi con gli avvenimenti di marzo si é aggravata e sta
generando ulteriore rabbia e divisione, serbatoio ideale per i
gruppi estremisti da cui attingere per riaccendere lo scontro e
mantenere alta la tensione.
Il lavoro con gli operatori locali e gli
incontri che abbiamo avuto con alcuni gruppi di donne locali
(serbe e albanesi) ci hanno confermato la situazione di totale
sfiducia nei confronti della comunità internazionale e la perdita
della fiducia in un ritorno al dialogo interetnico dopo marzo.
Le violenze di marzo hanno riportato la paura
nelle persone. Un operatore locale, quando gli abbiamo chiesto
come si sentiva dopo quello che era successo a marzo, ci ha
raccontato la sua storia negli anni del terrore da parte del
regime di Milosevic e ci ha detto che solo raccontandoci ciò che
aveva provato allora, poteva rendere l’idea di come si sentisse
oggi.
Ho sentito dire cose sentite tante volte in BiH:
"noi Balcanici, vedete, ci meritiamo tutto questo! Siamo
stupidi, bestie e non siamo capaci di vivere insieme!",
oppure "Ma sì, che dividano il Kossovo, tanto…". Bè,
se da un lato posso capire da dove vengano tali affermazioni, non
posso legittimare una divisione del paese perché i Balcanici sono
Balcanici e con loro non si possa fare niente. Anche perché da
fare ce n’è e tanto. Il fatto che la storia dei Balcani sia
piena di sangue e violenza, non significa che ciò non possa
cambiare. Non esiste un patrimonio genetico, definibile "balcanico",
davanti al quale alzare le mani e arrendersi. Nessuna pace può
essere imposta con le armi, nessuna riconciliazione con le parole
di Kofi Annan o di un altro esponente della comunità
internazionale e su questo non si discute. Quanti sono i paesi al
mondo che sono tornati a vivere in pace (una pace vera e non pura
e semplice cessazione delle ostilità) solo con una firma su dei
pezzi di carta? Il lavoro di costruzione della pace è un lavoro
lungo, la pace è un processo in cui i mezzi non sono indipendenti
dai fini. Non ci possono essere scadenze progettuali o bisogni
imposti dall’alto.
Parlando con gli operatori locali e con alcuni
esponenti di associazioni locali, è emerso che parlare oggi in
Kossovo di multietnicità non è possibile. Dopo marzo i kossovari
stessi non vogliono sentire parlare di multietnicità. Parlare di
multietnicità quando non si sentono sicuri a girare per strada,
quando devono essere scortati per spostarsi e non hanno la
possibilità di incontrarsi senza paura di rappresaglie da parte
della propria comunità o dell’"altro"? E in un giorno
come tanti si trovano la casa bruciata e solo le pantofole ai
piedi, con la "scorta" che sta a guardare.
Oggi si può invece parlare di lavoro
intraetnico, di lavoro di pace nella propria comunità, di
sostenere quei gruppi e quelle iniziative locali che lavorano in
direzione della pace, della giustizia sociale e della convivenza a
partire proprio dalla comunità di appartenenza. Occorre rimanere
in Kossovo, come ha deciso l’Associazione per la pace, cambiando
il modo di stare in Kossovo, rivedere gli interventi partendo dai
bisogni. E proprio da questi nasce l’incontro di formazione
previsto per i primi di luglio in Montenegro proposto dall’Associazione
per la Pace in collaborazione con il Trentino per il Kossovo e che
vedrà impegnati come facilitatori me e Giovanni Scotto. Questo
incontro vuole essere un’occasione per alcuni attivisti della
società civile kossovara di incontrarsi in "terreno
neutro" e di capire insieme se sia o no possibile tornare al
dialogo e stabilire le priorità dopo marzo, in una situazione
diversa che può anche offrire nuove opportunità per il futuro.
