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top Non
abbiamo altra opzione che essere coerenti
(Dichiarazione pubblica di rottura con
il sistema giudiziario da parte
Comunità di Pace di San José de Apartadó)
Riassunto dallo spagnolo di V. Piedidibalsa (Per
maggiori informazioni puoi rivolgerti a V. Piedidibalsa del Centro Studi Difesa Civile;
Constatando nel sistema giuridico
colombiano l’assenza delle garanzie per la propria
difesa e per l’effettiva istruzione di un regolare
processo, il 10 novembre 2003, con un documento dal
titolo: "Non abbiamo altra opzione che essere
coerenti (Dichiarazione pubblica della rottura con il
sistema giudiziario della Comunità di Pace di San José
de Apartadó)" la suddetta comunità di pace
contadina ha dichiarato pubblicamente la propria volontà
di rottura con il sistema giudiziario colombiano.
Nel documento viene indicato come la
comunità di pace abbia fornito numerose prove e
testimonianze delle violenze subite dai contadini di San
José de Apartadó negli ultimi otto anni, ad opera dell’esercito
e principalmente dei paramilitari: l’omicidio selettivo,
i massacri indiscriminati, lo sfollamento, la scomparsa
dei propri membri, la tortura, le minacce, lo stupro, l’incendio
delle abitazioni, la distruzione ed il furto dei raccolti
agricoli. Si denuncia, inoltre come a dette azioni si sia
ora aggiunta una nuova minaccia, l’apertura di
procedimenti giudiziari contro i leader della comunità.
La finalità di queste violenze viene
individuata nella volontà di distruggere l’esperienza
stessa delle Comunità di Pace.
Segnalata la minaccia dei forti
interessi economici delle multinazionali (carbone,
idrocarburi) sulle terre della comunità, e ribadito che i
contadini di San José cercano giustizia per i crimini
subiti, nel documento si constata "l’impunità
strutturale del paese".
Si denuncia che le numerose
testimonianze fornite al sistema giudiziario hanno
prodotto come unico risultato quello di mettere in
pericolo di vita gli stessi testimoni e di fornire agli
organi di giustizia colombiani il pretesto di aver "ascoltato
ed archiviato".
Nel febbraio 2003 viene indicata la
data di inizio della nuova strategia repressiva, cui ho
accennato sopra, che consisterebbe nel produrre false
prove e false testimonianze (ottenute con la corruzione
mediante l’offerta di terre e denaro o estorte con le
minacce e con la tortura da parte dell’esercito –
corruzione, minacce e tortura di cui si assicura esistano
prove e testimonianze) per incriminare i membri della
comunità di pace. Tale strategia viene imputata alle
Forze Militari ed alla Procura e si indicano in qualità
di testimoni della responsabilità di queste due strutture
nel creare prove false e montature il Ministero della
Difesa e dell’Interno e l’Ufficio per i Diritti Umani
dell’ONU.
Dopo aver rivolto una petizione allo
stesso Presidente della Repubblica di Colombia senza
averne ricevuto alcun beneficio, i membri della comunità
hanno deciso di pubblicare il documento di rottura col
sistema giudiziario nazionale sulla base dei seguenti
principi:
- Un principio etico: gli
stratagemmi giuridici e la facilità con cui i processi
vengono manipolati hanno delegittimato il sistema
giuridico dello stato colombiano, che invece di
proteggere le vittime le ha messe sul banco degli
imputati dipingendole come criminali che attaccano lo
stato ed utilizzando argomentazioni giuridiche ha
cercato di delegittimare le comunità di pace negando i
crimini di lesa umanità di cui sono stati vittime i
loro componenti. Risulta, dunque, inutile seguire una
strada giudiziaria in cui tutti gli stratagemmi e le
manipolazioni sono ammesse e che vengono gestite solo da
alcuni funzionari che decidono la sorte delle Comunità
di Pace, servendosi di quelle stesse strutture che le
hanno attaccate. La solidarietà internazionale resta
isolata e non ha accesso a tali strutture in cui pochi
intoccabili decidono ciò che è giusto. Per questo si
è deciso di rispondere attraverso l’obbiezione di
coscienza "all’ingiustizia strutturale del
sistema giuridico colombiano". I leader e gli
accompagnatori sono di nuovo le vittime ma e tutta la
comunità che fa propria questa rottura.
