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Interventi internazionali --> Colombia -->Comunicato 27/02/05 - testimonianze 1 e 7 03/05

 



a. Comunicato ufficiale della Comunità di San Josè de Apartadò: 27/02/2005
b. Testimonianza di M.R. Del 7/03/2005
c. Testimonianza di Gloria Restrepo, studentessa di Bogotà: 01/03/2005


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Comunicato ufficiale della Comunità di San Josè de Apartadò: 27/02/2005

Cari amici,

Questo è l’epilogo di una triste giornata. Venerdì 25 febbraio verso mezzogiorno abbiamo trovato l’evidenza del massacro: due fosse comuni con i corpi mutilati di ALFONSO BOLÍVAR TUBERQUIA, SANDRA MILENA MUÑOZ e i loro figli NATALIA ANDREA TUBERQUIA di 4 anni e SANTIAGO TUBERQUIA MUÑOZ di 18 mesi. In una delle fosse abbiamo trovato anche i resti di ALEJANDRO PÉREZ, 30 anni, che abitava con la sua compagna e il loro figlio in La Resbalosa. Alejandro non faceva parte del processo della Comunità di Pace né delle Zone Umanitarie dei villaggi della zona. Tutti loro sono stati uccisi a colpi di machete, le loro teste ed estremità tagliate di netto, a riprova della sevizia e l’incredibile crudeltà dei loro assassini. Secondo un testimone sopravvissuto, l’esercito è entrato sparando in casa del Sig. ALFONSO BOLIVAR TUBERQUIA e uno degli spari ha ferito SANDRA MILENA, la sua compagna. A circa 40 metri dalla loro casa si avvicinavano ALEJANDRO PEREZ e un altro contadino. Quando hanno sentito gli spari, entrambi hanno cercato di scappare ma Alejandro, è stato raggiunto da una pallottola , è caduto e da quel momento non si sono avuto più sue notizie. Da parte sua Alfonso Bolívar Tuberquia e un operaio, che si trovava a casa sua, sono riusciti a fuggire ma Alfonso si è fermato quando ha sentito le urla della sua compagna che supplicava i militari di non uccidere i suoi figli. Alfonso ha detto al suo compagno che preferiva morire insieme alla sua famiglia, che non poteva abbandonarli ed è tornato a casa.

Il riconoscimento legale dei cinque corpi è stato fatto dalla Fiscalía (autorità giudiziaria) i cui funzionari sono arrivati con l’elicottero a La Resbalosa il pomeriggio di venerdì 25. Da quando siamo arrivati a Mulatos e La Resbalosa siamo circondati dal esercito il quale, come avevamo già denunciato, da giovedì 17 febbraio ha iniziato un’operazione in tutta quella zona. Da quel giorno l’esercito è presente in forze in tutti i villaggi di San José. Nel verbale che abbiamo rilasciato abbiamo menzionato la strategia esercito-paramilitari di evacuare i villaggi e prendere il controllo della terra . Prima bombardamenti indiscriminati e dopo operazioni nelle quali devastano e uccidono tutto ciò che si trovano davanti: animali, raccolti, case e come dimostrano gli ultimi avvenimenti, famiglie intere, bambini di soli 4 anni, bimbi di solo 18 mesi, tutti cadono vittime di un conflitto disumano e quel che è peggio, per mano delle forze armate dello stato colombiano stesso, la cui funzione costituzionale sarebbe quella di proteggere i cittadini. Ma non c’è dubbio che questa strategia funziona: solo due settimane fa avevamo segnalato che a causa di queste operazioni militari a Mulatos e La Resbalosa rimanevano soltanto circa dieci famiglie, ebbene 9 di esse sono già arrivate in fuga "desplazadas" a San José. Ci preoccupa il fatto che ancora 3 famiglie del villaggio Las Nieves non diano segni di vita, sono sparite.

Ma con il ritrovamento delle due fosse comuni non erano finite le atroci scoperte: quasi al calare della notte siamo dovuti partire noi da soli alla ricerca dei corpi di Luis Eduardo Guerra , leader della comunità e della sua famiglia. Li abbiamo trovati vicino al fiume Mulatos buttati sulla sponda di una strada di campagna. Non presentavano ferite da sparo, ma si vedeva chiaramente che erano stati brutalmente bastonati e finalmente sgozzati. Luis Eduardo, Bellamira y Deiner. I loro corpi erano ancora lì sabato 26 a mezzogiorno perché la Fiscalía ha portato via prima i cadaveri delle due fosse comuni e ha promesso di tornare la mattina presto. Non l’hanno fatto. Una parte della commissione è rimasta lì aspettandoli per potere seppellire i nostri amici. Oggi finalmente sono stati trasportati i loro corpi.

