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La "rivoluzione dei tulipani" in Kirghizistan: una transizione incompiuta?

di Fabio Indeo

Sono oramai trascorse alcune settimane dall’improvviso cambiamento istituzionale avvenuto nella repubblica centroasiatica del Kirghizistan, a seguito del quale il presidente in carica Askar Akaev è stato costretto alla fuga, ma il quadro della situazione continua ad essere nebuloso e al momento non sembra intravedersi uno sbocco istituzionale certo.

Indubbiamente, la cosiddetta "rivoluzione dei tulipani" ha rappresentato una consistente novità dinamica nell’evoluzione delle repubbliche dell’Asia centrale e un fattore di notevole rilevanza politica, sia interna che nel quadro internazionale.

Il Kirghizistan infatti è la prima repubblica dell’Asia centrale a sperimentare un ricambio nelle leve del potere dal 1991, anno in cui- a seguito dell’implosione e del dissolvimento dell’impero sovietico- nacquero le attuali cinque repubbliche centroasiatiche.

L’esempio kirghiso potrebbe ben presto suscitare uno spirito di emulazione spingendo le popolazioni delle repubbliche circostanti a richiedere un cambiamento: il Kirghizistan dunque come la prima tessera incuneata nel cuore dell’Asia centrale per un auspicato "effetto domino", destinato a sovvertire i regimi autoritari e immutabili alla guida delle repubbliche centroasiatiche dalla loro indipendenza.

Tuttavia, l’esito di quella che si auspicava fosse una "velvet revolution" resta largamente incerto: nel paese permane una situazione caotica che tende temporaneamente a normalizzarsi, ma si rileva soprattutto un pericoloso vuoto istituzionale, caratterizzato non tanto dall’assenza di centri di potere ma dalla loro duplicazione (due capi di stato -il deposto Akaev costituzionalmente in carica sino alla sua formale rinuncia e il nuovo presidente ad interim Kurmanbek Bakiev-, due parlamenti -quello nuovo, espresso dalle elezioni contestate e quello in carica dal 2000).

La sollevazione popolare che il 24 marzo scorso ha estromesso e costretto alla fuga il presidente kirghiso Askar Akaev, in carica da 14 anni, si inserisce apparentemente lungo il viatico tracciato da Georgia e Ucraina, protagoniste rispettivamente della rivoluzione delle rose e di quella arancione.

In realtà, la "rivoluzione dei tulipani" kirghisa si caratterizza per delle differenze sostanziali evidenti, che riprenderemo analiticamente in seguito: per il momento, possiamo evidenziare la deriva violenta dei dimostranti, rispetto alla natura pacifica delle succitate esperienze rivoluzionarie, e la mancanza di una guida riconosciuta, di un leader alla Yushenko per meglio intenderci.

Vediamo ora di ripercorrere le tappe che hanno portato la più piccola tra le repubbliche centroasiatiche sotto i riflettori del mondo.

Dai brogli elettorali alla rivolta

Quest’anno, cinque milioni di kirghisi erano chiamati ad un doppio appuntamento elettorale di significativa rilevanza: le elezioni legislative a febbraio e le elezioni presidenziali ad ottobre.

A dare un maggior peso a queste consultazioni elettorali era la prospettiva che Akaev, presidente in carica, si riproponeva di non ricandidarsi per un terzo mandato: tale rinuncia schiudeva ovviamente delle allettanti aspettative per l’opposizione kirghisa, che si proponeva di guidare il primo pacifico ed istituzionale ricambio al potere nella breve storia della repubblica.

Se da un lato l’opposizione ad Akaev intendeva ottenere una solida maggioranza parlamentare, per poi indicare un proprio candidato presidente alle consultazioni autunnali, dall’altro invece Akaev, non potendosi ricandidare come presidente secondo la legge costituzionale, ambiva a mantenere il controllo del paese attraverso la candidatura di un fedelissimo che assicurasse il mantenimento della sua linea politica.