Il Kossovo può tornare ad essere il paese di
tutti i kossovari e non della sola maggioranza di turno. Occorre
ascoltare i bisogni, e non partire da quello che noi vorremmo
fosse il Kossovo. E se i bisogni del Kossovo al momento non sono
la multietnicità ed il dialogo interetnico, allora è inutile
imporre questo bisogno. La multietnicità verrà da sé, sarà un
bisogno quando ci saranno i presupposti perché lo sia, quando
tutti gli abitanti del Kossovo (serbi, albanesi, rom, turchi, bosnijak,
ecc.) si sentiranno sicuri a casa loro. Il Kossovo è un luogo
dove ancora troppe cose vanno risolte prima di poter parlare di
multietnicità e se la comunità internazionale ha dei tempi di
scadenza propri dubito seriamente che il loro piano di un Kossovo
"standards before status"possa realizzarsi.
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Articolo Monica D'angelo (20/05/2004
12:43)
Ciao,
vi scrivo solo ora nonostante sia tornata venerdì dal Kosovo,
ma avevo bisogno di riordinare un pò le idee.
Questa é stata una delle missioni più dure ma intense che ho
fatto negli ultimi due anni, immaginavo prima di partire quello
che avrei trovato ma come al solito in Kosovo la realtà
purtroppo é sempre più dura e spietata dell’immaginazione.
Cercherò di essere quanto più sintetica possibile, quindi
sensazioni e stati d'animo ve li "risparmio" per il
momento, ma é importante adesso almeno tra di noi fare un'analisi
politica seria, sia sulla situazione reale che sul nostro essere
lì.
Gli scontri di marzo oltre ad aver risvegliato
per quelche giorno le coscienze (per poi riaddormentarle subito,
appena finito di contare morti e feriti), hanno lasciato sul
"terreno" circa 1.329 profughi (solo di marzo) che si
aggiungono a quelli del '98 -'99 ancora in attesa
di sapere quale sarà il loro futuro.
Cosa che accomuna i nuovi profughi dai vecchi é quella di essere
invisibili e scomodi, come ce lo dimostrano la poca attenzione e
interessamento da parte delle loro stesse comunità e delle
Organizzazioni e Agenzie internazionali, la stessa UNHCR oltre a
non seguire da più di un anno i vecchi profughi, pare che i nuovi
non li abbia nemmeno visitati (anche se su questo ne stiamo ancora
valutando la veridicità!).
Vero é che noi i profughi a Mitrovica li abbiamo incontrati,
quelli del sud "parcheggiati" dal '99 in 5 centri
collettivi dove non si coglie più nessuna attesa,
e i nuovi (quelli del dopo marzo) che tra la rabbia e il dolore
per aver perso tutto, si chiedono perchè? e come sia stato
possibile dopo 5 anni di presenza internazionale pacificatrice.
Naturalmente vi starete chiedendo perchè vi
parlo di profughi e non di progetto, bambini e multietnicità....perchè
c’é una realtà scomoda in Kosovo che si chiama: Profughi, per
i quali non ci sono solo i problemi di sicurezza, di appartenenza
all’etnia "giusta", di mancanza di libertà di
movimento ma di vera e propria sopravvivenza e tutela per il
loro status.
Parlando con queste persone mi é venuta in
mente la lucida e spietata politica del governo israeliano quando
abbatte le case dei palestinesi portandoli alla disperazione, beh,
la disperazione l’ho letta anche nei volti di serbi e albanesi
(qui cari miei l’etnia si annulla!) che in pochi minuti hanno
perso tutto e sono dovuti scappare con le pantofole ai piedi.
La situazione dei profughi con marzo si é
aggravata e sta generando ulteriore rabbia e divisione,
alimentata e strumentalizzata dai gruppi estremisti per
riaccendere lo scontro e mantenere alta la tensione. In quest’ultimo
viaggio abbiamo deciso di sostenere dei gruppi di donne sia serbe
che albanesi, da sole stanno cercando di coprire almeno i bisogni
primari di alcuni gruppi di profughi presenti a Mitrovica,
stiamo lavorando per lanciare una campagna di informazione e
sotegno economico per le famiglie più disagiate che ci
permetterà di poter incontrare le donne presenti nei campi e
coinvolgerle in attività sia di sostegno psicologico che di
formazione professionale.
Dopo marzo molte cose sono cambiate, abbiamo
dovuto rivedere bisogni e priorità d’intervento che partissero
dal territorio e non da quello che noi vorremo sia.
