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Corte
interamericana dei diritti umani: sentenza sul caso 19
comerciantes c. Colombia
resoconto
di V. Piedidibalsa
1.
La Corte
interamericana dei diritti umani, nella
sentenza del 5 luglio 2004 relativa al caso “19
comerciantes c. Colombia”,
ha condannato lo Stato colombiano per la violazione
dei diritti alla libertà, all’integrità personale
e alla vita, tutelati nella Convenzione
interamericana sui diritti umani, firmata a San
José di Costa Rica nel 1969.
Il
caso di specie riguardava la scomparsa e la successiva
uccisione di 19 persone per mano di un gruppo
paramilitare nel distretto di Puerto Boyacà, nell’ottobre
1987. Lo Stato colombiano dovrà versare la somma di
6, 5 milioni di dollari a titolo di risarcimento ai
familiari delle vittime. Questi ultimi sono stati
rappresentati dinanzi alla Corte dalla Commissione
colombiana dei giuristi, con il
sostegno del Centro
per la giustizia e il diritto internazionale.
Si
tratta di una pronuncia particolarmente significativa
in quanto la Corte interamericana ha riconosciuto,
sulla base degli elementi probatori, le relazioni
esistente tra i paramilitari responsabili del fatto e
le autorità locali della regione del Magdalena Medi,
le quali fornivano a tali gruppi appoggio e
collaborazione. Le diciannove persone erano state
assassinate perché ritenute legate, nell’esercizio
delle loro attività commerciali, alle forze armate
della guerriglia delle FARC
(Fuerzas armadas
revolucionarias de Colombia) ,
operanti nella zona. Le vittime erano state infatti
accusate dai paramilitari di vendere alle FARC
armamenti e materiale logistico.
Di
estremo interesse è anche la ricostruzione contenuta
nel testo della sentenza della nascita e lo sviluppo
del fenomeno del paramilitarismo. La Corte ha dapprima riconosciuto che “nel
quadro della lotta contro i gruppi guerriglieri, lo
Stato diede impulso alla creazione di ‘grupos
de autodefensa’ tra la popolazione civile, i cui
fini principali erano quelli di prestare aiuto alla Fuerza
Publica in operazioni di difesa contro la
guerriglia.” In particolare, lo Stato fornì
fondamento giuridico alla creazione di detti gruppi
con il Decreto legislativo 3398 del 1965. La Corte ha
poi osservato che a partire dal 1985 molti gruppi di
autodifesa “mutarono i loro obiettivi e si
convertirono in gruppi di delinquenza”, divenendo
noti come gruppi paramilitari.
2.
La Corte interamericana ha dunque giudicato la
Colombia responsabile anzitutto per la violazione
degli artt. 7, 5 e 4 della Convenzione interamericana
dei diritti umani.
Nel
delineare il contesto sociale e politico all’interno
del quale si svolsero i fatti dell’ottobre 1987, la
sentenza ha evidenziato che l’assassinio dei 19
commercianti fu perpetrato in un momento nel quale lo
Stato colombiano, pur essendo a conoscenza delle
violenze commesse dai paramilitari, non aveva ancora
adottato alcuna misura volta a prevenire, vietare e
reprimere le attività criminose di tali gruppi,
mentre manteneva in vigore il già ricordato Decreto
Legislativo 3398.
La
Corte è andata tuttavia oltre: non solo infatti ha
stabilito che il gruppo paramilitare operante nella
regione del Magdalena Medio agiva con la tolleranza e
persino il sostegno di diverse autorità militari
presenti nella zona, ma ha anche provato l’esistenza
di una precisa collaborazione di alcuni elementi dell’esercito
all’organizzazione e alla pianificazione del
rapimento e del successivo assassinio dei
commercianti.
La
Corte ha così potuto concludere che l’appoggio e di
tolleranza che il potere pubblico concesse ai
paramilitari fu di per sé sufficiente a integrare una
violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione.
Con
riguardo alle singole disposizioni, la sentenza ha
stabilito che l’iniziale detenzione illegale e
arbitraria delle vittime da parte dei paramilitari
costituì una violazione dell’art.7 della
Convenzione che tutela il diritto alla libertà
personale. Tale disposizione prevede infatti che “nessuno
sarà privato della sua libertà fisica”, né “sarà
soggetto ad arresto o imprigionamento arbitrario”.