Malgrado i richiami degli organismi internazionali (vedi OSCE), per elezioni regolari, libere e trasparenti nel rispetto dei dettami internazionali, e le formali rassicurazioni di Akaev, già a gennaio la situazione si palesava come potenzialmente esplosiva.

Risalgono ad allora le prime manifestazioni contro l’esclusione di Roza Otunbaeva -leader del partito Ata Jurt (patria)- e di altri diplomatici dalle consultazioni legislative: infatti, una legge varata nel novembre 2004 dalla Commissione Elettorale Centrale impediva la candidatura di coloro che non avessero risieduto in suolo kirghiso negli ultimi 5 anni.

Di fronte alle manifestazioni di protesta, Akaev paventava il rischio del "contagio arancione" che poteva minare le fondamenta della democrazia kirghisa e portarla nel baratro della guerra civile, rievocando lo scenario del Tagikistan dei primi anni 90.

Le elezioni legislative del 27 febbraio non dettero tuttavia ad Akaev la maggioranza auspicata nei 75 distretti elettorali, per cui si rese necessario un secondo turno previsto per il 13 marzo. Il mancato successo dei candidati filogovernativi venne ben presto interpretato come segno di disaffezione popolare e di debolezza dell’amministrazione Akaev: fattori questi che rivitalizzarono le ambizioni delle forze di opposizione.

Nelle giorni antecedenti al previsto ballottaggio elettorale, il sud del Kirghizistan venne attraversato da manifestazioni di protesta: nelle città di Jalal Abad, Osh, Uzgen e nella provincia orientale di Naryn si susseguirono le occupazioni degli edifici amministrativi statali, scontri di piazza, blocchi stradali da parte di dimostranti che reclamavano l’annullamento delle elezioni, in quanto irregolari, e le dimissioni di Akaev e dei suoi rappresentanti regionali.

L’OSCE, pur evidenziando dei timidi progressi nel perseguimento dei canoni internazionali di trasparenza, confermava l’esistenza di palesi irregolarità nello svolgimento delle elezioni: mancanza di pluralismo, monopolio presidenziale dei mezzi d’informazione, voti comprati.

Dopo il ballottaggio del 13 marzo, la situazione kirghisa degenera: nel sud del paese fomenta l’insoddisfazione e la volontà di rovesciare l’iniquo sistema clientelare di Akaev, fondato sulla corruzione, brogli elettorali e sistematica manipolazione dell’opinione pubblica.

Mentre gli aeroporti dei Osh e Jalal Abad vengono occupati (per isolare il sud del paese evitando l’arrivo di rinforzi dalla capitale) e prosegue il presidio negli edifici statali, a Jalal Abad i leader dell’opposizione si riuniscono per creare una sorta di governo provvisorio, un sistema parallelo di autorità.

Rendendosi conto che la situazione e le leve del potere gli stanno sfuggendo di mano, Akaev cerca inutilmente di giocare la carta della mediazione, blandendo l’opposizione con delle promesse e invitando le forze di sicurezza a non usare le maniere forti contro i dimostranti.

Invito ampiamente disatteso quando Bishek è stata invasa da circa 20mila dimostranti che hanno occupato la Casa Bianca, sede del governo, della presidenza e del parlamento ; per giorni la capitale è stata messa a ferro e a fuoco da saccheggi, scontri, devastazioni.

Parallelamente a questo "burning and looting" che ha costretto Akaev e la sua famiglia alla fuga, i ribelli hanno occupato anche il palazzo della TV di stato e liberato dal carcere Felix Kulov, leader storico dell’opposizione kirghisa imprigionato nel 2001 dal presidente per estromettere un pericoloso rivale.

Nella stessa notte del 24 marzo diventa operativo il governo provvisorio con Kurmanbek Bakiev capo dello stato e premier ad interim, Kulov ministro degli interni e Roza Otunbaeva agli esteri; la rivoluzione dei tulipani sembrava essersi compiuta.

Ma perché una rivoluzione?