È per questo che stiamo promuovendo un tipo di intervento che sia
prima intraetnico e che attraverso un percorso insieme e con tempi
maturi e non imposti da scadenza progettuali sfoci in incontri e
ripresa delle attività anche a livello multietnico.Il lavoro é lungo e la necessità di rimanere
in loco é ancora molto forte, purtroppo come sapete i
finanziamenti del Comune e della Provincia di Venezia finiranno a
giugno, quindi dovremo unire le forze e cercare altre soluzioni
alternative di finanziamento per continuare a lavorare in un’area
che sta continuando a pagare per le follie e contraddizioni di un
conflitto mai risolto.
Monica
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Back to Kosovo (B2K) After
March 17th
Kossovo dunque. Come lo ritrovo questo posto
dopo quello che è successo a marzo? La situazione più grave e
immediata è quella rappresentata dagli IDPs (qui bisogna imparare
gli acronimi altrimenti sei out, ma se provi a chiedere a qualcuno
il significato a volte ti sorprendi a scoprire l’ignoranza dei
più) che poi sarebbero i rifugiati interni (Internally Displaced
People) che in seguito alle violenze di marzo hanno dovuto
forzatamente abbandonare le loro abitazioni, vuoi distrutte, vuoi
poco sicure. La situazione di Mitrovica è grave, abbiamo visitato
due centri di IDPs a nord e uno a sud. Abbiamo visto persone,
anziani, donne, bambini, che hanno perso tutto e che vivono in
condizioni a dir poco pessime: un solo pasto caldo al giorno,
nessuna possibilità di utilizzare i servizi igienici e solo di
tanto in tanto possono usufruire dei bagni e delle docce presso la
vicina casa dello studente; non dispongono di cambi di biancheria
varia e scarpe avendo con se ancora solo o quasi ciò che
indossavano al momento dell’evacuazione. A questi si aggiungono
le persone che ancora, sia a nord che a sud, vivono in condizione
di rifugiato interno dai tempi della guerra e la cui condizione
non è mai stata risolta. Un misto di rabbia e rassegnazione segna
le loro facce, la nostra visita accende una speranza, vuol dire
che qualcuno si preoccupa per loro, ma genera un’aspettativa,
saranno i soliti internazionali in visita turistico-alternativa
sulle disgrazie della gente o ci aiuteranno veramente? Si legge
questa domanda, è inevitabile che sia così. Sono più di 3000 i
rifugiati interni in tutto il Kossovo dopo i fatti di marzo e dopo
una riunione avuta con l’UNHCR (United Nations High Commissioner
for Refugees) abbiamo capito che le idee non sono molto chiare dal
punto di vista politico sul come agire e su come portare avanti i
precedenti progetti di rientro e riallocazione dei rifugiati. Ci
hanno detto di avere un piano A, ricostruire le case distrutte
entro l’inizio del prossimo inverno e procedere con i rientri
degli sfollati, ma se questo non succedesse hanno candidamente
ammesso di non avere un piano B! Ma soprattutto noi ci chiediamo
se abbiano considerato l’ipotesi che queste persone non ne
vogliano proprio sapere di rientrare in un posto che un domani
potrebbe nuovamente essere teatro di violenza e devastazione.
