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Interventi internazionali --> Colombia Vive

 

colombia.jpg (36648 byte)le interviste ad Alfredo Molano Bravo, giornalista e saggista, (già facilitatore delle trattative fra guerriglia ed il precendete governo, oggi in esilio) e Monsignor German Garcia Isaza, Vescovo della Diocesi di Apartadò.

Ringraziamo Sandra Patricia Zapata Abendaño che ci ha fornito le interviste da lei svolte, dalle quali si evincono le differenze e contrapposizione ancora esistenti fra diverse componenti della società civile in Colombia. Eppure la speranza per trasformare il grave conflitto colombiano sta nella risposta unitaria della società civile, che deve trovare percorsi condivisi nel rispetto delle diversità.
La società civile internazionale può fare la propria parte predisponendo le basi che vadano bene agli uni ed agli altri attori della società civile colombiana. Da qui la scelta del CSDC di sostenere a suo tempo il forum "Colombia vive" e lo specifico protocollo d’intesa dal quale si evince che l’obiettivo è innanzitutto il sostegno alle Comunità di Pace e la loro tutela.
Parte della società civile italiana e colombiana non si identificano in nessuna delle parti armate della eventuale e pur auspicabile trattativa.
La riapertura delle trattative fra i diversi contendenti armati rappresenta certo anche un passaggio importante. Esso può avere delle ricadute fondamentali anche sui civili, tuttavia non rappresenta un obiettivo nomianto nella piattaforma "Colombia vive" e certamente non può essere considerato più importante dell’azione unitaria di tutela delle comunità di pace.

Francesco Tullio

Intervista ad Alfredo Molano.

Alfredo Molano, pensa che in breve ci siano possibilità per ristabilire il processo di pace con i gruppi armati in Colombia?

A.M.: "No, mi sembra abbastanza difficile. Credo che i colloqui con i paramilitari avranno degli ostacoli, se non insormontabili, abbastanza difficili da superare. Questo perchè c’è una opposizione democratica contro il Presidente Alvaro Uribe che ha invaso persino il suo stesso movimento. Il Senatore Pardo ad esempio si è opposto radicalmente alla legge di "alternatividad" penale proposta, che secondo gli analisti favoriva eccesivamente i negoziati con i gruppi paramilitari.

Per quanto riguarda la riapertura del processo di pace con le Farc, penso che sia abbastanza difficile perchè le posizioni dalle quali si vuole ripartire e le condizioni che hanno messo le parti sono in realtà impossibili in questo clima di confronto. In questo momento al massimo si può pensare ad un accordo umanitario, c’è un piccolo spiraglio in questo senso. Penso che ci sarà un primo passo verso questo obiettivo, sempre che le Nazioni Unite siano presenti e servano come facilitatori del processo. Per il resto vedo prospettive a tinte molto fosche".

Lei è stato uno dei facilitatori nel processo di pace con le Farc durante il governo del Presidente Andres Pastrana. Dopo due anni come spiega l’interruzione dei dialoghi e la cancellazione di questo percorso verso le negoziazioni?

A.M.: "Secondo me ci sono stati due aspetti importanti. In primo luogo un radicamento della sinistra (Farc) nelle sue posizioni e l’incapacità dello Stato, anch’esso ancorato radicalmente nel non fare concessioni di tipo economico e sociale. Tutte le richieste in tal senso fatte dalla guerrilla, che richiedeva una modifica consistente della politica economica, hanno avuto una risposta negativa da parte del Presidente Pastrana. Quest’ultimo le considerò impossibili da concedere perchè riguardavano accordi fra il governo colombiano e il Fondo Monetario Internazionale. Lo stesso è successo con un’altra richiesta questa volta riguardante la sospensione delle fumigazioni delle coltivazioni di coca. La risposta di Pastrana fu un no definitivo, argomentando che anche quello era un accordo preso con gli Stati Uniti e che il paese non poteva mancare alla parola data con questo paese. Tutte e due le parti si sono mantenute nelle loro posizioni polarizzandosi a tal punto dal non fare concessioni di carattere politico durante il negoziato.

Il secondo aspetto importante fu l’11 settembre. Questa data fu decisiva per la ruttura del dialogo perche implicò un riproporsi della politica bellica degli Stati Uniti che identificò con il terrorismo tutto ciò che fino a quel momento era conosciuto come dissidenza. Questa posizione finì per cancellare quel poco di volontà che rimaneva al Presidente Andres Pastrana di continuare il negoziato".

Per lei l’iniziativa del governo di riformare la politica economica e sociale trova le sue origini nella proposta di una riforma agraria e una legge di proprietà terriera che va contro gli interessi di un’élite che, anche se minoritaria, ha governato storicamente il paese badando soltanto al proprio benessere?

A.M.: "La legge di riforma agraria ha avuto due ostacoli. Da una parte l’antica resistenza dei grandi propietari terrieri a distribuire la terra e a pagare le tasse. Il minimo che dovrebbero fare, ma che non vogliono fare. Loro non accettano le norme tributarie del passato governo e nemmeno le nuove, proposte dalla amministrazione del Presidente Alvaro Uribe. In realtà hanno sempre evaso la loro responsabilità tributaria.

L’altro ostacolo è la reticenza dei narcotrafficanti che dominano una buona fetta delle migliori terre. D’accordo con le ultime statistiche, 4 milioni della terra migliore è in mano ai narcotrafficanti e ai paramilitari. Su questo ovviamente il governo non interviene perchè sono considerate terre sacre! Per questo la prospettiva della riforma agraria del governo Pastrana è stata difficile. E non se ne può parlare neanche in questo governo perché, guardando verso l’ALCA (Area de libre comercio de las Américas), anche se ci fosse una nuova redistribuzione della terra e dei crediti per produrre ci sarebbero dall’altra parte i sussidi degli Stati Uniti per la propria agricoltura cancellando così la prospettiva di rendita delle terre acquisite tramite la riforma agraria".

Tornando alle parti in conflitto, da un pò di tempo si parla di una campagna di diffamazione contro le Farc che metterebbe in discussione il suo status politico e la sua condizione di gruppo sovversivo. Nella sua opinione è soltanto una campagna o in realtà quest’organizzazione ha perso strada facendo la propria ideologia politica e i propri principi sociali e di giustizia che giustificavano la sua lotta?