Come abbiamo visto in precedenza, la goccia che ha fatto traboccare il vaso della rivolta popolare kirghisa è da attribuire agli evidenti brogli e alle manipolazioni elettorali; ma a questa causa scatenante si sommano le condizioni di estrema povertà (soprattutto al sud) della popolazione, l’autoritarismo di Akaev, la corruzione e l’oligopolio creato da Akaev a beneficio di sodali e parenti.

Nei primi anni 90, il Kirghizistan veniva definito la "Svizzera dell’Asia centrale", un "isola di democrazia in un mare di autoritarismo" poiché in una comparazione con le repubbliche confinanti si contraddistingueva per un relativo liberalismo, apertura alle privatizzazioni, pluralismo politico, apertura alla società civile. Akaev si poneva dunque come un riformista, tollerante verso l’opposizione politica, rispetto alla brutale repressione che caratterizzava le altre repubbliche centroasiatiche.

Tuttavia, a metà degli anni 90, Akaev si convinse che il suo paese non era sufficientemente pronto ad una modernizzazione e ad un’evoluzione di tipo occidentale; la sua politica divenne fortemente autoritaria, assunse crescenti poteri costituzionali, represse le voci di dissenso politico e i media indipendenti, orientò l’economia e le privatizzazioni ad esclusivo beneficio dei suoi parenti e sostenitori.

Ora, la spinta maggiore che ha condotto nelle piazze la popolazione kirghisa è data dalla necessità di riequilibrare il divario economico e politico nel paese: in termini di rappresentanza politica, il sud è sostanzialmente inesistente nelle istituzioni, pesantemente sbilanciate a favore delle istanze del nord. Situazione che è stata esacerbata sino all’esplosione della rivolta, a causa dalle manipolazioni elettorali compiute per avvantaggiare le candidature dei figli di Akaev e di altri esponenti della classe dirigente già al potere, in modo tale che il presidente potesse blindare la sua successione la potere. Dunque, una repentina sollevazione popolare contro elezioni irregolari ha determinato un importante cambiamento istituzionale che ha portato al potere, per la prima volta nel cuore dell’Asia centrale, le forze dell’opposizione: in realtà, dalla presa del potere emergono evidenti le difficoltà da affrontare, gli intricati nodi politici che i membri dell’opposizione sono chiamati a sciogliere in modo tale che questa transizione possa dirsi compiuta.

Una transizione incompiuta?

Riportare il paese alla normalità era uno dei problemi più urgenti che la nuova dirigenza kirghisa doveva risolvere: la capitale Bishek è stata per giorni in mano a bande di ribelli e violenti, protagonisti di saccheggi, ruberie e di ripetuti scontri con le forze di sicurezza.

Kulov ha egregiamente assolto questo arduo compito, grazie al carisma di cui gode tra il popolo: il suo impegno sembra che abbia per il momento evitato il paventato rischio di una guerra civile tra i "tulipani" e i sostenitori del vecchio presidente.

Ma il pericolo di una controrivoluzione non è certamente venuto meno: Akaev mantiene nel paese un discreto numero di sostenitori (a Kemen, nelle roccaforti del nord), i quali vedono nella presa del potere dei "tulipani" non la volontà di cambiamento ma solamente la bramosia del potere e la possibilità di accaparrarsi beni e proprietà, sostituendosi fedelmente ai dirigenti appena estromessi.

Dunque, la percezione del popolo sull’evoluzione dei fatti del 24 marzo rappresenta una delle principali variabili nell’orientare l’esito della presa del potere dell’opposizione.

Oltre alla necessità di ricostruire la fiducia nella classe media, dei commercianti che hanno subito saccheggi, del popolo terrorizzato dalla guerriglia urbana per le strade, il governo provvisorio deve dare un segnale di mantenimento dell’ordine e di controllo istituzionale affinché il paese si possa prepare a nuove elezioni che conferiscano legittimità agli attuali governanti ad interim.

Tuttavia sotto questo aspetto la situazione permane largamente caotica, caratterizzata da una situazione di "doppiezza istituzionale"; infatti, quale parlamento è chiamato a svolgere funzioni in attesa di nuove elezioni? quello in carica prima delle elezioni o quello eletto alle legislative 2005?