Prima di ricostruire, è elementare, non sarebbe necessario che la
sicurezza futura sia garantita? Come afferma l’OSCE del resto:
"the failure of the competent authorities to protect the
rights of the most vulnerable can be seen to be rooted in existing
deficiencies in the structures designed to prevent and respond to
property-related violations. This failure has in turn contributed
to the existence of a climate of relative impunity in relation to
property rights violations. Addressing these deficiencies is
fundamental to preventing a recurrence of such violations in the
longer term. It is also key to ensuring that people have the
secure physical access to their homes and property that is
necessary to return. Under international standards, the provision
of effective remedies for gross violations of human rights should
include reparations when appropriate. Granting reparations
normally requires not merely restitution in kind but also
reasonable measures to guarantee the non-repetition of these
violations, such as investigation of the incidents and prosecution
of those responsible." Such as, ma non solo,
evidentemente. Peraltro la stessa autorità provvissoria del
Kossovo è accusata di non aver cercato una soluzione che
scaturisse dalle richieste degli sfollati, imponendo, più che
chiedendo a seconda delle necessità, le ricostruzioni, e sempre
nel critico rapporto OSCE si legge: "they [l’autorità
provvissoria] have not sought to make the process demand-driven,
but have instead committed to reconstruct all buildings that were
damaged or destroyed regardless of demand, or the expressed desire
of the displaced property rights holder, to return. […] despite
the political decision to reconstruct, this action alone does not
fulfil the obligation upon the governmental authorities to create
the conditions for sustainable return, such as a secure
environment or access to employment. Furthermore, this policy
decision does not oblige those whose properties are reconstructed
to return to their homes. Those who are displaced from their homes
and property should be provided the ability to make an informed
choice as to whether or not they will chose to exercise their
right to return to their homes. Whether or not the displaced
choose to exercise this right, the governmental authorities must
take reasonable measures to ensure that their property and other
rights are protected."
(l’intero rapporto OSCE è consultabile su http://wwwosce.org/documents/mik/2004/05/2939_en.pdf
)
Noi abbiamo deciso di provare a fare qualcosa
in due modi, attivando una campagna di sensibilizzazione in Italia
su quella che è la situazione e provando a coadiuvare le
organizzazioni non governative locali per il finanziamento dei
loro progetti alcuni dei quali legati proprio alla condizione
degli IDPs.
Mitrovica intanto vive la sua sempre apparente normalità. Stiamo
provando con il nostro lavoro, che non durerà per sempre, a
spingere le persone con cui lavoriamo verso la scelta di una
alternativa non sottomessa a quelle che sono le imposizioni dei
capetti locali che segnano e instradano le vite dei più. I nostri
operatori ci hanno raccontato che una volta Mitro era una città
pacifica e intellettuale, ma dopo la guerra con l’arrivo dalle
zone rurali di nuovi personaggi estranei al tessuto sociale
preesistente e permeati del più gretto nazionalismo (da entrambe
le parti) la situazione è molto cambiata. Queste persone di fatto
controllano le scelte della città e tutti ne hanno paura, o
quantomeno hanno paura a fare scelte differenti e in contrasto. Ci
vuole molto coraggio per cambiare le cose da queste parti. Sokol,
nostro operatore serbo, ci ha raccontato di come, quando si trova
in compagnia della nostra operatrice albanese, magari seduti ad un
bar in attesa di una riunione, si senta osservato temendo la
reazione dei "suoi". E’ questa la difficile barriera
da abbattere. Niente facile.
Le attività con i bambini nelle varie aree in
cui lavoriamo proseguono ma purtroppo niente può più essere
organizzato in maniera multietnica dato che la libertà di
spostamento delle varie comunità è molto ridotta e chi lo fa,
chi si sposta da una parte all’altra, escludendo gli
internazionali, lo fa per disperazione e desiderio di normalità
ma è ben cosciente dei rischi a cui può andare incontro. I
bambini sono sempre felici e ci accolgono sempre con
manifestazioni di gioia quasi estrema. Sappiamo, anche dai
rapporti sulle attività svolte, che dentro portano però il
conflitto, che si esprime nella difficoltà di contatto fisico con
gli altri bambini, a volte nell’impossibilità a cooperare fra
di loro durante i giochi, se non quando si esprime attraverso una
vera e propria avversità verso il gruppo. Non sempre ma è
capitato.
Stiamo provando a fare camminare i nostri
operatori con le loro gambe in modo che organizzino da soli le
attività, si documentino e riescano finalmente a dare una
impronta tutta loro al progetto che noi presto dovremo lasciare,
fisicamente, ma che vorremmo non lasciare moralmente. Forse si
creerà un vero e proprio gruppo Assopace a Mitrovica che
continuerà attivo sul territorio, fatto tutto di personale
locale. Inutile dire che questo sarebbe un bel successo di tutta l’Associazione.
Ma non facciamo promesse, i balcani sono lenti, l’energia e l’iniziativa
a Mitrovica difficili….
Da Giambattista Pace
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