A.M.: "Io credo che le Farc continuino ad essere un movimento politico. Anzi, sono state sempre un movimento con una piattaforma politica che non va, secondo il mio modo di vedere, piu in là delle riforme democratico-borghesi liberali. La questione è che davanti al pubblico compare soltanto la sua parte puramente militare, cosa naturale perche lo sforzo principale le Farc lo ha messo proprio su questa componente, perchè alla fine sono quello, un esercito. Questa circostanza ha portato a pensare che la loro sia solo un’attività militare e per di più collegata al narcotraffico. A dire il vero io considero assolutamente falsa questa versione, perché le risorse logistiche delle Farc come di qualunque altra guerriglia al mondo non trovano le proprie origini ... ( n.d. redazione: segue una frase che non siamo riusciti a decifrare, completeremo appena avremo la possibilità di chiarire con la intervistatrice)"

Nel conflitto colombiano ci sono stati molti mediatori fra governi esteri ed altre istituzioni come la chiesa cattolica, ma su quest’ultima ci sono delle forti critiche da parte di alcuni settori che la considerano poco coivolta con i poveri e i problemi sociali che ancora oggi devastano il paese.

A.M.: "Solidali con lo stato. Un esempio. La chiesa ha partecipato attivamente ai negoziati con i paramilitari e ha appoggiato la legge di "alternatividad" penale, che io chiamo dell’impunità, ma è stata una delle prime ad attacare i negoziati con le Farc e la loro richiesta per quanto riguarda l’evacuazione di 42 mila chilometri nella zona del Caguàn. Secondo me si percipisce chiaramente un comportamento non equilibrato, al meno su questo livello.

In Colombia la tradizione della chiesa è sempre stata quella di essere vicino al potere e difenderlo. secondo una testimonianza di una delle persone che integrano la Comunità di Pace del Chocò, sarebbe stato lo stesso Mons. German Garcia della Diocesi di Apartadò ad esigere dagli abitanti di questa comunità il sostegno al governo in cambio dell’appoggio da parte della diocesi. Ma anche provando a pensare che questo fatto non sia vero, è doveroso dire che storicamente il comportamento della Chiesa è stato legato al potere.

Sicuramente ci sono state circostanze in cui la gerarchia ecclesiastica colombiana ha criticato lo stato e le sue istituzioni, ma in genere l’è stata sempre solidale. Questo non vuol dire che non ci siano sacerdoti, parrochie o diocesi che sostengono la gente povera, che in Colombia è tanta. Un bel esempio di questo aiuto è Quibdò. Questa è una diocesi che dimostra solidarietà alle comunità di pace, secondo me molto più che quella di Apartadò, che ha molti più problemi".

In Colombia si concentra sempre l’attenzione sul narcotrafico e il conflitto armato fra lo stato, la guerriglia ed i paramilitari. A questo proposito Guido Piccoli, giornalista e scrittore italiano, propone una tesi secondo la quale anche se scomparissero magicamente questi due fenomeni la situazione in questo paese continuerebbe ad essere la stessa perché sembra che tutti abbiano dimenticato che l’origine del caos che travolge la Colombia è la povertà che non viene combatuta ed è la madre di problemi sociali come quello della delinquenza comune, causa della maggior parte delle morti violente. Lei pensa che questa lettura sia corretta?

A.M.: "Sì, è vero che la maggioranza dei morti in Colombia sono conseguenza della delinquenza comune. Sono d’accordo con questa teoria come principio, nel senso che se scomparissero la guerrilla, i paramilitares ed i narcotrafficanti scomparirebbe parte del conflitto. Ma resterebbero le contraddizioni che ci sono nel paese, che sono due basilari: l’esclusione economica e l’esclusione politica. Queste due contraddizioni continuerebbero ad esistere e genererebbero nuovamente un conflitto. Fino a chè non si risolveranno questi problemi non si potrà parlare di pace in Colombia".

Intervista a Monsignor German Garcia Isaza, Vescovo della Diocesi di Apartadò

Monsignore German Garcìa Isaza, alla luce del conflitto e dei diversi fallimenti nei tentativi di portare avanti un processo di pace con i gruppi armati, oggi si può ancora pensare che "Colombia vive" è una speranza, oppure solamente uno slogan?

MONS. G.G.I.: "No, io credo che sia una vera speranza. E’ anche vero che io sono ottimista per natura, ma credo di avere elementi a sufficenza per poter dire che viviamo di una speranza e che le luci sono ancora lontane ma cominciano a vedersi".

Come va il processo di mediazione con i gruppi paramilitari? Lei crede che si concretizzerà un processo di pace con questo gruppo armato senza però che il governo debba fare concessioni che poi vengano tradotte in impunità?

MONS.G.G.I.: "Per quanto riguarda la Chiesa, è ben chiaro che il nostro compito è la facilitazione. Questa è stata sempre una nostra esigenza. Quello che abbiamo fatto noi è stato di facilitare l’incontro fra governo ed autodifese. Per lo più mi pare che si stia procedendo bene, ma logicamente siamo arrivati alla parte centrale del processo, che è l’inizio delle trattative. Ma ancora prima dei negoziati la parte più importante e decisiva è la definizione del marchio giuridico che regolamenterà la consegna delle armi. Penso che logicamente bisognerà fare delle concessioni perchè se così non è si rischia che i paramilitari non si consegnino alla giustizia. Ovviamente però non può esserci impunità. La questione è che la giustizia deve segnare dei precedenti in tutti i sensi, specialmente se si pensa che quello che si concede oggi ai gruppi di autodifesa logicamente sarà la matrice delle trattative con i sovversivi".

Questo marchio giuridico a cui lei si riferisce è praticamente la tanto discussa legge di "alternatividad" penale proposta del governo del Presidente Alvaro Uribe. Ancora oggi questa proposta sta causando tante polemiche, secondo gli analisti, perchè rimarrebbero troppe porte aperte che faciliterebbero la strada verso l’impunità per chi oggi è accusato di crimini contro l’umanità. Che ne pensa lei di questa proposta?

MONS. G.G.I.: "La proposta di legge sull’alternatividad penale fatta dal governo è un qualcosa come un’idea, un progetto da discutere su un tavolo di lavoro e per noi come Chiesa è abbastanza chiaro. In realtà ci sembrava interessante, importante e necessario che a mettere mano su questo progetto fossero anche le Università, il Congresso, il Parlamento, la Comunità Internazionale, le ONG interessate alla situazione ed in genere tutti, perchè questo marchio giuridico non esiste ancora ed è molto difficile da elaborare".