Entrambi con una maggioranza fedele al vecchio presidente, il vecchio parlamento ha stabilito le date per le nuove consultazioni elettorali provocando la reazione dei nuovi eletti; inizialmente, la Corte Suprema ha annullato le elezioni-truffa, verdetto rovesciato dalla Commissione Elettorale Centrale che ha reintegrato il parlamento eletto tra febbraio e marzo 2005. Un parlamento filo-Akaev non è ovviamente gradito alla nuova leadership, che attende le presidenziali del 26 giugno e le legislative fissate per settembre onde disporre di un’ampia legittimità e margini d’azione.

Negli ultimi giorni, si è invece risolta positivamente la questione dei due presidenti formalmente in carica: Akaev, dal suo rifugio moscovita, non riconosceva affatto la sua esautorazione e accusava i ribelli di esacerbare la violenza con il pericolo di una guerra civile; Bakiev è divenuto presidente ad interim per acclamazione ma, legalmente e costituzionalmente, la sua nomina resta illegittima sino alle formali dimissioni di Akaev.

Grazie alla mediazione del presidente del parlamento Tekebayev (unico rappresentante dei nuovi poteri costituzionalmente legittimato secondo Akaev) e alle garanzie offerte dalla nuova leadership, il presidente Askar Akaev il 3 aprile ha formalmente rassegnato le sue dimissioni, sbloccando di fatto l’impasse della vita politica kirghisa.

Ciononostante, persistono delle evidenti lacerazioni all’interno della leadership del governo provvisorio, temporaneamente sopite dalla presa del potere ma destinate a ripercuotersi sulla stabilità della nuova classe dirigente.

La mancanza di unità tra le forze di opposizione era una della carte sulle quali Akaev contava prima della rivoluzione: soprattutto la rivalità tra il presidente Bakiev e il ministro degli interni Kulov è destinata a perpetuarsi sino all’esito delle presidenziali di giugno, alle quali entrambi parteciperanno.

Kulov ha rassegnato le dimissioni dalla carica di ministro, dopo aver realizzato l’obiettivo preposto di riportare l’ordine nel paese:dopo 4 anni di carcerazione ingiusta decisa da Akaev (epoca in cui Bakiev era primo ministro), attende ora una pronuncia dall’autorità giudiziaria che ripulisca la sua fedina penale per poter poi sfidare Bakiev alle presidenziali.

Inoltre Bakiev era primo ministro nel 2002 , quando si verificarono i fatti di Aksy, dove una rivolta popolare per l’ingiusta carcerazione di un leader politico venne repressa nel sangue. Kulov, leader indiscusso dell’opposizione kirghisa per la sua opposizione ad Akaev, era a capo delle forze di polizia che repressero duramente gli scontri interetnici tra uzbeki e kirghisi ad Osh nel 1990.

Roza Otunbaeva, la "pasionaria di Bishek", è stata ministro degli esteri sotto Akaev per poi dedicarsi ad una brillante carriera internazionale come ambasciatrice in Gran Bretagna e all’ONU.

Emerge quindi che la nuova leadership non appare portatrice di istanze di rinnovamento ma è composta, nelle cariche di maggior rilevanza, da "riciclati" che hanno avuto già esperienze di potere. Inoltre, la rapidità con la quale le manifestazioni di protesta sono dilagate dal sud verso la capitale e l’esautorazione dell’amministrazione Akaev hanno colto di sorpresa gli stessi leader dell’opposizione, trovatisi a guidare un paese nel volgere di un giorno senza godere della necessaria legittimazione popolare; dunque, non capipopolo arrivati dalla strada a guidare la rivolta ma un ritorno al loro posto di vecchi dirigenti.

L’assenza di uno Yushenko kirghiso rappresenta di fatto la principale differenza tra la "rivoluzione dei tulipani" e la "rivoluzione arancione" o quella "delle rose": la mancanza di un leader riconosciuto capace di convogliare il consenso popolare.