Inoltre, il trattamento ricevuto dalle vittime per
tutto il tempo precedente la loro esecuzione e la
brutalità con la quale furono ridotti i loro corpi
rappresentò una violazione dell’art.5 della
Convenzione, che sancisce il divieto di tortura o di
pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Infine,
la Corte ha riconosciuto nel massacro di 19 vite una
violazione da parte della Colombia del diritto alla
vita tutelato dall’art.4. E’ opportuno evidenziare
che, tale articolo, secondo l’interpretazione oggi
prevalente e condivisa dalla Corte, non solo
presuppone il divieto per le Parti di privare
arbitrariamente della vita, ma richiede soprattutto
che le autorità statali adottino misure positive
destinate a proteggere e preservare il diritto stesso.
L’art.1.1 della Convenzione sancisce infatti l’impegno
di tutti gli Stati contraenti “ad assicurare
a tutte le persone soggette alla loro giurisdizione il
libero e pieno esercizio di tali diritti e libertà”.
3.
Con riguardo al comportamento delle autorità
colombiane a seguito dell’uccisione delle vittime,
la Corte ha rilevato da un lato il mancato impegno nel
recupero dei corpi, dall’altro il carattere
insoddisfacente dal punto di vista delle garanzie
giudiziarie dei procedimenti penali sia di fronte alla
giustizia ordinaria che a quella militare. Essi si
erano conclusi infatti con la sola condanna di tre
persone e con la sospetta assoluzione degli ufficiali
dell’esercito ritenuti coinvolti.
La
sentenza ha pertanto ravvisato in tali fatti una
violazione da parte dello Stato colombiano degli artt.
8.1 e 25 della Convenzione: la lettura congiunta di
tali disposizioni tutela il diritto dei familiari
delle vittime a un’istruttoria esaustiva entro
termini ragionevoli e a un processo penale presso un
tribunale competente, imparziale e indipendente.
4.
La Corte ha allora ordinato alla Colombia di avviare,
entro un termine ragionevole, indagini effettive sul
caso al fine di identificare, giudicare e condannare
sia gli esecutori materiali che i mandanti; di
effettuare una ricerca seria del luogo nel quale si
trovano i corpi delle vittime; di erigere un monumento
in memoria; di riconoscere la propria responsabilità
con un atto pubblico; di assicurare un trattamento
medico e psicologico gratuito ai familiari delle
vittime; di stabilire le condizioni necessarie per il
ritorno dei familiari in esilio; di garantire infine
la protezione alle persone che abbiano reso
testimonianza di fronte al tribunale.
Lo
Stato dovrà infine pagare ai familiari delle vittime
a titolo di risarcimento, ai sensi dell’articolo 68
della Convenzione un ammontare complessivo di 6,5
milioni di dollari statunitensi.
Per approfondire:
Sul
sistema interamericano di protezione dei diritti
umani:
Commissione
interamericana dei diritti umani http://www.cidh.oas.org/
Corte
interamericana dei diritti umani http://www.corteidh.or.cr/
Project
on International Courts and Tribunals http://www.pict-pcti.org/courts/IACHR.html
University
of Minnesota Human Rights Library http://www1.umn.edu/humanrts/iachr/iachr.html
Sulla
situazione dei diritti umani in Colombia:
Ufficio
in Colombia dell’Alto Commissario delle Nazioni
Unite per i diritti umani http://www.hchr.org.co/
UNDP,
Rapporto nazionale sullo sviluppo umano, http://www.pnud.org.co/
Programma
del governo della Colombia sui diritti umani http://www.derechoshumanos.gov.co/
Commissione
colombiana dei giuristi http://www.coljuristas.org/inicio.htm
Amnesty
International http://web.amnesty.org/library/eng-col/index
US
Office on Colombia http://www.usofficeoncolombia.org/
Consultoria
para los derechos humanos y el desplazamiento http://www.codhes.org.co/
Center
for International Policy http://www.ciponline.org/colombia/
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