Secondo lei lo Stato Colombiano dovrebbe riconoscere lo status politico ai gruppi paramilitari, e se non lo facesse come potrà dare inizio ad un processo di pace con questi gruppi?

MONS.G.G.I.: "Con questa domanda mi metti su un campo di implicazioni politiche delle quali non sono esperto. Ma per quel poco che posso dire, credo che questa cosa non si debba fare. Riconoscere lo status politico a qualcuno significa giustificare fino a un certo punto le sue azioni, e secondo me non c’è giustificazone per questo. Possono esserci delle spiegazioni storiche ma non delle giustificazioni".

Diversi settori, fra cui una parte del clero, criticano fortemente la Chiesa colombiana perché la considerano poco coinvolta nel combattere le cause del conflitto, perché la considerano troppo lontana dai poveri e i bisognosi e invece troppo vicina al potere e alla classe benestante. Qual’è la sua opinione su queste critiche?

MONS.G.G.I.: "Ci sono delle frasi che per i semplici sembrano molto attraenti, ma nella storia dei popoli le cose non sono così semplici da risolversi soltanto con un cambiamento del comportamento di una delle parti. I nostri sono conflitti armati, ma sullo sfondo di essi ci sono conflitti sociali e politici. Possibilmente anche genetici. La prova è che ci sono stati tanti studi con visioni molto diverse, ciò segnala che questa è una situazione abbastanza complicata".

Lei ha segnalato un aspetto importante in relazione ai paramilitari ed è il fatto che non esiste un gruppo paramilitare compatto che risponde a un solo capo ma diversi gruppi con diversi capi. Secondo lei questo può ostacolare la possibilità di stabilire una linea di dialogo generale, cioè si può parlare di dialogo di pace con i paramilitari e pensare che questa sia la volontà di tutti questi gruppi?

MONS. G.G.I.: "Questo è veramente uno dei grandi problemi. Ed è proprio per questo che credo si debba approfittare del momento politico, molto reale e molto chiaro, in cui finalmente una serie di capi paramilitari di 20 diversi fronti si è dichiarato disposto ad iniziare un percorso di trattative, fra le quali la consegna delle armi da parte di almeno ottocento uomini, che potranno condurre, se tutto va bene, all’inizio di un processo di pace".

Da molto tempo in Colombia si mette sempre in primo piano il conflitto con i gruppi armati, lasciando dietro le quinte fattori molto importanti che poi sono anche la causa originaria del caos in cui oggi vive il paese. Questi aspetti sono la povertà e l’ ingiustizia sociale dalla quale derivano poi fenomeni come quello della delinquenza comune, che secondo le statische è quella che miete il maggiore numero di morti nel paese. Lei è d’accordo con questa lettura della situazione colombiana?

MONS.G.G.I.: "Io credo che se questa parte della violenza riuscisse a scomparire non finirebbero i problemi però sicuramente si incomincerebbe a vedere le soluzioni. E’ molto diverso quando, ad esempio, ho un debito in una banca e un altro in un’altra banca, e poi un debito da un’altra parte. Io non posso dire che risolvendo il primo problema ho risolto tutto. Ma ho cominciato a fare qualcosa per superarmi".

Secondo lei c’è volontà politica per risolvere il problema della povertà in Colombia?

MONS. G.G.I.: "Io vedo questa situazione molto dura. Perchè chi è ricco vuol avere ogni volta di più e chi ha poco o nulla ogni volta ha molto di meno. Questo è un problema globaleuesto QQQ dove la responsabilità internazionale è grande. Dico questo perchè ad esempio il debito estero che i paesi poveri hanno pagato già tante volte continua ad assorbire, per quanto riguarda la Colombia, piu del 50% del prodotto interno lordo. È anche chiaro che quando uno stato produce meno di quanto spende, ogni volta incrementa di più i sui debiti".

"Logicamente a mano a mano che si va mettendo a posto la situazione nel paese compaiono nuovi spiragli. Ma sono convinto che qui non ci saranno soluzioni magiche. Il paese ha bisogno di una disciplina molto grande da parte dello Stato e che tutti i colombiani imparino a pagare le tasse perchè l’evasione è eccessiva. Bisogna produrre di più e fare buoni affari a livello internazionale per evitare di essere fregati come tante altre volte. In Colombia ci sono tanti bisogni, ma adesso l’importante è risolvere passo per passo quello che possiamo perchè ogni problema risolto sarà uno in meno che avremmo nel repertorio".

 


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Colombia
Notizie gravi dalla Colombia: la dichiarazione di rottura della Comunità di Pace di S. José de Apartadó con il sistema giudiziario e minacce rivolte il 9 dicembre ad un membro della Comunita’ ed a 2 membri di Peace Brigades International (PBI) che lo accompagnano quotidianamente per proteggerlo.
* Emergenza comunità di Pace in Colombia  
* Appello per l'attivazione della rete d'emergenza
* Dichiarazione pubblica di rottura col sistema giudiziario colombiano della comunità di Pace di S.josè de Apartado
* Nuevamente somos golpeados por acciones terroristas

EMERGENZA COMUNITA’ DI PACE COLOMBIANE

Pubblichiamo in questo numero i recenti drammatici resoconti integrali ed alcune traduzioni della Comunità di Pace di S. José de Apartadò.
La Comunità si trova in una nuova e grave situazione di pericolo. La loro dichiarazione di rottura con il sistema giudiziario (vedi il documento specifico) va letto come un appello estremo di vita a fronte di minacce di morte e non come un giudizio politico definitivo. 
Riteniamo che sia preciso dovere del Governo Colombiano proteggere queste Comunità disarmate, indipendentemente dalle interpretazioni eventualmente errate che esse, nella situazione di esasperazione e terrore in cui si trovano, possono dare dell’operato del Governo stesso, del sistema giudiziario e dell’esercito. 
Noi stessi non aderiamo necessariamente ad alcune interpretazioni dei fatti raccontati nei documenti della Comunità. Nell’episodio raccontato nella lettera che pubblichiamo di seguito, la vicinanza temporale dell’incontro fra paramilitari e militari non è necessariamente prova di contiguità fra questi. 
La pressione internazionale può stimolare il Governo Colombiano a prestare maggiore attenzione alla tutela di queste comunità, attraverso idonee disposizioni alle forze di sicurezza ed adeguati e fermi ma contemperati interventi delle stesse nei confronti dei paramilitari. 
Abbiamo preparata una lettera per l’azione di emergenza che trovate in questo bollettino (e nel settore Colombia del sito www.pacedifesa.org ), che vi preghiamo di inoltrare alle diverse autorità italiane e colombiane competenti. L’obiettivo è di effettuare, anche attraverso i canali diplomatici, tutte le possibili sollecitazioni al Governo Colombiano affinché si assuma, senza mezzi termini o dilazioni la responsabilità di garantire i diritti umani e la stessa esistenza di questi pacifici cittadini. 
Stiamo valutando inoltre la possibilità di sollecitare la Unione Europea ed i diversi governi europei affinché:
§ inviino degli osservatori ufficiali in loco per verificare i fatti denunciati dalla Comunità di Pace, 
§ sottopongano da ora in poi ogni progetto di aiuto e collaborazione economica, anche in atto, alla valutazione di impatto sul conflitto, 
§ in assenza di immediate ed adeguate misure da parte del Governo Colombiano a tutela delle Comunità e degli accompagnatori internazionali prendano in considerazione opportune sanzioni.

