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Interventi internazionali --> Colombia --> Un anno in Colombia 

 


Un anno in Colombia.

Ricordo perfettamente le emozioni e le aspettative che avevo provato durante il viaggio verso Bogotà.

Avevo deciso di partire con Peace Brigades International (P.B.I.), conoscevo e collaboravo da alcuni anni con il gruppo italiano con il quale mi ero imbattuta quasi per caso. Cercavo un’occasione, un’organizzazione con la quale poter sperimentare direttamente e personalmente il mio essere nonviolenta. Volevo sapere se tutto quello che avevo letto, studiato e sul quale meditavo da tempo poteva poi realizzarsi in un paese dove esisteva un conflitto.

Accanto a questo c’era anche la voglia di conoscere più da vicino una realtà come quella colombiana che non viene trattata dai mass media se non per riferire del narcotraffico e dell’enorme livello di povertà della sua popolazione. Non mi bastava.

Le prime settimane le trascorsi a Bogotà per ricevere un’ulteriore infarinatura rispetto a ciò che succedeva in Colombia, per comprendere in cosa consisteva l’accompagnamento alle associazioni, organizzazioni, leaders comunitari, e tutte le altre entità con cui P.B.I. è in contatto, per imparare a relazionarsi con le autorità civili e militari locali, per tenere sotto controllo lo stress, per rapportarsi con i colleghi e altre milioni di cose che mi sembravano impossibili da fare e ricordare.

La mia ultima destinazione era Urabà (zona a nord della Colombia, non molto lontana dal confine con Panama), sarei entrata in contatto maggiormente con le comunità di pace, con la sua gente, con i suoi leaders. Non era la prima volta che avrei dovuto vivere in condizioni difficili, che mi sarei dovuta confrontare con una realtà e una cultura diversa dalla mia, ma speravo di avvicinarmi con rispetto, quasi in punta di piedi, per non turbare o essere etichettata come "invasore". Anche per questo avevo scelto P.B.I., perché uno dei suoi principi cardine è proprio quello della non ingerenza. Concetto fondamentale per non fare della presenza internazionale né un intervento colonizzatore né usurpatore, ma per saper stare da parte e creare gli spazi nei quali i nostri accompagnati possano lavorare tranquilli e sicuri.

Ricordo che alcuni giorni dopo il mio arrivo a Turbo avevano ucciso una donna lungo la strada che porta a San Josè di Apartadò. Si chiamava Yorbelis Restrepo Non era un’accompagnata, non la conoscevo neppure, ma era stata quella l’atmosfera che si respirava da quelle parti.

Sono stata parecchie volte a San Josè di Apartadò, ho viaggiato lungo il fiume Atrato per entrare nelle comunità afro-discedenti di CAVIDA in Cacarica e nelle zone umanitarie delle comunità di Jiguamiandò e Curvaradò. Mi avevano colpito fin da subito la forza e il coraggio di questa gente che subisce da troppo tempo minacce e soprusi incredibili. Che ha dovuto abbandonare la sua terra per paura di essere ammazzata, che viene utilizzata come una pedina mossa secondo la convenienza. Una popolazione che nonostante tutto quello che succede e patisce sa trovare le motivazioni e l’energia per continuare la sua lotta, la sua resistenza.

Quest’anno abbiamo assistito ad un continuo peggioramento delle condizioni delle comunità di pace che è culminato nel massacro della Resbalosa. Il 21 febbraio di quest’anno a La Resbalosa, una zona non molto distante dalla comunità di San Josè di Apartadò, sono state barbaramente uccise otto persone. Quattro di loro erano minori di età e uno era Luis Eduardo Guerra, leader carismatico della comunità. Più voci accusano l’esercito di questo feroce massacro e la comunità aspetta giustizia per questo e per gli altri 150 casi irrisolti. Non dimenticherò mai i volti increduli e attoniti della gente di San Josè mentre portava le otto bare al cimitero del villaggio.

Durante quei giorni con altri colleghi ci siamo sentiti impotenti e ci siamo interrogati a lungo sulla reale utilità della nostra presenza. La risposta ci è venuta direttamente da uno dei leaders della comunità: il massacro è avvenuto a sette ore di cammino da San José in una zona dove non vi è alcuna organizzazione internazionale e secondo le parole del nostro accompagnato, senza P.B.I. e F.O.R. (Fellowship of Reconciliation, altra organizzazione accompagnante), il massacro avrebbe potuto assumere dimensioni maggiori e toccare direttamente il villaggio.

Nonostante tante difficoltà queste comunità sono riuscite a crescere: eleggono un proprio consiglio interno, sono organizzati per gruppi di lavoro e fanno corsi di formazione di diverso tipo, periodicamente si riuniscono per lavori comunitari, denunciano pubblicamente i soprusi ai quali sono sottoposti, hanno fatto conoscere all’estero la loro condizione e sono riusciti ad avere sempre maggiore riconoscimento e visibilità, ogni anno in Colombia preparano incontri internazionali aperti a tematiche di vario genere e hanno costruito e continuano a mantenere viva una rete fatta di relazioni e interscambi fra le varie comunità in resistenza. Tutto questo rispettando e attuando i principi della nonviolenza che si è rivelata la soluzione più efficace in risposta alla violenza quotidiana che affligge quel paese.

Da quando sono rientrata in Italia mi ripeto spesso che è stato un privilegio accompagnare queste straordinarie persone, che non ho compreso tutte le ragioni di un conflitto così complesso come quello colombiano, che la presenza internazionale ha senso e utilità e che la nonviolenza praticata da queste comunità è l’unica alternativa, l’unica via che li rimane da percorrere.

Lucia Benuzzi, Peace Brigades International