In mezzo a questa tragedia, noi possiamo vedere che la strategia di terrore dello stato non si ferma. I militari che mantengono una forte presenza in tutti i villaggi, hanno detto a diverse famiglie della zona che era stato un peccato che i fatti si fossero saputi così presto , perché se non fosse stato così i morti sarebbero stati molti di più. E la truppa che ci ha circondato tutto il tempo, ci diceva che "questo puzza di guerriglieri morti", riferendosi alle 8 persone massacrate. Malgrado il comandante della truppa avesse assicurato che non avrebbero fatto fotografie né riprese video, queste sono state fatte. I militari hanno provocato la commissione tutto il tempo della nostra permanenza, accusandoci di essere dei guerriglieri, inoltre hanno chiamato e segnalato a molti dei leader con i loro nomi.

I mass media hanno cercato di deviare la realtà informando che il massacro era stato compiuto dalla guerriglia e ancora altre versioni hanno parlato dei paramilitari. Per noi è chiaro, e i testimoni lo confermano, che si è trattato di un’operazione dell’esercito che ha circondato la zona prima del massacro (dal 17 febbraio) e che ancora è presente in tutti i villaggi. I mass media hanno detto pure che Lui Eduardo era coinvolto nell’esplosione di una bomba avvenuta il mese d’agosto scorso. La realtà è un’altra, tutta il contrario: la sua famiglia Eduardo insieme con altre persone è stata vittime dell’esplosione di una granata lasciata dall’esercito. Lo stesso Deiner, il figlio di Luis Eduardo, fu ferito in modo grave e rischiò di perdere una gamba nell’esplosione. Ma non ci stupisce che si cerchi di nascondere la verità dei fatti. Tuttavia , le prove contundenti, l’evidente presenza dei militari nella zona, durante e dopo il massacro dimostrano chiaramente la responsabilità dell’esercito colombiano in questo nuovo attentato contro la popolazione civile. Siamo davanti ad un’altra crisi umanitaria nella regione e la morte dei nostri amici e di Luis Eduardo, leader della comunità, è un duro colpo per il processo.

Sappiamo che la strategia del terrore e dell’impunità continuerà. I militari hanno minacciato diverse famiglie nei villaggi e hanno avvertito loro che se non se ne andranno succederà lo stesso a loro. D’altro canto si vuole chiamare i testimoni sopravvissuti al massacro i quali hanno paura e rischiano la vita. I fatti sono chiari: abbiamo avuto 152 persone assassinate e finora non c’è un solo colpevole condannato. La giustizia colombiana ha raccolto centinaia di testimonianze denunciando i responsabili. Malgrado tutto ciò, l’impunità regna indiscussa e continuerà a regnare perché è assolutamente necessaria per proteggere gli assassini.

Per tutto quanto sopra detto, facciamo un appello alla solidarietà nazionale ed internazionale per esigere la fine della strategia del terrore che si è scagliata contro la Comunità di Pace di San José e contro la popolazione dei villaggi della zona. Chiediamo il rispetto del processo di San José e quello delle Zone Umanitarie che si sviluppa nei villaggi. Questa volta sono stati otto morti, civili innocenti, famiglie intere, bambini, che sono caduti vittime del terrore. Domani lunedì 28 febbraio speriamo di poter fare i funerali collettivi nel cimitero di San José. Ma le parole di Luis Eduardo, le sue idee e principi, ci accompagneranno più forti che mai. Egli credeva che la popolazione civile ha il diritto di vivere con dignità. Anche noi lo crediamo e continueremo a difendere questo principio anche a rischio delle nostre vite.

 

Comunità di Pace San Josè de Apartadò


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Testimonianza di M.R. Del 7/03/2005

 

Ciao a tutti cari amici,

negli ultimi 4 giorni sono stato a San José.

Sono arrivato il giovedì e mi sono preso un'ora per portare dei fiori al cimitero e stare solo in quel luogo ad elaborare quanto accaduto negli ultimi giorni. Mi ha fatto molto bene. C'ero già andato, ma questa volta l'ho visto sotto un'altra luce, anche l'erba sulle tombe che le prime volte mi era sembrato un segno d'incuria, ora la vedo come un elemento di continuità con l'ambiente circostante e di armonia.

