La rivolta di venerdì ha fatto partire il conto alla
rovescia per il regime di Karimov ponendo una serie di sfide alla
stabilità futura dei vicini.
Alma-Ata, Kazakistan –
In forza della propria eccezionale posizione
geopolitica, che ne fa il perno naturale del sistema centrasiatico, la
crisi dell’Uzbekistan preannuncia tempi gravi per l’insieme della
regione. Oltre a confinare con tutte le repubbliche dell’area
(Afghanistan incluso), l’area di residenza degli uzbeki si allarga
bene al di là delle frontiere artificiali apparse con la caduta dell’URSS,
formando delle diaspore compatte, più islamizzate rispetto ai vicini,
site in punti strategici lungo tutto il perimetro dei confini.
Tale situazione è bene evidente dove la Ferghana da
uzbeka diventa kirghiza, nelle città di Patkhabad e Kara-Suu (ex-Il’ičevsk).
Quest’ultima ricorda dalla fine degli anni 90 una specie di Berlino o
Gorizia della guerra fredda: gli uzbeki hanno fatto saltare i ponti sul
fiume Shakhrikhansai e genti da sempre vissute in un’unica comunità
si sono trovate separate da un assurdo ed ermetico confine statale.
Mentre la rivolta di Andijan veniva soffocata nel sangue, la tensione
riemergeva nella parte uzbeka di Kara-Suu, dove sabato sono stati
incendiati la Procuratura e altri edifici pubblici. Ieri mattina la
città è stata accerchiata e ricondotta all’ordine in modo meno
cruento, sembra, che ad Andijian.
Il tutto ha ammassato qualche migliaio di persone
desiderose di trovare rifugio nel lato kirghizo della città. I kirghizi
hanno dato prova di una certa capacità di controllo della situazione
– dovuta più che alle forze dell’ordine alle strutture tradizionali
e a quelle mafiose che hanno affermato il proprio potere dopo la
"rivoluzione di velluto" di marzo. Di fatto i kirghizi non
hanno opposto alcuna resistenza al passaggio dei profughi, 540 secondo
il responsabile ONU da noi raggiunto ieri per telefono. Altre centinaia
di fuggiaschi potrebbero essere presso amici e parenti della numerosa
comunità uzbeka (pari a un terzo della popolazione del sud krighizo,
circa 800.000 persone) e in ogni caso il loro flusso non accenna a
diminuire. Kara-Suu è sita a 20 chilometri da Osh, che è stata qualche
settimana fa il detonatore delle proteste che hanno portato alla fine
del regime di Akaev. Nelle condizioni di caos che continuano a prevalere
in Kirghizia, Osh, dove da anni si rafforza la presenza degli islamismi
dell’Hizb ut-Tahrir, può diventare ora la principale base operativa
per gli oppositori di Karimov.
Da rilevare anche un effetto indiretto dei fatti
uzbeki sulla situazione in Kirghizistan: il ritiro della candidatura
alle presidenziali del prossimo luglio di Felix Kulov, dato da molti
quale favorito. L’ex-prigioniero politico ha giustificato la sua mossa
a sorpresa citando "la fragilità della pace nella nostra
regione" accordandosi con l’attuale capo del governo di
transizione Bakiev per ottenere la guida del governo dopo l’ormai
certa vittoria di quest’ultimo.
Così come il Kirghizistan, gli altri vicini di Taškent
guardano alle difficoltà uzbeke con un misto di preoccupazione e
soddisfazione. Il nazionalismo aggressivo di Karimov aveva avuto effetti
distruttivi per tutti i paesi confinanti. Se questi si sentono ora al
riparo da ulteriori offese da parte uzbeka, d’altro canto la
prospettiva di un crollo improvviso del regime di Karimov suscita
numerose inquietudini.
A doversi preoccupare è soprattutto il Kazakistan.
