Nelle scorse settimane, i media occidentali hanno
correttamente focalizzato l’attenzione sui sanguinosi fatti avvenuti
nella città uzbeka di Andijan, nella valle del Ferghana, cercando di
fornire delle spiegazioni a quanto stava accadendo.
Con semplificazioni e letture superficiali degli
eventi si è parlato quasi subito di rivolta islamica e di terroristi
jihadisti pronti a rovesciare manu militari il regime autoritario di
Karimov, dimostrando una scarsa attenzione e conoscenza della realtà
dell’area e "cavalcando" la propaganda di regime che
accusava il fondamentalismo islamico.
Alla base della mattanza di Andijan vi sono un
insieme di fattori prettamente locali, concatenati e strettamente
connessi tra loro, sui quali si fondano i motivi che hanno incendiato
improvvisamente (in apparenza!) quest’area.
I fatti di Andijan
Tra il 12 e il 13 maggio, nella città di Andijan una
folla di dimostranti ha assaltato un carcere, con l’obiettivo di
liberare 23 uomini d’affari ingiustamente incarcerati con l’accusa
di appartenere al movimento Akramia, ritenuto una costola del partito
panislamico Hizb ut Tahrir.
Tuttavia le porte del carcere si sono altresi
spalancate per centinaia di persone accusate dalle autorità uzbeke di
wahhabismo o di seguire delle pratiche religiose non ufficialmente
riconosciute dall’autorità religiosa uzbeka: molto spesso si tratta
in realtà di semplici oppositori politici o di vittime di
rastrellamenti miranti alla soppressione delle forme di espressione
religiosa non controllate dal centralismo statale.
Successivamente, la folla di dimostranti si è
riversata nelle strade e nelle piazze reclamando le dimissioni di
Karimov, una maggiore rappresentatività politica, rispetto dei diritti
e riforme economiche per sfuggire a condizioni di vita misera ed
estremamente precarie.
Pur non escludendo a priori la presenza di
fondamentalisti pronti ad incendiare ed esacerbare gli animi, la
reazione del regime karimoviano è stata violenta e spietata: Andijan è
stata cinta d’assedio ed invasa da blindati e forze speciali che hanno
sparato indiscriminatamente sulla folla di dimostranti, coinvolgendo
anche dei semplici civili accorsi per curiosità.
A seguito di questa mattanza, non direttamente
testimoniabile causa l’allontanamento dei media occidentali
obbligatoriamente confinati a Tashkent, centinaia di morti giacevano
sulle strade mentre la situazione tornava lentamente alla normalità;
tuttavia centinaia di persone erano in fuga verso la frontiera con il
Kirghizistan nella speranza di trovare aiuto tra la consistente
minoranza uzbeka presente nell’altra parte della valle del Ferghana.
Cercando di sfuggire alla persecuzione e ai
rastrellamenti delle forze di sicurezza uzbeke, essi si trovarono presi
tra due fuochi per l’opposizione delle guardie di frontiera kirghise e
i posti di blocco delle temibili forze militari uzbeke: si è venuta ben
presto a creare una sorta di emergenza umanitaria con la creazione di
tendopoli per accogliere gli sfollati e i perseguitati, mentre sulla
rivolta di Andijan calava il sipario.
In una conferenza stampa, Islam Karimov ha dichiarato
la responsabilità del fondamentalismo islamico nella tragedia di
Andijan, accusando Hizb ut Tahrir di aver orchestrato una rivolta
islamica mirante al rovesciamento del suo potere: tali accuse sono state
improvvidamente sostenute da USA e Unione Europea, che ambiguamente
hanno anche "espresso preoccupazione" per la violenta
repressione "auspicando un rapido ritorno alla legalità
costituzionale".
Di contorno, il macabro "balletto delle
cifre": oltre 700 morti secondo gli esponenti dell’opposizione e
i media locali indipendenti, un centinaio secondo le autorità uzbeke
che lamentano altresì l’uccisione di esponenti della polizia e dell’esercito
Vediamo ora di focalizzare meglio tali avvenimenti,
cercando di districarci tra letture semplicistiche, versioni
preconfezionate o interpretazioni propagandistiche nel tentativo di
comprendere quanto è realmente accaduto.
In primis, le accuse rivolte da Karimov al movimento
panislamico Hizb ut Tahrir al Islami (partito della
liberazione islamica), organizzazione dichiarata fuorilegge dalle
autorità uzbeke a causa di legami (mai realmente provati) con Al Qaeda;
Walid, portavoce del movimento in esilio a Londra, si è
affrettato a prendere le distanze dalla rivolta di Andijan, dichiarando
l’estraneità di Hizb ut Tahrir e rovesciando le accuse di
responsabilità sulla fallimentare politica economica e sull’autoritaria
restrizione delle libertà personali adottata da Karimov.