La quiete é però durata poco, infatti, quel giovedí sera stesso il telegiornale ha passato un servizio molto duro sulla suora molto legata alla Comunità, la Hermana Clara e la radio ha attaccato sia lei che il leader Jesus Emilio. Il Venerdí mattina al nostro risveglio i militari erano nel paese e progressivamente si sono posizionati sulle alture, sulla piazza e davanti alle entrate della casa-magazzino in cui eravamo riuniti. La Hermana Clara e Jesus Emilio erano ovviamente molto inquieti per la loro sorte. Gli elicotteri hanno sorvolato il paese molte volte durante il giorno ed hanno effettuato 2 atterraggi. In una situazione del genere, dopo essere usciti a fare una passeggiata con la mia collega per dare visibilità alla nostra presenza tra le truppe, mi sono messo in cucina con la hermana Clara, lei faceva una zuppetta e io una spettacolare pasta al chorizo.

Nel pomeriggio é arrivato un giornalista della TV col suo cameraman. I soldati sono rimasti nel paese tutto il giorno, e si sono ritirati verso le 18. Probabilmente si erano disposti in paese per controllare l'area mentre altri funzionari indagavano a pochi chilometri da San José dove due giorni prima c'era stato un attentato contro i membri della fiscalia.

Sabato e domenica gli attacchi alla comunità sui mezzi d'informazione sono continuati, ma possiamo considerarli le prime due giornate di quiete a San José dopo quasi due settimane tremende.

Vi abbraccio tutti

V. Piedidibalsa


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Testimonianza di Gloria Restrepo, studentessa di Bogotà:1/03/2005

 

"...Come molte famiglie nella caotica decade degli anni 50, quella di Luis Eduardo dovette migrare verso San José de Apartadò. Scappavano dal regime di terrore instaurato dai chulavitas nelle terre liberali dell'occidente antiochegno, a Dabeiba, il municipio della leggendaria guerriglia liberale di Camparrusia. Arrivarono a San José con l'illusione di costruire una nuova vita.

  Questa nuova vita sognata da tanti coloni si converte rapidamente in una lotta costante contro una natura inclemente e contro la solitudine più assoluta, effetto dell'assenza di uno stato incapace di essere presente nelle zone di frontiera.

  Fin dai 5 anni Luis Eduardo si rese conto che sarebbe stato un massacro, quando nella frazione di La Resbalosa l'esercito assassinò e torturò 15 persone sospettate di appartenere a organizzazioni comunitarie. Da quel momento la morte dei suoi compaesani si convertirà in un fatto normale nelle assurde dinamiche di guerra registrate nell'Urabà. Vivere a San Josè, terra di importanti organizzazioni comunitarie e luogo d'origine del V fronte delle FARC, sembrava un motivo sufficiente per essere sospettati dall'esercito. Più tardi San José costituì anche un territorio da liberare per il movimento paramilitare delle ACCU (Autodefensas campesinas de Cordoba y Uraba), che basava la sua strategia di pacificazione nell'attacco alla popolazione civile inerme che "era sospetta di appoggiare la guerriglia".

  Per semplici sospetti, processi senza prove, Luis Eduardo vide cadere i suoi vicini, i familiari, i leader delle Giunte di azione comunale e delle cooperative, i militanti della UP* (*Uniòn Patriotica, storico partito di sinistra nato dalla smobilitazione di una parte delle forze rivoluzionarie),i suoi amici.

  In memoria di questi amici, dei morti che riposavano nelle terre di San José, Luis Eduardo e altre 350 persone che si opponevano a dover scegliere tra abbandonare le terre o morire, decisero di dichiararsi neutrali di fronte ai differenti attori armati. "Volevamo dimostrare che era possibile vivere a San José", ripeteva costantemente Luis Eduardo. Diceva anche che con il processo della comunità di pace sperava che i suoi figli avrebbero avuto una vita migliore della sua, una vita senza quella violenza che lui aveva conosciuto fin dai 5 anni.

  A partire dal 1997 è stato coinvolto nel processo della comunità, è stato costantemente membro del consiglio interno, ha viaggiato in varie località del mondo denunciando la situazione di San José, è stato interlocutore nelle trattative con il governo, ha ideato varie iniziative per migliorare la qualità della vita di un luogo totalmente assediato dalla guerra.