- Un principio di giustizia.
Quando l’inganno e le manipolazioni diventano i
pilastri dei processi giuridici, la vittima perde di
fatto il diritto alla difesa e le testimonianze
diventano un’arma unidirezionale che agisce conto gli
interessi della vittima. "Non c’è altra
spiegazione se le testimonianze di più di 120 vittime
in più di 150 omicidi e più di 250 violazioni dei
diritti umani non hanno prodotto alcun risultato […] ed
in otto anni neanche un membro della forza pubblica è
stato processato[…], mentre, un paramilitare di
basso livello coinvolto in alcuni omicidi […] diventa
un testimone contro la comunità". Si
dovrebbero ammettere altre prove oltre le testimonianze,
come i luoghi in cui si sono sempre trovate le basi
militari e dove i militari hanno cooperato coi
paramilitari.
- Un principio di verità e di
memoria. Accettare tante menzogne
significherebbe rinnegare la lotta portata avanti per
tanti anni e la memoria di chi per certi ideali di
giustizia è stato ucciso.
- Un principio politico.
Attraverso lo strumento giudiziario si cerca di
distruggere l’esperienza politica della Comunità di
Pace
Nel documento si conclude che date le
motivazioni di tipo politico, giuridico, etico, di verità
e memoria si rifiuta di proseguire per la via giudiziaria
che da otto anni avrebbe già deciso la condanna della
Comunità e che avrebbe sempre giudicato i suoi membri
come dei guerriglieri da annientare, e per tali motivi la
Comunità di San José decide:
- Il rifiuto del diritto alla
difesa di fronte alla giustizia colombiana. Non
verranno assunti avvocati difensori nei processi (né
verrà accettato l’avvocato d’ufficio), non
presenteranno né testimoni, né deposizioni su quella
che è la propria versione dei fatti, né alcuna prova
ma i membri della Comunità si dichiareranno obiettori
di coscienza. A supporto di tale posizione si chiede la
solidarietà nazionale ed internazionale.
- La resistenza alle diverse forme
di pressione ed agli omicidi. Per cui si richiede il
supporto e la solidarietà di quanti sono stati vicini
alla Comunità in questi anni.
Il documento si conclude motivando la
rottura col sistema giudiziario colombiano con un richiamo
ai principi di coerenza, dignità e giustizia e con un
appello alla solidarietà verso quanti sono morti per
mantenere e difendere una vita dignitosa all’interno
della Comunità di San José de Apartadó.
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NO
TENEMOS OTRA OPCION
MAS QUE SER COHERENTES
(Constancia Pública de rompimiento de
Justicia de la Comunidad de Paz de San José de Apartadó)
El proceso de la comunidad ha tenido un
recorrido histórico en donde se ha dejado constancia de
innumerables acciones y muertes en contra de nuestro
proceso; todas estas constancias han buscado dejar en la
memoria de la humanidad y de la historia toda una cantidad
de atrocidades que se han cometido contra nuestro proceso
y contra el campesinado de la zona.
Nuestro proceso ha vivido una
diversidad de métodos del terror: desde el asesinato
selectivo, hasta las masacres, el desplazamiento, la
desaparición, la tortura, las amenazas, la violación de
mujeres, la quema de casas, destrucción y exterminio de
cosechas, el robo de productos.
Todas estas acciones han tenido un fin
claro y ha sido el exterminio de nuestro proceso: más de
14 líderes de nuestra comunidad han sido asesinados en
los últimos años, entre ellos cuatro miembros del
consejo y 10 coordinadores de dirección del proceso.
Es evidente que se ha buscado el
exterminio de la dirección de la comunidad. Pero nos
hemos preguntado ¿qué han hecho estos líderes que nos
permita señalar el camino que ha llevado la comunidad? lo
que se ha hecho es trabajar y formarse, han trabajado en
construir un espacio de vida solidario, trabajando
comunitariamente, en grupo, viviendo ya no individualmente
sino solidariamente. Cuando se comenzaba la comunidad se
pensó que nos mataban mas fácil andando solos al campo
así que se decidió realizar el trabajo en grupo y desde
allí salió la búsqueda de un trabajo conjunto, una
producción comunitaria, el tener tierras que fueran de
todos, de poder todos vivir en dignidad; fue entonces
cuando comenzaron a tildarnos no de que pensáramos como
comunistas sino de que éramos comunistas, así nos decía
el ejército y que por ello nos tenía que acabar; allí
vemos una causa del exterminio de nuestro modo de vida,
buscando vida y dignidad pero no solo hablando sino
viviéndolo.