Se da un lato, Hizb ut Tahrir non nasconde il suo
obiettivo di rovesciare il regime autocratico di Karimov, per instaurare
un califfato centroasiatico fondato sulla sharia che soppianti regimi
laici sorti con la dissoluzione dell’URSS, allo stesso tempo è
elemento fondante della loro ideologia l’adesione a delle forme
pacifiche e non violente di lotta: dunque soppiantare Karimov con mezzi
pacifici, con la conversione religiosa degli adepti e non con la
violenza jihadista.
In una realtà come quella uzbeka, dove non esiste la
possibilità di una rappresentanza politica per esprimere dissenso od
opposizione alle decisioni del governo, l’attività sotterranea e
clandestina condotta da Hizb ut Tahrir riscuote una crescente adesione
popolare, che rappresenta una sfida alle istanze accentratrici ed
autoritarie dello stato.
Tuttavia, occorre ricordare come negli ultimi anni
dall’ideologia non violenta professata da Hizb ut Tahrir si siano
discostati alcuni adepti che hanno creato dei movimenti come Hizb an
Nusra o Akramia.Per quanto concerne Hizb an Nusra, questo
movimento si è distaccato poiché non condivideva l’efficacia della
lotta non violenta di Hizb ut Tahrir per rovesciare il satrapo al
potere.
Akramia invece, è un movimento creato proprio ad
Andijan nel 1996 da Akram Yuldashev, ora in carcere e ideologo di un
libello intitolato Yimonga Yul (la via per la fede): tale
movimento si discosta ideologicamente dall’ideale panislamico di un
califfato centroasiatico di Hizb ut Tahrir, in quanto prospetta la
creazione di governi islamici a livello locale-nazionale, adattando cosi
i propri obiettivi politici alle specifiche condizioni economiche e
sociali della valle del Ferghana.
La scintilla che ha scatenato le proteste popolari è
stato l’arresto dei 23 uomini d’affari accusati di intrattenere
relazioni con Akramia: in realtà si trattava di imprenditori locali
impegnati in attività caritatevoli atte a lenire le drammatiche
condizioni di povertà dei loro correligionari musulmani della valle del
Ferghana, piuttosto che fiancheggiatori di istanze fondamentaliste e
radicali islamiche. Particolarmente conosciuti ad Andijan, impegnati in
programmi locali di sostegno economico, devoti musulmani ma di istanze
moderate, probabilmente la loro incarcerazione è motivata dal timore
delle autorità statali che il loro ascendente popolare e una brillante
attività economica potessero costituire una pericolosa base di partenza
per una futura attività politica come forza di opposizione.
Di conseguenza, le proteste dei familiari e della
popolazione locale contro questa ingiustificata incarcerazione, e contro
la detenzione di centinaia di presunti wahhabiti locali, è poi
degenerata sia per probabili infiltrazioni di alcuni elementi radicali,
sia per la sconsiderata reazione delle forze di sicurezza uzbeke.
La repressione indiscriminata e violenta di questa
rivolta, che non presentava assolutamente una matrice fondamentalista ed
era essenzialmente popolare e di protesta contro gli abusi del potere
costituito, è avvenuta in un contesto bonificato da scomode presenze
mediatiche e qualche barlume di verità va ricercato nelle drammatiche
testimonianze di collaboratori locali di istituzioni internazionali
(vedi Open Society Institute ed Eurasianet) o di inviati locali (
)
Queste testimonianze parlano di raffiche di
proiettili sparate indiscriminatamente contro i manifestanti,
rastrellamenti ed esecuzioni sommarie di presunti terroristi e di
organizzatori della protesta: alcuni testimoni raccontano che le forze
di sicurezza avrebbero caricato su dei camion i corpi di donne, vecchi e
bambini, lasciando sulla strada i corpi di uomini con delle armi
(secondo alcuni lasciate appositamente dalle forze di sicurezza) per
dimostrare la matrice terrorista e fondamentalista della rivolta di
Andijan.
In realtà, si trattava di una protesta pacifica di
una popolazione esasperata dalla politica governativa di soppressione
del dissenso e di persecuzione poliziesca, impoverita dalle esose
gabelle imposte ai commercianti per alimentare un sistema di endemica
corruzione: la mancanza di qualsivoglia prospettiva di miglioramento
delle condizioni sociali ha spinto migliaia di cittadini in piazza per
chiedere le dimissioni di Karimov.
La rivolta di Andijan non rappresenta certo un
episodio isolato: nei mesi scorsi si erano avute varie avvisaglie dell’imminente
detonazione sociale che covava nella valle del Ferghana.