Per effetto della manna petrolifera e dei prezzi da questa raggiunti
negli ultimi anni, il gigante eurasiatico si è trasformato in una meta
per le masse di disperati create dal crollo dell’URSS nelle quattro
repubbliche meridionali dell’Asia centrale. Le regioni in prossimità
della frontiera con l’Uzbekistan, lunga 2300 km ed ermeticamente
sigillata da venerdì, sono quelle che hanno finora meno goduto dei
petrodollari, e subiscono da anni una crescente pressione demografica e
militare da parte di Taškent. La minoranza etnica uzbeka funge inoltre
da vettore di diffusione per l’islamismo politico. Una buona parte
delle moschee locali è diretta da uzbeki, i quali, anche se si sono
formalmente sottoposti alle autorità religiose kazakistane, sono
comunque oggetto di non pochi sospetti sulla loro lealtà. Ad Alma-Ata
è stata appena pubblicata un’analisi sullo stato delle relazioni
uzbeko-kazakistane. Secondo il suo autore, Rustem Lebekov, l’attuale
crisi ha costituito un importante avvertimento per Astana )capitale
politica del paese). Se la prossima rivolta uzbeka dovesse allargarsi
all’insieme della Ferghana (9 milioni di residenti solo dalla parte di
Taškent), il Kazakistan meridionale verrebbe investito da ondate di
profughi per accogliere le quali non dispone al momento di alcuna
struttura. Ovunque è sempre più inquieta la numerosa diaspora russa.
Relativamente tranquillo resta per il momento il
Tagikistan. Sin dai tempi della guerra civile (1992-97), il paese è di
fatto diviso in signorie locali, le quali riconoscono l’autorità del
presidente Imanali Raxmonov, a sua volta gradito al momento a quasi
tutti gli attori geopolitici presenti nella regione.
In definitiva, se l’attuale regime uzbeko è
riuscito a sventare la rivolta di venerdì, il conto alla rovescia verso
la sua fine è ormai iniziato. E’ irrevocabilmente crollato il sogno
di potenza regionale a lungo coltivato da Karimov e con esso la sua
posizione personale. Da cinque anni a questa parte, Karimov si mantiene
a galla con degli zig-zag fra Mosca e Washington della sua politica
estera. Lo spazio di manovra si è ridotto sempre di più. Gli ultimi
eventi lo hanno esaurito del tutto. Nel frattempo le condizioni della
popolazione hanno raggiunto il limite della sopportazione fisica. Dubbi
permangono solo sul modo in cui il potere del dittatore avrà fine: un’altra
sommossa popolare o una rivolta di palazzo, per la quale i candidati
abbondano. Molto probabilmente quando la situazione non sarà più
controllabile nelle piazze, uno dei molti clan che compongono
attualmente il sistema di potere di Karimov tenterà il colpo d’autoproclamarsi
"potere del popolo". Il successore poi dovrà fare una scelta
definitiva fra i due contendenti esterni all’egemonia nella regione
(la Cina per il momento resta alle spalle di Mosca). E’ anche
possibile che Karimov stesso, sempre più ostaggio degli eventi, scelga
una figura di transizione scelta.
Il punto da tenere presente è che la crisi uzbeka è
il risultato di una tensione soggiacente molto più elevata di quella
del Kirghizistan. Questa si è espressa in una serie di jacquerie
che in forza della frammentazione del territorio hanno per il momento
assunto una forma sostanzialmente incruenta. Al contrario in Uzbekistan
sono 15 anni che si accumulano tensioni violente le quali, data l’elevata
concentrazione demografica non potranno non assumere che esiti più
cruenti
E’ per questo che, nonostante i molti nemici del
regime, nessuno in questo momento è disposto a forzargli la mano. In
particolare, la Russia, i cui media hanno sostanzialmente fatto da cassa
di risonanza per la versione dei fatti del regime, tutta basata sul
fantasma del "fondamentalismo". Pesa anche l’attuale
congiuntura internazionale: proprio alla vigilia del disastro di Andijan
il capo del Servizio di Sicurezza Nazionale russo era intervenuto alla
Duma riaffermando la regia anglosassone delle attuali
"rivoluzioni" post-sovietiche. A differenza che in
Kirghizistan, la Russia ha poi in Uzbekistan cospicui interessi
economici, intensificatisi anch’essi nel corso degli ultimi mesi in
parallelo col ripristino dell’intesa sul piano geopolitico.
Difficilmente quindi, Mosca potrebbe reagire altrimenti.
Gli stessi USA profondamente insoddisfatti del loro
riottoso vassallo regionale (il quale procura non pochi problemi d’immagine
alla politica centrasiatica del "democratizzatore" George Bush),
non sembrano avere, neanche loro e per il momento, nessuna figura
alternativa su cui puntare.