Seguíamos mirando y veíamos que
cuando asesinaban a líderes y miembros de la comunidad
querían que no volviéramos a hablar, que el miedo nos
llevara lejos de nuestra tierra; sin embargo, nuestra
unidad comunitaria nos ha mantenido juntos, exigiendo y
luchando por nuestra tierra. Nos acordamos cómo hace ocho
años y aún hoy se habla en Apartadó que nuestras
tierras son muy ricas y necesitan de ellas para reactivar
sus llamados proyectos, para sacar carbón que es ya
propiedad de multinacionales a las que les ha entregado el
estado; nos acordamos de maquinaria que llegó para la
exploración de hidrocarburos. Pero nosotros somos los
dueños y quieren quitarnos las tierras; vemos que nuestro
proceso ha mantenido el respeto a lo que nos pertenece no
como individuos sino comunidad.
Seguíamos mirando por qué atentaban
contra nuestros líderes y nuestra comunidad y veíamos
que cuando asesinaban nos decían que nos calláramos que
no dijéramos lo que pasaba, sin embargo la comunidad
siempre ha dicho lo que ve y da testimonio de ello y no
sólo contra la comunidad sino que se ha dejando
constancia de los horrores que se han cometido contra la
población civil en general. Han querido que no recordemos,
que no tengamos memoria; nos decían que una comunidad con
memoria buscaba venganza, esto es injusto porque la
memoria conlleva a la búsqueda de la justicia y una
justicia real no permite acciones de venganza, sino que
evita nuevas acciones de terror y es por ello que buscamos
alternativas de justicia en nuestro país pero todas nos
han desilusionado pues sólo resultan en la estructura de
impunidad que tiene nuestro país.
Allí comprendimos que los líderes y
miembros de la comunidad habían sido asesinados por
defender la vida, por exigir el respeto y el derecho
universal a la integridad de cada campesino y esto tiene
un costo en nuestro país que es la pena de muerte
decretada por la acción criminal del Estado.
Por ello es imposible retroceder ante
la búsqueda de justicia que en nuestro país no existe
pero que algún día la historia y la humanidad mostrarán
ante tanta barbarie; hemos dado más de 120 declaraciones
pero no ha servido para nada sino tan sólo para colocar
en riesgo a los que declaran y ser amenazados o asesinados
y para poder justificarse la justicia colombiana que algo
había hecho al escuchar y archivar pero que en realidad
no hicieron justicia.
Pero no nos hemos desanimado, seguimos
más firmes que nunca y es por ello que se hace necesario
mirar la forma de enfrentar una de las estrategias de
terror que se están implementando contra las comunidades,
además de los desplazamientos que se están realizando,
de la tortura, de las amenazas: una estrategia para abrir
procesos jurídicos contra líderes de la comunidad.
Ya hemos vivido el inicio de esta
estrategia con el montaje que se realizó contra un
miembro de nuestra comunidad en febrero de este año y
miramos como dejamos constancia en la oficina de derechos
humanos de la ONU que lo que se había planeado tenía el
objetivo claro de asesinar líderes de nuestra comunidad.
Desde aquel momento se descubrió toda una estrategia
desde las Fuerzas Militares con la fiscalía en búsqueda
de generar una cantidad de montajes en contra de miembros
de la comunidad y veíamos que no tenía otro fin sino
continuar con la estrategia de exterminio. Sin embargo
nuevamente se equivocaba el estado en su caminar de terror
ya que nuestra comunidad no es de unos pocos líderes sino
que tiene una gran fuerza colectiva; se equivocó también
al querer enlodar ocho años de transparencia en un
caminar que nos ha dado la legitimidad para exigir a
cualquier actor armado el respeto a nuestro proceso y de
ello mucha gente a nivel nacional e internacional ha sido
testiga. Cualquier persona que conviva con nosotros lo
puede apreciar y el encuentro en septiembre este año en
San José con mas de 120 personas de organizaciones y
comunidades nacionales e internacionales son testigos que
pueden decir lo que han visto y vivido.
