Relazione di Sokol (febbraio 2004)
Mitrovica era la mia
città. Io vivo qui da 24 anni e non posso certo essere
soddisfatto del livello di vita. La situazione oggi è un po’
migliorata ma è ancora molto dura.
Io non mi sento ancora sicuro perché ho perso la fiducia nelle
persone, nel governo, nella polizia, in tutto e in tutti.
La guerra e i politici hanno distrutto tutto quello che avevamo.
Le persone sono diventate strane, gli amici diventano
"nemici", il bene diventa male e le città diventano una
linea di fuoco. Entrambe le parti hanno fatto degli errori. Invece
di negoziare hanno preferito far scoppiare la guerra, e cosa hanno
adesso? Adesso abbiamo una città separata. Questa non è la prima
città ad essere separata e purtroppo non sarà neanche l’ultima.
Prima di questo noi abbiamo vissuto il dramma di Sarajevo.
Mitrovica è lo stesso scenario solo con attori differenti. Tutti
noi abbiamo bisogno di tempo e pazienza, la Bosnia dopo tanti anni
sta cercando di ritornare alla normalità. Spero che il Kosovo
seguirà l’esempio della Bosnia.
Il primo problema di Mitrovica sta nella presenza di diversi
governi, a Mitrovica ve ne sono 3: quello dell’UNMIK, la
municipalità serba e quella albanese-kossovara.
Fino a quando queste tre municipalità non si siederanno allo
stesso tavolo, facendo degli accordi e diventando una sola
municipalità noi non potremo fare niente. Noi abbiamo 2
differenti legislazioni, due differenti modi di vivere che devono
diventare uno.
Il secondo problema è nelle persone che sono venute a Mitrovica
dopo la guerra. Parlando con persone che vivono al sud abbiamo
riscontrato gli stessi problemi, queste persone sono rifugiate,
hanno perso ogni cosa venendo a Mitrovica e della città ne fanno
i loro villaggi. Sono pieni di odio, di aggressività.
Personalmente non ho niente contro di loro, ma è difficile
spiegare qualcosa ad un uomo che "per la prima volta ha visto
un palazzo". Anche i genitori commettono grandi errori,
esprimono il loro odio di fronte ai loro figli che, quindi,
imparano che è normale odiare e rifiutare il "nemico".
Ieri per la prima volta negli ultimi 6 anni ho attraversato il
ponte e sono andato nella parte sud della città. Ero felice, e
avevo paura nello stesso tempo. L’esperienza di ieri è una
prova che le cose cominciano a migliorare. Le persone diventano
più pacifiche e così mi fanno sentire meglio. Forse c’è
ancora speranza per noi.
Relazione di Zoltan Mihok (febbraio 2004)
Prima della guerra in Kosovo e Metohija la
libertà di movimento era normale.
Le persone di differenti comunità etniche vivevano insieme e
potevano viaggiare in tutto il Kosovo senza alcun problema.
Con i bombardamenti sul nostro Paese, un altissimo numero di
persone, soprattutto kosovaro-albanesi, sono scappati in
Macedonia, Albania, Montenegro e in altri Paesi d’Europa.
Dopo la guerra molti kosovaro-albanesi sono ritornati in Kosovo. C’erano
persino molte persone venute dall’Albania che non vivevano prima
nella Provincia autonoma di Kosovo e Metohija.
Nello stesso tempo c’era un alto numero di persone non di
origine albanese fuggite dal Kosovo e Metohija dopo che le forze
NATO sono venute in questo territorio.
Oggi ci troviamo di fronte ad una parte nord denominata
"serba" e il resto "albanese".
Nella parte "albanese" ci sono ancora posti dove vive la
popolazione serba, prevalentemente nei villaggi, chiamati "enclaves
serbe", o moderni ghetti. Molti di questi villaggi sono
collegati con piccole strade così da creare grandi "enclaves",
ma ci sono dei villaggi completamente circondati dalla popolazione
albanese, dove non vi sono nemmeno le più elementari condizioni
di vita, libertà di movimento, sistema scolastico, sanitario,
etc.
Se si compara la situazione dal 1999 al 2004, ci sono stati dei
miglioramenti, ma ancora non si registra la libertà di movimento,
ad esempio l’unico ospedale per i serbi è in Kosovska Mitrovica
perché i dottori albanesi si rifiutano di avere pazienti serbi
nei loro ospedali. Il caso di Gorazdevac è esemplare, nell’agosto
2003 un medico albanese si è rifiutato di curare dei bambini
serbi colpiti da albanesi mentre facevano il bagno al fiume e a
uno di loro ha dato una cura sbagliata. Infine anche là il
contingente italiano a Pec si è rifiutato di accettare nella
propria base i bambini colpiti.
La situazione a K. Mitrovica è completamente cambiata. Prima
della guerra era una sola città.