In Georgia e Ucraina, le manifestazioni di protesta avevano una forma ben organizzata, connotate da gruppi e associazioni studentesche orchestrate da una leadership -riconosciuta e coesa- con un programma politico chiaro; l’impatto mediatico delle loro manifestazioni pacifiche, colorate e non violente è stato rilevante. A Bishkek invece, le immagini di una folla fuori controllo e senza una guida che si scagliava con una sorta di vandalica furia iconoclasta contro i simboli del potere e del consumismo, non ha certamente ottenuto lo stesso impatto, suscitando le critiche dell’OSCE sul carattere violento di questo cambio al vertice.

In Kirghizistan la rivolta è nata nelle aree rurali del sud e si è successivamente propagata nel resto del paese, mentre negli altri due casi presi in esame si è trattato di una rivolta prettamente urbana, sviluppatasi nelle capitali Tbilisi e Kiev. Gran parte dei manifestanti confluiti nella capitale proveniva dalle regioni meridionali, prettamente agricole e più povere rispetto al resto del paese; folla composita di agricoltori e allevatori che ha seminato distruzione al nord del paese, mentre la rivolta nata nelle loro terre d’origine si è espletata in forme sostanzialmente pacifiche, tramite occupazione di edifici pubblici. Il rischio insito in tale comportamento era quello di esacerbare la conflittualità tra il nord e il sud del paese: simili tensioni interregionali si riflettono anche a livello politico, con Kulov che gode di maggior popolarità al sud del paese mentre Bakiev rappresenta le istanze del nord kirghiso, a sottolineare ulteriormente come entrambi abbiano delle difficoltà a porsi come leader universalmente riconosciuti.

Roza Otunbaeva invece, potrebbe incarnare un condiviso compromesso politico tra nord e sud: la sua leadership tende a rafforzarsi sulla base della riconosciuta esperienza internazionale e per i legami che potrebbe intessere con le cancellerie occidentali. Rispetto a Bakiev, che vorrebbe rafforzare i legami con Putin e con le confinanti repubbliche musulmane centroasiatiche, la Otunbaeva darebbe credibilità internazionale al cambio al vertice kirghiso, oltre a mediare tra le istanze liberali e conservatrici emerse nel paese.

Implicazioni geopolitiche e geostrategiche

Le cause che hanno condotto alla rivoluzione dei tulipani sono presenti nelle altre 4 repubbliche dell’Asia centrale; soprattutto Uzbekistan e Turkmenistan si caratterizzano per un forte autoritarismo politico, repressione del dissenso, controllo dei media, povertà diffusa degli strati popolari.

Dunque si palesa evidente la loro preoccupazione in relazione agli avvenimenti occorsi in Kirghizistan, nel timore di un pericoloso contagio che potrebbe estromettere dal potere i vari Karimov, Nazarbayev e Nyazov.

Una delle prime mosse è stata quella di chiudere le frontiere; parallelamente, grazie al controllo di media, sulla rivolta kirghisa è calato un velo di silenzio e la notizia non ha avuto alcuna copertura mediatica. Questi stessi leader sono stati colti di sorpresa dalla rivoluzione dei tulipani e probabilmente non sarebbero in grado di fronteggiare l’improvvisa esplosione di una rivolta simile nei loro paesi.

Sebbene il Kirghizistan non disponga di riserve di petrolio e di gas naturale, a differenza delle repubbliche confinanti, ha progressivamente assunto un ruolo e una posizione geostrategica che sta attirando gli appetiti delle superpotenze; pur essendo la repubblica centroasiatica più povera, ha una collocazione geostrategica tale da essere al centro del "grande gioco", che vede coinvolte Cina e Russia contro U.S.A. e Unione Europea (in misura minore), finalizzato all’estensione della loro influenza sull’appetibile Asia centrale.

Le potenze regionali Cina e Russia hanno inglobato il Kirghizistan nello S.C.O. (Shanghai Cooperation Organisation), una struttura mirante alla cooperazione economica e alla sicurezza regionale il cui fine neppure tanto recondito è quello di estromettere gli americani dall’Asia centrale.