Pero dentro de esta estrategia lo más
cínico y vergonzoso es que hemos dejado constancia de
cómo miembros de la comunidad han sido llevados, e
instruidos amenazados por el ejército sobre las cosas que
tenían que decir para poder sustentar los montajes, pese
a ello los miembros de la comunidad se han mantenido
firmes a esta búsqueda de vida de la comunidad. Otros han
sido torturados para hacer hacerles firmar papeles contra
los lideres y realizar declaraciones, a otros se les
ofreció dinero; mostrábamos cómo personas de Apartadó
que no eran del proceso estaban trabajando con el
ejército y el paramilitarismo y realizando estas
declaraciones. Como constancia, en el mes de febrero
varios testigos dieron testimonios en Vicepresidencia,
Cancillería, Fiscalía Nacional, Procuraduría Nacional.
Ministerio de Defensa y del Interior, Defensoría, Oficina
de Derechos Humanos de la ONU, eran testimonios claros y
contundentes sobre estas alianzas de fiscalía y las
fuerzas militares en esta labor de crear montajes.
Para realizar acciones que permitieran
detener estos planes de montaje y exterminio (ya que en
todos los casos se decía que si no funcionaban las
judicializaciones se debía acudir al asesinato) el Padre
Javier Giraldo instauró una acción de tutela ante
diversas instancias, todas ellas la negaron. De igual
forma ha realizado varios derechos de petición al
presidente sobre esta situación y la continuación de
violación de derechos humanos contra la comunidad por
parte del accionar conjunto de la Fuerza Publica y los
paramilitares sin obtener respuestas efectivas y reales.
En múltiples ocasiones tanto los
militares como los paramilitares realizaron reuniones con
los conductores que cubren la ruta Apartadó San José y
planteaban la estrategia de montajes que venían
realizando contra lideres de la comunidad y todo ello ha
sido denunciado.
Todo este recorrido muestra una trama
de montajes en contra de la comunidad y que indudablemente
no existen garantías de defensa, ni de que se de un
debido proceso; ante ello no tenemos ninguna otra opción
que realizar un rompimiento jurídico; por ello gente que
ha estado al frente de nuestra comunidad y
acompañándonos en todo este proceso, hacen en este
documento publico dicho rompimiento. Hacemos dicha ruptura
basándonos en:
- Un principio ético: Dentro de las
artimañas judiciales los términos, lo engorroso de los
procesos y la facilidad de manipularlos han
deslegitimado el sistema de justicia del estado
colombiano. Este en vez de impartir justicia a los
victimarios se ha convertido en perseguidor de las
víctimas y las hace ver como victimarios que atacan al
estado. De esta forma valiéndose de argumentos
judiciales ha pretendido deslegitimar el accionar de las
comunidades y con ello pretende negar a la historia y la
humanidad la verdad y la justicia a la cual tienen
derecho ante los crímenes de lesa humanidad que se han
cometido contra la comunidad.
La Comunidad y los líderes no pueden
entrar en ese juego vergonzoso de limpiar una
construcción que ya es transparente pero que el Estado
ha buscado empañar. Es inútil entrar en esa lógica
jurídica donde todas las artimañas están dadas y a
donde no tienen acceso más que unos cuantos
funcionarios que, sirviéndose de las mismas estructuras
que nos han atacado, deciden nuestra suerte. Allí la
humanidad no puede ver lo que sucede, la solidaridad
internacional está aislada porque son guetos intocables
que se erigen como dueños de la verdad. Eticamente no
podemos seguir ese juego burdo, sería darle la razón
al victimario, como víctimas no tenemos que defender
nuestro caminar de resistencia sólo porque el Estado
nos quiere hacer ver como los victimarios.
Por ello se hace una objeción de
conciencia que se opone a la injusticia estructural del
sistema jurídico colombiano; nuestra búsqueda ética
sólo quiere desenmascarar ante la historia toda esta
cantidad de atropellos que valiéndose del derecho y lo
jurídico busca cumplir el objetivo de un Estado que nos
ha sembrado el terror: el aniquilamiento de la comunidad.
Asumimos una objeción de conciencia
desde una posición ética y lo asumimos con plena
conciencia en forma organizada por parte de toda la
comunidad; los líderes y acompañantes son nuevamente
víctimas pero es toda una comunidad la que asume este
rompimiento, no podemos seguirle el juego a la mentira y
el engaño, nuestra opción por la verdad y la memoria
nos llevan a esta decisión.