Il gruppo del CSDC di sostegno alle Comunità di Pace della Colombia

Per maggiori informazioni puoi rivolgerti a V. Piedidibalsa del Centro Studi Difesa Civile

Un anno in Colombia
Colombia appello 101005.pdf
Minacciate le comunità afrodiscendenti...

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Lo scenario si complica 

Appello e resoconti di MR

Firma l'appello
Partecipazione alla commissione di M.R.
Resoconti di MR 

La forza pubblica entra nella comunità di pace

Comunicado de La Comunidad de San José de Apartadó 8/3/05 
Appello della Commissione dei Diritti Umani in Colombia 9/3/05
Comunicato ufficiale del 20/03/05 di Uribe
Comunicato ufficiale del 2 aprile 2005  
Comunicato 1/04/05 e del  04/04/05  
Testimonianza dell'inviato M.R. 1/04/2005 

L'assassinio di Luis Eduardo Guerra


Articoli dal giornale El Colombiano e le dichiarazioni ufficiali
Comunicato 27/02/05 - testimonianze 1 e 7 03/05
Assassinato Luis Eduardo Guerra, leader della Comunità di Pace San Josè de Apartadó (24/02/05)

Altri documenti

Aggiornamenti: altri articoli da "El colombiano" 10-19/02/05
Equador - Colombia: un conflitto latente (contributo esterno)
Aggiornamenti dalla Colombia (8/01/05)
Siguen las amenazas y agresiones de muerte y terror (27/11/04)
Resoconto sugli incontri (dicembre 2004) 
Testimonianza (19/11/04)  
Appello Comunità di Pace si S.Jesé (13/10/04)  
Lettere della comunità di San José de Apartadó (3/10/04)  
Operazione Dragone (27/09/04)  
Corte interamericana dei diritti umani: sentenza sul caso 19 comerciantes c. Colombia (5/07/04) 

Colombia vive!

Appello campagna “Colombia Vive!!   
Una analisi della situazione colombiana ed una Intervista al prof  Jiame Zuluaga

Le testimonianze

Non abbiamo altra opzione che essere coerenti (sintesi in Italiano del documento seguente)

No tenemos otra opción más que ser choerentes (nov. 2003)

Nuevanente somos golpeados por acciones terroristas (dic. 2003)

Intervista ad Alfredo Molano Bravo

Nuovi colpi contro la comunità (13/03/04)

Altri documenti sulla Colombia
Missione Colombia: delegazione della rete italiana di solidarietà
Amnesty International (9/02/04)
Il CSDC e i commenti della visita di Uribe
Colombia Vive Firenze (3/02/04)
Progetto di accompagamento
Ultimi aggiornamenti sulla Colombia
Urabà - concedono tutela a 12 persone
Lettera di ringraziamento della comunità di San José de apartadó (16/06/04)

 

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Non abbiamo altra opzione che essere coerenti

(Dichiarazione pubblica di rottura con il sistema giudiziario da parte
Comunità di Pace di San José de Apartadó)

Riassunto dallo spagnolo di V. Piedidibalsa (Per maggiori informazioni puoi rivolgerti a V. Piedidibalsa del Centro Studi Difesa Civile;

Constatando nel sistema giuridico colombiano l’assenza delle garanzie per la propria difesa e per l’effettiva istruzione di un regolare processo, il 10 novembre 2003, con un documento dal titolo: "Non abbiamo altra opzione che essere coerenti (Dichiarazione pubblica della rottura con il sistema giudiziario della Comunità di Pace di San José de Apartadó)" la suddetta comunità di pace contadina ha dichiarato pubblicamente la propria volontà di rottura con il sistema giudiziario colombiano.

Nel documento viene indicato come la comunità di pace abbia fornito numerose prove e testimonianze delle violenze subite dai contadini di San José de Apartadó negli ultimi otto anni, ad opera dell’esercito e principalmente dei paramilitari: l’omicidio selettivo, i massacri indiscriminati, lo sfollamento, la scomparsa dei propri membri, la tortura, le minacce, lo stupro, l’incendio delle abitazioni, la distruzione ed il furto dei raccolti agricoli. Si denuncia, inoltre come a dette azioni si sia ora aggiunta una nuova minaccia, l’apertura di procedimenti giudiziari contro i leader della comunità.

La finalità di queste violenze viene individuata nella volontà di distruggere l’esperienza stessa delle Comunità di Pace.

Segnalata la minaccia dei forti interessi economici delle multinazionali (carbone, idrocarburi) sulle terre della comunità, e ribadito che i contadini di San José cercano giustizia per i crimini subiti, nel documento si constata "l’impunità strutturale del paese".

Si denuncia che le numerose testimonianze fornite al sistema giudiziario hanno prodotto come unico risultato quello di mettere in pericolo di vita gli stessi testimoni e di fornire agli organi di giustizia colombiani il pretesto di aver "ascoltato ed archiviato".

Nel febbraio 2003 viene indicata la data di inizio della nuova strategia repressiva, cui ho accennato sopra, che consisterebbe nel produrre false prove e false testimonianze (ottenute con la corruzione mediante l’offerta di terre e denaro o estorte con le minacce e con la tortura da parte dell’esercito – corruzione, minacce e tortura di cui si assicura esistano prove e testimonianze) per incriminare i membri della comunità di pace. Tale strategia viene imputata alle Forze Militari ed alla Procura e si indicano in qualità di testimoni della responsabilità di queste due strutture nel creare prove false e montature il Ministero della Difesa e dell’Interno e l’Ufficio per i Diritti Umani dell’ONU.