  Il processo della comunità di pace e la possibilità di resistere alla guerra risultavano troppo attraenti per una studentessa di sociologia, che nonostante il sano pessimismo appreso durante 8 semestri, contemplava la possibilità di una fuoriuscita creativa dal conflitto. Pensavo che attraverso queste esperienze si potesse contraddire il fatidico principio sociologico della determinazione dei singoli da parte della struttura. Pensavo di poter dimostrare che attraverso l'azione degli individui è possibile cambiare un poco il mondo. Luis Edaurdo me lo dimostrò in tre conversazioni che ebbi con lui.

  Senza leggere il Capitale, né i sofisticati studi sull' Urabà o i più notevoli trattati sulla guerra, aveva molto chiaro quello che stava succedendo a San José. Nei nostri tre colloqui mi ha insegnato più di qualunque professore. Ogni volta che lo intervistavo mi chiedevo perché fosse così raro trovarsi davanti a simili essere umani.

  Il 21 febbraio, mentre raccoglieva cacao con la sua famiglia nei campi nella frazione di Mulatos, Luis Eduardo è stato fatto prigioniero dai militari della XI Brigata (altri testimoni affermano che erano uomini mascherati da militari). Gli eventi dell'ultima settimana mostrano comunque che le azioni dell'esercito si intensificarono nella zona dopo l'attacco delle Farc a Mutatà. Il 22 febbraio il fratello di Luis Eduardo ha trovato una fossa comune nella frazione La Resbalosa dove riposavano i corpi fatti a pezzi di Alfonso Bolívar, sua moglie e i due suoi figli de2 e 6 anni. La sorte di Luis Eduardo e della sua famiglia era ancora incerta. I membri della comunità hanno iniziato a cercare i loro corpi, la verità dei fatti e la dignità per i propri morti. Si sono diretti a La Resbalosa con la tenue speranza di trovare vivo Luis Eduardo e la sua famiglia. Invece nella frazione Mulatos hanno trovato il corpo del loro amico insieme a quello di sua moglie Bellanira e di suo figlio 11 anni Deyner.

  Nessun notiziario ha dato notizia di questo assassinio, forse perché le quotidiane discussioni del presidente con il resto del mondo, il destino dei partecipanti all'Isola dei famosi o i risultati del campionato di calcio hanno molta più rilevanza del massacro di due famiglie contadine. Si sono meritati solo due piccoli articoli sui giornali El Tempo e El Colombiano e una rapida menzione in qualche emittente radio. Questi mezzi di comunicazione hanno parlato dell'omicidio di 7 contadini e basta. 7 contadini senza volto, senza storia. Forse senza importanza per una società che si è già abituata a questi fatti.

  Per questo ho voluto scrivere queste pagine, sapendo benissimo che deve essere una storia fin troppo familiare e addirittura noiosa per i colombiani che già dall'infanzia sentono parlare di assassini e morti. Immagino anche che questi 7 morti possano essere solo una cifra in più per corroborare i sofisticati modelli dei nostri specialisti di violenza. Pero per me questa è stata la morte di un amico, di un maestro, di uno di questi personaggi celebri e anonimi dell'umanità. Credo che questi "7 contadini", "7 civili", avevano un volto, avevano un nome "Luis Eduardo, Deyner, Bellanira, Alfonso, Sandra, Santiago y Natalia", avevano una storia. Per questo non può essere un fatto normale che siano stati massacrati, per questo non possiamo continuare a considerare normale che succedano cose simili.

  Forse tutto ciò è quanto di meno professionale ho scritto, ancor più se si considera che i lettori sono esigenti studenti di scienze umane. Forse l'articolo avrebbe dovuto trattare delle complesse correlazioni di forza nell'Urabà, della strategia governativa di "sicurezza democratica", dell'apparente fine del ripiego delle FARC, delle difficoltà della neutralità in contesti violenti. Forse il tema della violenza è troppo trito per gli esperti investigatori e forse si potrebbe accusare la mia scarsa "neutralità valoriale". Scrivo semplicemente come una studentessa che vuole condividere il dolore e l'impotenza (così poco razionali) generati dal ritrovarsi davanti a una tesina con la morte di un amico e non di un semplice oggetto di studio.

 

Gloria Restrepo


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