- Un principio de justicia. Cuando el
engaño y los montajes son los pilares de estos procesos
jurídicos, la víctima pierde su derecho a la defensa
porque no existe la forma ni la verdadera legitimidad
para poder realizar una defensa, las garantías
procesales no existen en un estado de derecho como el
Colombiano. El testimonio es una arma contra la víctima
y esto se hace evidente como lo hemos dejado en
constancias desde finales del 2002. No tiene
explicación que testimonios de más de 120 víctimas en
más de 150 asesinatos cometidos y más de 250
violaciones de derechos humanos contra la comunidad no
han dado ningún resultado. En ocho años ni un miembro
de la fuerza pública ha sido juzgado a pesar de que
siempre han hecho presencia en las salidas de San José,
sin embargo ni por omisión han sido juzgados.
Unicamente la Fiscalía en todo este crimen de lesa
humanidad muestra a un paramilitar de menor grado que
estuvo en algunos de los asesinatos y que, peor aún,
ahora se convierte en un testigo contra la comunidad. De
la misma forma otros testimonios como el del señor
Wilson Guzmán, que junto con el ejército y la
fiscalía buscaban comprar testigos de la comunidad con
dinero y fincas, son claves en estos procesos y
comienzan a aparecer testimonios que el estado coloca
como desertores, sin ser conocidos en la comunidad ni en
la zona. Pero ¿cómo puede extrañarnos una táctica
como la compra de testimonios si el testigo sólo tiene
que repetir lo que le dicen los mismos militares,
grabarse bien su versión y recibe una retribución por
ello? es muy fácil conseguir "pruebas" así
en una justicia que sirve al victimario.
La comunidad exigió siempre que se
buscara justicia contra el crimen de lesa humanidad que
se viene haciendo contra ella, y esta búsqueda no
podía hacerse sólo basada en el testimonio de las
víctimas sino que debían mirarse otras fuentes, como
dónde han estado siempre los militares, como las bases
paramilitares que se encuentran en acción conjunta con
los militares como el caso de los corregimientos de
Nueva Antioquia (colindante con San José hacia el norte
y perteneciente al municipio de Turbo) y Piedras Blancas
(colindante con San José hacia el sur oriente y
perteneciente al municipio de Carepa). Estas acciones
nunca se hicieron.
Pero ahora un trabajo en
transparencia de ocho años de la comunidad, en donde
sus frutos son evidentes en organización y dignidad,
quiere enlodarse con los testimonios y la estrategia
ilegítima de la justicia colombiana. Mientras tanto los
victimarios que han mostrado su obra de muerte con tanta
sangre, exterminio, desplazamiento, abandono total en
las necesidades primarias se coloca como víctima. Los
informes de inteligencia militar son las fuentes donde
se estructura esta estrategia y pese a que la comunidad
ha pedido que se investigaran a las fuerzas Militares
que sólo nos han hablado de destrucción de
guerrilleros, de aniquilarnos, de participar activamente
o por omisión en todas estas acciones de muerte, son
ahora ellos quienes colocan los testimonios en nuestra
contra. Es indudablemente la injusticia de la justicia
colombiana y ante ella nos negamos rotundamente por la
búsqueda de una justicia real y universal.
- Un principio de verdad y de
memoria. Aceptar este cúmulo de mentiras y montajes, y
seguirle ese juego a esta estrategia de muerte, sería
negar la verdad por la que hemos luchado durante tantos
años, la transparencia por la que hemos vivido
diariamente, pero peor aún, estaríamos negando la
memoria de nuestros líderes y miembros de la comunidad
que cayeron por un proceso al que amaron y entregaron su
propia vida. La memoria de este recorrido nos exige dar
testimonio coherente de lo que ha sido el proceso y por
ello nos negamos a seguir el juego a la mentira, a la
amnesia de los victimarios.
- Un principio político. Con esta
búsqueda de judicialización se pretende seguir en la
línea de extermino de nuestro proceso, que como hemos
expresado ha buscado vivir y crear dignidad, vida,
autonomía ante los actores armados. Con esta estrategia
de judicialización se busca acabar con nuestro caminar,
enlodar lo que hemos hecho y nuevamente aislar a
nuestros líderes; nuestra construcción de una
comunidad que crea vida en dignidad es una posición
política que el victimario debe aniquilar, por ello se
entiende esa nueva agresión de la judicialización y
por ello nos negamos a esta nueva estrategia de terror y
muerte que se suma a las demás estrategias de muerte
que se han realizado contra la comunidad.