Dopo aver rivolto una petizione allo stesso Presidente della Repubblica di Colombia senza averne ricevuto alcun beneficio, i membri della comunità hanno deciso di pubblicare il documento di rottura col sistema giudiziario nazionale sulla base dei seguenti principi:

- Un principio etico: gli stratagemmi giuridici e la facilità con cui i processi vengono manipolati hanno delegittimato il sistema giuridico dello stato colombiano, che invece di proteggere le vittime le ha messe sul banco degli imputati dipingendole come criminali che attaccano lo stato ed utilizzando argomentazioni giuridiche ha cercato di delegittimare le comunità di pace negando i crimini di lesa umanità di cui sono stati vittime i loro componenti. Risulta, dunque, inutile seguire una strada giudiziaria in cui tutti gli stratagemmi e le manipolazioni sono ammesse e che vengono gestite solo da alcuni funzionari che decidono la sorte delle Comunità di Pace, servendosi di quelle stesse strutture che le hanno attaccate. La solidarietà internazionale resta isolata e non ha accesso a tali strutture in cui pochi intoccabili decidono ciò che è giusto. Per questo si è deciso di rispondere attraverso l’obbiezione di coscienza "all’ingiustizia strutturale del sistema giuridico colombiano". I leader e gli accompagnatori sono di nuovo le vittime ma e tutta la comunità che fa propria questa rottura.

- Un principio di giustizia. Quando l’inganno e le manipolazioni diventano i pilastri dei processi giuridici, la vittima perde di fatto il diritto alla difesa e le testimonianze diventano un’arma unidirezionale che agisce conto gli interessi della vittima. "Non c’è altra spiegazione se le testimonianze di più di 120 vittime in più di 150 omicidi e più di 250 violazioni dei diritti umani non hanno prodotto alcun risultato […] ed in otto anni neanche un membro della forza pubblica è stato processato[…], mentre, un paramilitare di basso livello coinvolto in alcuni omicidi […] diventa un testimone contro la comunità". Si dovrebbero ammettere altre prove oltre le testimonianze, come i luoghi in cui si sono sempre trovate le basi militari e dove i militari hanno cooperato coi paramilitari.

- Un principio di verità e di memoria. Accettare tante menzogne significherebbe rinnegare la lotta portata avanti per tanti anni e la memoria di chi per certi ideali di giustizia è stato ucciso.

- Un principio politico. Attraverso lo strumento giudiziario si cerca di distruggere l’esperienza politica della Comunità di Pace

Nel documento si conclude che date le motivazioni di tipo politico, giuridico, etico, di verità e memoria si rifiuta di proseguire per la via giudiziaria che da otto anni avrebbe già deciso la condanna della Comunità e che avrebbe sempre giudicato i suoi membri come dei guerriglieri da annientare, e per tali motivi la Comunità di San José decide:

- Il rifiuto del diritto alla difesa di fronte alla giustizia colombiana. Non verranno assunti avvocati difensori nei processi (né verrà accettato l’avvocato d’ufficio), non presenteranno né testimoni, né deposizioni su quella che è la propria versione dei fatti, né alcuna prova ma i membri della Comunità si dichiareranno obiettori di coscienza. A supporto di tale posizione si chiede la solidarietà nazionale ed internazionale.

- La resistenza alle diverse forme di pressione ed agli omicidi. Per cui si richiede il supporto e la solidarietà di quanti sono stati vicini alla Comunità in questi anni.

Il documento si conclude motivando la rottura col sistema giudiziario colombiano con un richiamo ai principi di coerenza, dignità e giustizia e con un appello alla solidarietà verso quanti sono morti per mantenere e difendere una vita dignitosa all’interno della Comunità di San José de Apartadó.


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NO TENEMOS OTRA OPCION
MAS QUE SER COHERENTES

(Constancia Pública de rompimiento de Justicia de la Comunidad de Paz de San José de Apartadó)

El proceso de la comunidad ha tenido un recorrido histórico en donde se ha dejado constancia de innumerables acciones y muertes en contra de nuestro proceso; todas estas constancias han buscado dejar en la memoria de la humanidad y de la historia toda una cantidad de atrocidades que se han cometido contra nuestro proceso y contra el campesinado de la zona.

Nuestro proceso ha vivido una diversidad de métodos del terror: desde el asesinato selectivo, hasta las masacres, el desplazamiento, la desaparición, la tortura, las amenazas, la violación de mujeres, la quema de casas, destrucción y exterminio de cosechas, el robo de productos.

Todas estas acciones han tenido un fin claro y ha sido el exterminio de nuestro proceso: más de 14 líderes de nuestra comunidad han sido asesinados en los últimos años, entre ellos cuatro miembros del consejo y 10 coordinadores de dirección del proceso.

Es evidente que se ha buscado el exterminio de la dirección de la comunidad. Pero nos hemos preguntado ¿qué han hecho estos líderes que nos permita señalar el camino que ha llevado la comunidad? lo que se ha hecho es trabajar y formarse, han trabajado en construir un espacio de vida solidario, trabajando comunitariamente, en grupo, viviendo ya no individualmente sino solidariamente. Cuando se comenzaba la comunidad se pensó que nos mataban mas fácil andando solos al campo así que se decidió realizar el trabajo en grupo y desde allí salió la búsqueda de un trabajo conjunto, una producción comunitaria, el tener tierras que fueran de todos, de poder todos vivir en dignidad; fue entonces cuando comenzaron a tildarnos no de que pensáramos como comunistas sino de que éramos comunistas, así nos decía el ejército y que por ello nos tenía que acabar; allí vemos una causa del exterminio de nuestro modo de vida, buscando vida y dignidad pero no solo hablando sino viviéndolo.

Seguíamos mirando y veíamos que cuando asesinaban a líderes y miembros de la comunidad querían que no volviéramos a hablar, que el miedo nos llevara lejos de nuestra tierra; sin embargo, nuestra unidad comunitaria nos ha mantenido juntos, exigiendo y luchando por nuestra tierra. Nos acordamos cómo hace ocho años y aún hoy se habla en Apartadó que nuestras tierras son muy ricas y necesitan de ellas para reactivar sus llamados proyectos, para sacar carbón que es ya propiedad de multinacionales a las que les ha entregado el estado; nos acordamos de maquinaria que llegó para la exploración de hidrocarburos. Pero nosotros somos los dueños y quieren quitarnos las tierras; vemos que nuestro proceso ha mantenido el respeto a lo que nos pertenece no como individuos sino comunidad.