Le persone vivevano insieme da entrambe le
parti del fiume. K. Mitrovica era una città industriale, e il 90%
della popolazione lavorava alla Trepca.
Oggi noi abbiamo la parte sud della città, chiamata
"Albanese" e la parte nord chiamata "Serba".
Al sud vive solo una famiglia di un prete
ortodosso protetta dalla forze della KFOR, al nord invece dove vi
è la maggioranza della popolazione serba, gli albanesi vivono
ancora in 4 aree.
Buona parte della popolazione serba è senza lavoro e dipende
dagli aiuti che vengono dalla Serbia.
Il mercato nero, punto di riferimento dell’economia locale, è
la forma più estesa di cooperazione multietnica su tutti i
livelli.
Nella parte nord della città c’è anche l’Università per i
serbi, che prima della guerra era a Pristina, dove si contano
circa 4000 studenti presenti in città e più di 6000 che la
frequentano solo per gli esami. Oltre all’Università vi sono
anche strutture "parallele" del governo serbo dato che
il Kosovo e Metohija sono ancora considerate come parti della
Serbia e Montenegro, come stabilito dalla Risoluzione 1244 dell’ONU.
Relazione di Luigj Gergji (febbraio 2004)
Vorrei cominciare dicendovi che vi scrivo dall’Abania,
in altre parole lontano dal Kosovo e precisamente da Mitrovica.
Anche se mi sembra di non dirvi del tutto la verità. Questo
perché anche se da 10 giorni sono partito da Mitrovica, mi sento
ancora lì in mezzo ai bambini, in mezzo alle attività, in mezzo
ai colleghi dell’Assopace, in mezzo a Mitrovica e perché no,
proprio sul ponte. E penso che mi sentirò a lungo in quel posto,
in quella realtà almeno che non mi succeda un'altra esperienza
simile perché una diversa non penso che mi colpirà in questa
misura. Vi scrivo queste righe non più sul campo e di come si
svolgono le attività ma su come mi sento io: una persona di 25
anni, dopo quest’esperienza di quattro mesi con dei bambini
cresciuti con la guerra, con un popolo di diverse etnie e in una
città divisa da una guerra. Non e’ per niente facile scrivere
tutto quello che sento adesso, ciò che non immaginavo proprio
quando ho cominciato. Sapevo che stavo andando in un posto dove ci
sono diverse tradizioni, lingue, costumi, che ancora non accettano
l’un l’altro, che ogni tanto succedono degli scontri, ma non
riesco a capire come mi sono legato pian piano a questa realtà.
Anche se delle spiegazioni le potrei dare. All’inizio le
problematiche mi sembravano cose quasi passate ma non era vero.
Quando poi vedi il volto dei bambini, e il loro sorriso direi
troppo freddo, i giovani che ogni tanto ti parlavano sul Kosovo
unito o diviso, gli adulti che guardano ogni persona con una certa
paura, gli anziani che parlano delle problematiche in Kosovo
facendo una faccia da pazzi dalla rabbia o dalla nostalgia, allora
poi capisci subito che tuttora non e’ tranquillo per niente e
che la guerra lascia tanti segni. E a queste cose io mi sono
legato, ma penso che capiterebbe ad ognuno che vede queste tracce
di guerra. E dici che sono cancellabili e in un modo o nell’altro
ti metti a dare una mano per cancellarle, ma noti che non è
facile e che ci vuole tanto tempo. Questo vivendo tra loro mi ha
fatto rabbia però mi ha fatto sentire anche in colpa di non poter
dare di più e di avere più voglia e più passione a lavorare per
la pace dovunque mi troverò. Sento di essere cresciuto e di aver
conosciuto o aperto anche altre qualità del mio essere che prima
non conoscevo. La vita per me ora e’ più importante perché ho
visto e sentito di tanti che l’avevano persa addirittura, o chi
la viveva con qualche gran rimpianto di qualche perdita di parente
o della propria salute. Anche le difficoltà della vita ormai per
me sono più normali perché sono tutt'altro quelli che si possono
chiamare problemi. Amare l’altro per me ormai non e’ solo un
piacere ma un dovere perché e’ la cosa fondamentale per fermare
la guerra o cose simili che portano divisione e odio. E’ vero
che nelle mie labbra forse non c’e’ quel sorriso che avevo
prima di andare lì e anzi nei miei occhi forse si vede qualche
lacrima e quelle battute che avevo sempre pronte sono diminuite.
Sono contento lo stesso e mi sento più completo nell’essere
umano. Ho perso un po’ di sorriso ma nel mio cuore e’
aumentata tanto la speranza e la voglia d’essere strumento per
un mondo senza conflitti e di pace perché cosi si vive meglio.
Tutti vivono meglio.
Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato a
portare avanti la mia esperienza e soffrire meno nelle
difficoltà. Grazie soprattutto a te Monica che ci hai creduto
forse anche più di me.
Luigj Gjergji
top
|