Ante razones de tipo político,
jurídico, ético, de verdad y memoria nos rehusamos a
seguirle el juego a una justicia de los victimarios que
desde hace ocho años nos ha condenado; para ellos siempre
hemos sido guerrilleros, comunidad que debe ser acabada, y
por ello nos negamos a esta justicia y asumimos:
- Una negación de la defensa ante la
justicia Colombiana. Al mostrar este recorrido y
estrategia sucia de la justicia, nos negamos a tener
defensa en los procesos judiciales contra la comunidad.
Significa que no asumimos ningún abogado en estos
procesos para nuestra defensa, ni nombrados por nosotros
ni de oficio, pues nos declaramos en objeción total de
conciencia ante esta trama de muerte y de montajes, por
ello nuestro silencio ante la justicia colombiana serán
los gritos a voces a la historia y a la humanidad de la
verdad. No presentaremos nuestra versión ni la de
ningún testigo a favor nuestro, ninguna prueba, ninguna
clase de defensa, hacerlo sería seguirle la lógica a
la injusticia y a instancias que demuestran su accionar
de muerte.
- Nuestras constancias serán
públicas a la humanidad y a la historia sobre la verdad
de los hechos, nunca a la justicia colombiana. Por ello
pedimos la solidaridad nacional e internacional ante
esta opción y sabemos que comunidades y organizaciones
van en este mismo caminar para evidenciar este juego
sucio.
- Una resistencia ante la diversidad
de presiones y acciones de muerte, sabemos que nuestra
posición es una resistencia muy difícil, pero
confiamos en el apoyo de tantos que han caminado con
nosotros durante estos ocho años, sabemos que su
solidaridad nos acompaña y que comparten con nosotros
que no es justo ceder ante tanta injusticia. Por ello
apostamos a una justicia alternativa, donde sea la
verdad de las víctimas la que de luces a una nueva
historia de vida y no la mentira de los victimarios la
que determinen un mundo de muerte
Sabemos que esta acción de resistencia
como toda acción de resistencia de las comunidades es muy
dura, sin embargo nuestros principios éticos por la vida
nos conducen a ello, la coherencia de un proceso nos
ilumina este camino en búsqueda de la verdad y la
justicia, sabemos que el espíritu de la verdad y la
memoria de nuestros mártires estará con nosotros en este
duro caminar, su coherencia su amor la vida nos darán la
fuerza en los momentos mas críticos, y será también la
humanidad y la historia quienes escriban y juzguen los
horrores de la muerte pero también escriban los
derroteros de la vida, por ello sabemos que su solidaridad
y su acción en pro del rompimiento jurídico que hoy
hacemos permitirán a las víctimas la búsqueda que han
hecho y que las ha llevado a sufrir el exterminio la
búsqueda de un mundo en dignidad.
Como constancia de ello firmamos como
comunidad y acompañantes.
COMUNIDAD DE PAZ DE SAN JOSE DE APARTADO
Noviembre 10 de 2003
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NUEVAMENTE SOMOS GOLPEADOS POR ACCIONES
TERRORISTAS
La Comunidad de Paz de San José de
Apartadó quiere dejar constancia de nuevos hechos que
atentan profundamente a nuestro proceso, los hechos que
colocamos a la memoria de la humanidad para que sea ella
quien juzgue las atrocidades cometidas contra nuestro
proceso son:
El dia 9 de diciembre a las 2:40
p.m. fue interceptado por paramilitares el vehículo de
Brigadas Internacionales de Paz a la salida de Apartadó
en la carretera hacia San José, en el vehículo se
transportaban dos personas de Brigadas Internacionales de
Paz quienes acompañaban a un lider de nuestra comunidad.
En el centro de la carretera fue
colocado un carruaje con un caballo blanco en el frente de
una empacadora a la salida de Apartadó donde casi siempre
han salido los paramilitares, el carro de Brigadas al
llegar allí freno. En el momento de frenar tres hombres
con armas cortas y uno de ellos con una bolsa en la cabeza
que le ocultaba el rostro rodearon el vehículo y
apuntaron a las personas que se encontraban en el carro.