Seguíamos mirando por qué atentaban contra nuestros líderes y nuestra comunidad y veíamos que cuando asesinaban nos decían que nos calláramos que no dijéramos lo que pasaba, sin embargo la comunidad siempre ha dicho lo que ve y da testimonio de ello y no sólo contra la comunidad sino que se ha dejando constancia de los horrores que se han cometido contra la población civil en general. Han querido que no recordemos, que no tengamos memoria; nos decían que una comunidad con memoria buscaba venganza, esto es injusto porque la memoria conlleva a la búsqueda de la justicia y una justicia real no permite acciones de venganza, sino que evita nuevas acciones de terror y es por ello que buscamos alternativas de justicia en nuestro país pero todas nos han desilusionado pues sólo resultan en la estructura de impunidad que tiene nuestro país.

Allí comprendimos que los líderes y miembros de la comunidad habían sido asesinados por defender la vida, por exigir el respeto y el derecho universal a la integridad de cada campesino y esto tiene un costo en nuestro país que es la pena de muerte decretada por la acción criminal del Estado.

Por ello es imposible retroceder ante la búsqueda de justicia que en nuestro país no existe pero que algún día la historia y la humanidad mostrarán ante tanta barbarie; hemos dado más de 120 declaraciones pero no ha servido para nada sino tan sólo para colocar en riesgo a los que declaran y ser amenazados o asesinados y para poder justificarse la justicia colombiana que algo había hecho al escuchar y archivar pero que en realidad no hicieron justicia.

Pero no nos hemos desanimado, seguimos más firmes que nunca y es por ello que se hace necesario mirar la forma de enfrentar una de las estrategias de terror que se están implementando contra las comunidades, además de los desplazamientos que se están realizando, de la tortura, de las amenazas: una estrategia para abrir procesos jurídicos contra líderes de la comunidad.

Ya hemos vivido el inicio de esta estrategia con el montaje que se realizó contra un miembro de nuestra comunidad en febrero de este año y miramos como dejamos constancia en la oficina de derechos humanos de la ONU que lo que se había planeado tenía el objetivo claro de asesinar líderes de nuestra comunidad. Desde aquel momento se descubrió toda una estrategia desde las Fuerzas Militares con la fiscalía en búsqueda de generar una cantidad de montajes en contra de miembros de la comunidad y veíamos que no tenía otro fin sino continuar con la estrategia de exterminio. Sin embargo nuevamente se equivocaba el estado en su caminar de terror ya que nuestra comunidad no es de unos pocos líderes sino que tiene una gran fuerza colectiva; se equivocó también al querer enlodar ocho años de transparencia en un caminar que nos ha dado la legitimidad para exigir a cualquier actor armado el respeto a nuestro proceso y de ello mucha gente a nivel nacional e internacional ha sido testiga. Cualquier persona que conviva con nosotros lo puede apreciar y el encuentro en septiembre este año en San José con mas de 120 personas de organizaciones y comunidades nacionales e internacionales son testigos que pueden decir lo que han visto y vivido.

Pero dentro de esta estrategia lo más cínico y vergonzoso es que hemos dejado constancia de cómo miembros de la comunidad han sido llevados, e instruidos amenazados por el ejército sobre las cosas que tenían que decir para poder sustentar los montajes, pese a ello los miembros de la comunidad se han mantenido firmes a esta búsqueda de vida de la comunidad. Otros han sido torturados para hacer hacerles firmar papeles contra los lideres y realizar declaraciones, a otros se les ofreció dinero; mostrábamos cómo personas de Apartadó que no eran del proceso estaban trabajando con el ejército y el paramilitarismo y realizando estas declaraciones. Como constancia, en el mes de febrero varios testigos dieron testimonios en Vicepresidencia, Cancillería, Fiscalía Nacional, Procuraduría Nacional. Ministerio de Defensa y del Interior, Defensoría, Oficina de Derechos Humanos de la ONU, eran testimonios claros y contundentes sobre estas alianzas de fiscalía y las fuerzas militares en esta labor de crear montajes.

Para realizar acciones que permitieran detener estos planes de montaje y exterminio (ya que en todos los casos se decía que si no funcionaban las judicializaciones se debía acudir al asesinato) el Padre Javier Giraldo instauró una acción de tutela ante diversas instancias, todas ellas la negaron. De igual forma ha realizado varios derechos de petición al presidente sobre esta situación y la continuación de violación de derechos humanos contra la comunidad por parte del accionar conjunto de la Fuerza Publica y los paramilitares sin obtener respuestas efectivas y reales.

En múltiples ocasiones tanto los militares como los paramilitares realizaron reuniones con los conductores que cubren la ruta Apartadó San José y planteaban la estrategia de montajes que venían realizando contra lideres de la comunidad y todo ello ha sido denunciado.

Todo este recorrido muestra una trama de montajes en contra de la comunidad y que indudablemente no existen garantías de defensa, ni de que se de un debido proceso; ante ello no tenemos ninguna otra opción que realizar un rompimiento jurídico; por ello gente que ha estado al frente de nuestra comunidad y acompañándonos en todo este proceso, hacen en este documento publico dicho rompimiento. Hacemos dicha ruptura basándonos en:

- Un principio ético: Dentro de las artimañas judiciales los términos, lo engorroso de los procesos y la facilidad de manipularlos han deslegitimado el sistema de justicia del estado colombiano. Este en vez de impartir justicia a los victimarios se ha convertido en perseguidor de las víctimas y las hace ver como victimarios que atacan al estado. De esta forma valiéndose de argumentos judiciales ha pretendido deslegitimar el accionar de las comunidades y con ello pretende negar a la historia y la humanidad la verdad y la justicia a la cual tienen derecho ante los crímenes de lesa humanidad que se han cometido contra la comunidad.

La Comunidad y los líderes no pueden entrar en ese juego vergonzoso de limpiar una construcción que ya es transparente pero que el Estado ha buscado empañar. Es inútil entrar en esa lógica jurídica donde todas las artimañas están dadas y a donde no tienen acceso más que unos cuantos funcionarios que, sirviéndose de las mismas estructuras que nos han atacado, deciden nuestra suerte. Allí la humanidad no puede ver lo que sucede, la solidaridad internacional está aislada porque son guetos intocables que se erigen como dueños de la verdad. Eticamente no podemos seguir ese juego burdo, sería darle la razón al victimario, como víctimas no tenemos que defender nuestro caminar de resistencia sólo porque el Estado nos quiere hacer ver como los victimarios.