A novembre, 6mila manifestanti hanno attaccato
violentemente gli edifici governativi a Kokand, Ferghana city, Margilan,
protestando contro le restrittive norme che regolano il commercio
(necessità di ottenere una licenza governativa per il commercio) e i
pesanti dazi sulle importazioni di merci che mettono in ginocchio i
mercanti dei bazar; spinti inoltre dall’esasperazione contro le
vessazioni delle forze di polizia che sequestrano arbitrariamente le
merci e taglieggiano i commercianti.
Tra febbraio e aprile di quest’anno, violente
proteste nella provincia di Jizzakh promosse da contadini e agricoltori
esasperati anch’essi dalle norme restrittive che impediscono lo
sviluppo della piccola proprietà privata: ad esacerbare la protesta la
scomparsa di Shaimanov, leader del partito d’opposizione Ozod
Dehkonlar, partito dei contadini che sta accrescendo il suo seguito
popolare, nonché attivista per i diritti umani. Sempre un mese fa,
notizie di blocchi stradali e manifestazioni di protesta proprio nella
provincia di Andijan contro il dirigismo statale che strangola il
miglioramento delle condizioni economiche della valle del Ferghana.
Anche in questi casi, le autorità statali hanno
giocato la carta del radicalismo islamico, pur essendo palese che le
motivazioni alla base delle proteste popolari erano essenzialmente
economiche e sociali.
Ma agitare lo spauracchio del fondamentalismo
islamico e etichettare con questo marchio ogni forma di opposizione o
protesta sembra garantire la sopravvivenza politica di Islam Karimov,
legittimando dunque ogni sua reazione violenta contro questa minaccia.
La debole reazione delle potenze occidentali e la
posizione attendista della Russia non contribuiranno a far chiarezza sul
massacro di Andijan, e sono chiaramente riconducibili alle implicazioni
connesse alla posizione geopolitica e geostrategica dell’Uzbekistan
nello scacchiere centroasiatico.
Il ruolo di baluardo contro il proliferare del
fondamentalismo islamico che l’Uzbekistan riveste dopo l’undici
settembre lega le mani all’amministrazione Bush, che ha stabilito nel
suolo uzbeko delle importanti basi militari per le operazioni in
Afghanistan.
Per quanto le recenti rimostranze americane contro l’autoritarismo
e il mancato rispetto dei diritti umani da parte delle autorità uzbeke
abbiano determinato un progressivo raffreddamento di Karimov verso gli
USA e un progressivo riavvicinamento alla Russia (per usare un
eufemismo, "meno sensibile alle tematiche del rispetto dei diritti
umani"), gli Stati Uniti necessitano ancora dell’appoggio di
Karimov.
Il rischio di un vuoto di potere che possa essere
riempito dall’affermarsi di una componente islamica radicale, la
ricchezza delle risorse energetiche dell’area, il pericolo di una
destabilizzazione regionale connessa al riemergere dell’Islam,
costituiscono delle solide motivazioni per l’ ingiustificata difesa
dell’operato di Karimov.
A complicare il quadro, il ruolo crescente della
Russia e il miglioramento dei rapporti Putin-Karimov, con il rischio per
gli States di essere estromessi politicamente, militarmente ed
economicamente dall’appettibile "Grande Gioco Centroasiatico".
Islam Karimov è perfettamente conscio del ruolo che
riveste per garantire la stabilità in Asia Centrale e approfitta di
questa sua posizione di forza: nel lungo periodo tuttavia, una
repressione indiscriminata dell’opposizione e del dissenso
determinerà una radicalizzazione della protesta, un esacerbarsi degli
animi che non potrà che sfociare in altre violente manifestazioni.
La mancanza di un opposizione politica che possa
ambire ad un cambio di potere, sul modello kirghiso, contribuisce ad
offuscare le prospettive future: difatti, allo stato attuale delle cose,
una destituzione di Karimov aprirebbe realmente la strada ad una
soluzione di tipo islamico radicale, che non sarebbe certamente
tollerata dalle "democratiche" potenze occidentali.
Essendo banditi i partiti di opposizione, l’Islam
rappresenta l’unica possibilità di convogliare il dissenso: l’appartenenza
religiosa come cemento ideologico di identificazione per l’intera
popolazione uzbeka, che costituirebbe l’unica forma organizzativa
preesistente e riconosciuta a seguito di un eventuale caduta di Karimov
e conseguente vuoto di potere.
Su queste premesse, è plausibile che sulla mattanza
di Andijan cali ben presto il velo dell’oblio: tuttavia l’esplosività
del conflitto sociale in Uzbekistan renderebbe necessarie delle riforme
e dei cambiamenti onde evitare una pericolosa evoluzione da tutti, per
motivi differenti, osteggiata.
Fabio Indeo
20 Maggio 2005