Un cuarto hombre se quedó mas alejado.
Ellos inmediatamente se identificaron
como paramilitares y le decían al lider de la comunidad
que se bajara que tenían que hablar con él, así mismo
le decían a la persona de Brigadas Internacionales de Paz
que estaba manejando el vehículo que lo apagara, al no
bajarse el lider de nuestra comunidad comenzaron a
insultar a las personas que estaban dentro del vehículo.
Imediatamente uno de los paramilitares
abrió la ventanilla lateral izquierda del carro de donde
extrajo el dinero que llevaba el lider de la comunidad
para la comercialización de cacao de la comunidad, asi
mismo abrieron la puerta de atrás del carro y cogieron el
teléfono satelital de Brigadas el cual nuevamente tiraron
en el carro, seguidamente en la parte delantera del carro
un paramilitar le quitó los dos celulares que llevaban
Brigadas Internacionales de Paz.
Después de ello y con amenazas les
dijeron que se quedaran callados que si veían a alguien
no dijeran nada. Los paramilitares arrancaron por las
plataneras. El carro después de ello arrancó con las
dos personas de Brigadas y el lider de la comunidad y en
el lugar conocido como Tierra Amarilla ubicado a cinco
minutos de donde salieron los paramilitares se encontraban
los militares. Alli les comentaron a los militares sobre
lo sucedido.
Indudablemente para la comunidad este
hecho es una demostración clara de las acciones conexas
del parmilitarismo y los militares que siguen
actuando en forma clara y contundente contra las
comunidades en la zona de Urabá. Estos hechos evidencian
la verdad de muerte y terror que se ha sembrado y se sigue
sembrando contra las comunidades y que nuestra comunidad
desde hace ocho años viene dejando en constancia. Queda
claro que la historia de las víctimas no se escribe con
engaños como lo pretende hacer el Estado y su accionar
paramilitar.
Nosotros las víctimas como muchas
víctimas de comunidades de la zona pueden decir
claramente la verdad del paramilitarismo que viene
actuando en bloqueos, retenes, amenazas,
asesinatos, limpiezas sociales que llaman ellos bajo
el auspicio de las Fuerzas Militares, Fiscalia y la
impunidad total del sistema judicial.
Nuestra comunidad indudablemente sufre
un atentado contra:
- Un lider de nuestra comunidad que
querian bajar y que indudablemente creemos que tenía como
objetivo cumplir las amenazas de muerte contra nuestros
líderes, amenazaas hechas por los paramilitares y los
militares.
- Contra los acompañantes
internacionales ya que su compromiso con la comunidad en
su acompañamiento internacional es violado en forma
descarada.
- Contra todos los miembros de la
comunidad ya que al llevarse los recuros del cacao se esta
atentando contra la subsistencia de la comunidad la cual
hemos realizado desde una economía alternativa difente a
la exclusión del Estado y el olvido a que las a sometido
por años, este el quinto atentado contra recursos que la
misma comunidad con mucho sufrimiento y trabajo ha podido
lograr y tienen como objetivo el poder ahogarnos
económicamente y asi poder romper nuestro proceso.
Pese a estos hechos que de nuevo
evidencian un ataque político y económico que tienen
como fin el exterminio de nuestra comunidad
manifestamos nuevamente que estamos mas decididos que
nunca a seguir en lo que hemos creido en muchos años que
es nuestro proceso de vida, una experiencia de paz en
medio de la guerra sin estar con ningun actor armado y
viviendo los principios que son inherentes a nuestros
miembros la solidaridad, la comunidad. Este nuevo hecho
terrible contra nuestro proceso se suma a toda una
cantidad de hechos aterradores, pero no nos desanima a
caminar por la vida, pedimos la solidaridad nacional e
internacional para que exijan al Estado Colombiano parar
estos hechos de terror, el apoyo de mucha gente a nuestro
proceso nos da la fortaleza para continuar pese a
todos estos atentados, por ello finalmente les agradecemos
porque sabemos que caminan con nostros en esta búsqueda
de verdad, de no impunidad, de espacios diferentes a la
guerra por un mundo mas justo.
Comunidad de Paz de San José de
Apartadó
Diciembre 10 de 2003)
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