Por ello se hace una objeción de conciencia que se opone a la injusticia estructural del sistema jurídico colombiano; nuestra búsqueda ética sólo quiere desenmascarar ante la historia toda esta cantidad de atropellos que valiéndose del derecho y lo jurídico busca cumplir el objetivo de un Estado que nos ha sembrado el terror: el aniquilamiento de la comunidad.

Asumimos una objeción de conciencia desde una posición ética y lo asumimos con plena conciencia en forma organizada por parte de toda la comunidad; los líderes y acompañantes son nuevamente víctimas pero es toda una comunidad la que asume este rompimiento, no podemos seguirle el juego a la mentira y el engaño, nuestra opción por la verdad y la memoria nos llevan a esta decisión.

- Un principio de justicia. Cuando el engaño y los montajes son los pilares de estos procesos jurídicos, la víctima pierde su derecho a la defensa porque no existe la forma ni la verdadera legitimidad para poder realizar una defensa, las garantías procesales no existen en un estado de derecho como el Colombiano. El testimonio es una arma contra la víctima y esto se hace evidente como lo hemos dejado en constancias desde finales del 2002. No tiene explicación que testimonios de más de 120 víctimas en más de 150 asesinatos cometidos y más de 250 violaciones de derechos humanos contra la comunidad no han dado ningún resultado. En ocho años ni un miembro de la fuerza pública ha sido juzgado a pesar de que siempre han hecho presencia en las salidas de San José, sin embargo ni por omisión han sido juzgados. Unicamente la Fiscalía en todo este crimen de lesa humanidad muestra a un paramilitar de menor grado que estuvo en algunos de los asesinatos y que, peor aún, ahora se convierte en un testigo contra la comunidad. De la misma forma otros testimonios como el del señor Wilson Guzmán, que junto con el ejército y la fiscalía buscaban comprar testigos de la comunidad con dinero y fincas, son claves en estos procesos y comienzan a aparecer testimonios que el estado coloca como desertores, sin ser conocidos en la comunidad ni en la zona. Pero ¿cómo puede extrañarnos una táctica como la compra de testimonios si el testigo sólo tiene que repetir lo que le dicen los mismos militares, grabarse bien su versión y recibe una retribución por ello? es muy fácil conseguir "pruebas" así en una justicia que sirve al victimario.

La comunidad exigió siempre que se buscara justicia contra el crimen de lesa humanidad que se viene haciendo contra ella, y esta búsqueda no podía hacerse sólo basada en el testimonio de las víctimas sino que debían mirarse otras fuentes, como dónde han estado siempre los militares, como las bases paramilitares que se encuentran en acción conjunta con los militares como el caso de los corregimientos de Nueva Antioquia (colindante con San José hacia el norte y perteneciente al municipio de Turbo) y Piedras Blancas (colindante con San José hacia el sur oriente y perteneciente al municipio de Carepa). Estas acciones nunca se hicieron.

Pero ahora un trabajo en transparencia de ocho años de la comunidad, en donde sus frutos son evidentes en organización y dignidad, quiere enlodarse con los testimonios y la estrategia ilegítima de la justicia colombiana. Mientras tanto los victimarios que han mostrado su obra de muerte con tanta sangre, exterminio, desplazamiento, abandono total en las necesidades primarias se coloca como víctima. Los informes de inteligencia militar son las fuentes donde se estructura esta estrategia y pese a que la comunidad ha pedido que se investigaran a las fuerzas Militares que sólo nos han hablado de destrucción de guerrilleros, de aniquilarnos, de participar activamente o por omisión en todas estas acciones de muerte, son ahora ellos quienes colocan los testimonios en nuestra contra. Es indudablemente la injusticia de la justicia colombiana y ante ella nos negamos rotundamente por la búsqueda de una justicia real y universal.

- Un principio de verdad y de memoria. Aceptar este cúmulo de mentiras y montajes, y seguirle ese juego a esta estrategia de muerte, sería negar la verdad por la que hemos luchado durante tantos años, la transparencia por la que hemos vivido diariamente, pero peor aún, estaríamos negando la memoria de nuestros líderes y miembros de la comunidad que cayeron por un proceso al que amaron y entregaron su propia vida. La memoria de este recorrido nos exige dar testimonio coherente de lo que ha sido el proceso y por ello nos negamos a seguir el juego a la mentira, a la amnesia de los victimarios.

- Un principio político. Con esta búsqueda de judicialización se pretende seguir en la línea de extermino de nuestro proceso, que como hemos expresado ha buscado vivir y crear dignidad, vida, autonomía ante los actores armados. Con esta estrategia de judicialización se busca acabar con nuestro caminar, enlodar lo que hemos hecho y nuevamente aislar a nuestros líderes; nuestra construcción de una comunidad que crea vida en dignidad es una posición política que el victimario debe aniquilar, por ello se entiende esa nueva agresión de la judicialización y por ello nos negamos a esta nueva estrategia de terror y muerte que se suma a las demás estrategias de muerte que se han realizado contra la comunidad.

Ante razones de tipo político, jurídico, ético, de verdad y memoria nos rehusamos a seguirle el juego a una justicia de los victimarios que desde hace ocho años nos ha condenado; para ellos siempre hemos sido guerrilleros, comunidad que debe ser acabada, y por ello nos negamos a esta justicia y asumimos:

- Una negación de la defensa ante la justicia Colombiana. Al mostrar este recorrido y estrategia sucia de la justicia, nos negamos a tener defensa en los procesos judiciales contra la comunidad. Significa que no asumimos ningún abogado en estos procesos para nuestra defensa, ni nombrados por nosotros ni de oficio, pues nos declaramos en objeción total de conciencia ante esta trama de muerte y de montajes, por ello nuestro silencio ante la justicia colombiana serán los gritos a voces a la historia y a la humanidad de la verdad. No presentaremos nuestra versión ni la de ningún testigo a favor nuestro, ninguna prueba, ninguna clase de defensa, hacerlo sería seguirle la lógica a la injusticia y a instancias que demuestran su accionar de muerte.

- Nuestras constancias serán públicas a la humanidad y a la historia sobre la verdad de los hechos, nunca a la justicia colombiana. Por ello pedimos la solidaridad nacional e internacional ante esta opción y sabemos que comunidades y organizaciones van en este mismo caminar para evidenciar este juego sucio.

- Una resistencia ante la diversidad de presiones y acciones de muerte, sabemos que nuestra posición es una resistencia muy difícil, pero confiamos en el apoyo de tantos que han caminado con nosotros durante estos ocho años, sabemos que su solidaridad nos acompaña y que comparten con nosotros que no es justo ceder ante tanta injusticia. Por ello apostamos a una justicia alternativa, donde sea la verdad de las víctimas la que de luces a una nueva historia de vida y no la mentira de los victimarios la que determinen un mundo de muerte

Sabemos que esta acción de resistencia como toda acción de resistencia de las comunidades es muy dura, sin embargo nuestros principios éticos por la vida nos conducen a ello, la coherencia de un proceso nos ilumina este camino en búsqueda de la verdad y la justicia, sabemos que el espíritu de la verdad y la memoria de nuestros mártires estará con nosotros en este duro caminar, su coherencia su amor la vida nos darán la fuerza en los momentos mas críticos, y será también la humanidad y la historia quienes escriban y juzguen los horrores de la muerte pero también escriban los derroteros de la vida, por ello sabemos que su solidaridad y su acción en pro del rompimiento jurídico que hoy hacemos permitirán a las víctimas la búsqueda que han hecho y que las ha llevado a sufrir el exterminio la búsqueda de un mundo en dignidad.

Como constancia de ello firmamos como comunidad y acompañantes.

COMUNIDAD DE PAZ DE SAN JOSE DE APARTADO

Noviembre 10 de 2003

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NUEVAMENTE SOMOS GOLPEADOS POR ACCIONES TERRORISTAS

La Comunidad de Paz de San José de Apartadó quiere dejar constancia de nuevos hechos que atentan profundamente a nuestro proceso, los hechos que colocamos a la memoria de la humanidad para que sea ella quien juzgue las atrocidades cometidas contra nuestro proceso son:

El dia 9 de diciembre a las 2:40 p.m. fue interceptado por paramilitares el vehículo de Brigadas Internacionales de Paz a la salida de Apartadó en la carretera hacia San José, en el vehículo se transportaban dos personas de Brigadas Internacionales de Paz quienes acompañaban a un lider de nuestra comunidad.

En el centro de la carretera fue colocado un carruaje con un caballo blanco en el frente de una empacadora a la salida de Apartadó donde casi siempre han salido los paramilitares, el carro de Brigadas al llegar allí freno. En el momento de frenar tres hombres con armas cortas y uno de ellos con una bolsa en la cabeza que le ocultaba el rostro rodearon el vehículo y apuntaron a las personas que se encontraban en el carro. Un cuarto hombre se quedó mas alejado.

Ellos inmediatamente se identificaron como paramilitares y le decían al lider de la comunidad que se bajara que tenían que hablar con él, así mismo le decían a la persona de Brigadas Internacionales de Paz que estaba manejando el vehículo que lo apagara, al no bajarse el lider de nuestra comunidad comenzaron a insultar a las personas que estaban dentro del vehículo.

Imediatamente uno de los paramilitares abrió la ventanilla lateral izquierda del carro de donde extrajo el dinero que llevaba el lider de la comunidad para la comercialización de cacao de la comunidad, asi mismo abrieron la puerta de atrás del carro y cogieron el teléfono satelital de Brigadas el cual nuevamente tiraron en el carro, seguidamente en la parte delantera del carro un paramilitar le quitó los dos celulares que llevaban Brigadas Internacionales de Paz.

Después de ello y con amenazas les dijeron que se quedaran callados que si veían a alguien no dijeran nada. Los paramilitares arrancaron por las plataneras. El carro después de ello arrancó con las dos personas de Brigadas y el lider de la comunidad y en el lugar conocido como Tierra Amarilla ubicado a cinco minutos de donde salieron los paramilitares se encontraban los militares. Alli les comentaron a los militares sobre lo sucedido.

Indudablemente para la comunidad este hecho es una demostración clara de las acciones conexas del parmilitarismo y los militares que siguen actuando en forma clara y contundente contra las comunidades en la zona de Urabá. Estos hechos evidencian la verdad de muerte y terror que se ha sembrado y se sigue sembrando contra las comunidades y que nuestra comunidad desde hace ocho años viene dejando en constancia. Queda claro que la historia de las víctimas no se escribe con engaños como lo pretende hacer el Estado y su accionar paramilitar.

Nosotros las víctimas como muchas víctimas de comunidades de la zona pueden decir claramente la verdad del paramilitarismo que viene actuando en bloqueos, retenes, amenazas, asesinatos, limpiezas sociales que llaman ellos bajo el auspicio de las Fuerzas Militares, Fiscalia y la impunidad total del sistema judicial.

Nuestra comunidad indudablemente sufre un atentado contra:

- Un lider de nuestra comunidad que querian bajar y que indudablemente creemos que tenía como objetivo cumplir las amenazas de muerte contra nuestros líderes, amenazaas hechas por los paramilitares y los militares.

- Contra los acompañantes internacionales ya que su compromiso con la comunidad en su acompañamiento internacional es violado en forma descarada.

- Contra todos los miembros de la comunidad ya que al llevarse los recuros del cacao se esta atentando contra la subsistencia de la comunidad la cual hemos realizado desde una economía alternativa difente a la exclusión del Estado y el olvido a que las a sometido por años, este el quinto atentado contra recursos que la misma comunidad con mucho sufrimiento y trabajo ha podido lograr y tienen como objetivo el poder ahogarnos económicamente y asi poder romper nuestro proceso.

Pese a estos hechos que de nuevo evidencian un ataque político y económico que tienen como fin el exterminio de nuestra comunidad manifestamos nuevamente que estamos mas decididos que nunca a seguir en lo que hemos creido en muchos años que es nuestro proceso de vida, una experiencia de paz en medio de la guerra sin estar con ningun actor armado y viviendo los principios que son inherentes a nuestros miembros la solidaridad, la comunidad. Este nuevo hecho terrible contra nuestro proceso se suma a toda una cantidad de hechos aterradores, pero no nos desanima a caminar por la vida, pedimos la solidaridad nacional e internacional para que exijan al Estado Colombiano parar estos hechos de terror, el apoyo de mucha gente a nuestro proceso nos da la fortaleza para continuar pese a todos estos atentados, por ello finalmente les agradecemos porque sabemos que caminan con nostros en esta búsqueda de verdad, de no impunidad, de espacios diferentes a la guerra por un mundo mas justo.

Comunidad de Paz de San José de Apartadó
Diciembre 10 de 2003)


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