Le potenze occidentali, e gli U.S.A. in primis, con l’obiettivo di estendere la loro influenza sulle risorse dell’area propongono aiuti militari ed economici alle ex repubbliche sovietiche. L’amministrazione Bush ha salutato con favore il cambio al vertice in Kirghizistan, auspicando un rapido ritorno alla normalità per poter poi intessere delle relazioni con la nuova classe dirigente; in realtà, gli U.S.A. avevano sostenuto l’amministrazione Akaev sino a pochi mesi prima…

Dopo l’undici settembre, Akaev divenne uno dei baluardi centroasiatici nella lotta al terrorismo internazionale islamico: a Manas, alla periferia di Bishek, venne creata una base aerea americana di supporto alle truppe impegnate in Afghanistan.

Akaev perseguiva astutamente una politica bilanciata tra Russia ed U.S.A., tanto che entrambe mantengono alla periferia di Biskek due basi aeree (Manas per gli americani e Kant per i russi).

Analogamente a Karimov in Uzbekistan, anche Akaev si è calato eccessivamente nel suo ruolo di baluardo anti islamico instaurando un regime sempre più autoritario e repressivo delle libertà personali. La destituzione di Akaev sembra inserirsi nel "grande gioco centroasiatico", poiché dal rapporto segreto dell’ambasciatore americano Young si desume che gli U.S.A. stiano finanziando i movimenti di opposizione nelle ex repubbliche sovietiche avallando i pacifici e democratici cambi al potere; si parla di finanziamenti per rovesciare l’inoffensivo e debole Kirghizistan affinché costituisca un pesante e preciso ammonimento per i regimi più turbolenti, come quello uzbeko e turkmeno.

La Russia, pur avendo offerto ospitalità al fuggiasco Akaev, ribadisce la sua volontà di collaborare con la nuova dirigenza kirghisa ma esprime preoccupazione per la crescente influenza americana nell’area e per i continui sommovimenti politici che stanno mutando gli assetti di potere precostituiti nelle ex repubbliche sovietiche.

In sostanza, si può facilmente notare come le grandi potenze stiano alla finestra, nel tentativo di interpretare il corso e l’esito della rivoluzione dei tulipani; occorrerà valutare se la nuova classe dirigente sarà capace di traghettare il paese in questa difficile fase di transizione, pacificando gli animi onde evitare un colpo di coda dei fedelissimi del deposto presidente.

Le elezioni presidenziali di giugno saranno la cartina di tornasole per i leader dell’ex opposizione kirghisa, in competizione per la guida del paese e fortemente divisi da profonde rivalità e orientamenti politici.

 

 

Fabio Indeo

Fonti

-"Kyrgyzstan: pre-election controversies", www.cacianalyst.org , 26/01/2005

-"OSCE criticizes oppositions’s actions in Kyrgyzstan", http://www.cacianalyst.org/view_article.php?articleid=3190 , 22/03/2005

-"Kyrgyz government’s control slips, creating dangers and opportunities ",http://www.cacianalyst.org/view_article.php?articleid=3158   , 23/03/2005

-"Cost and benefits of the kyrgyz revolution", http://www.cacianalyst.org/view_article.php?articleid=3194 

-"Fear of orange", www.eurasianet.org , 04/02/2005

-" For kyrgyz president, the parlamentary vote is a family affair", www.eurasianet.org , 10/02/2005

-"Kyrgyzstan: Akaev’s acrid legacy ", www.eurasianet.org , 25/02/2005

-"Managed democracy hits a snag in Kyrgyzstan", www.eurasianet.org , 01/03/2005

-"Akaev benefits from lack of opposition unity", www.eurasianet.org , 08/03/2005

-"No surprises during second round od Kyrgyzstan’s parliamentary elections", www.eurasianet.org , 14/03/2005

-"Kyrgyzstan’s chronic complications", www.eurasianet.org , 18/03/2005

-"Dual power scenario takes hold of Kyrgyzstan", www.eurasianet.org , 22/03/2005

-"Akayev administration collapses in Kyrgyzstan, sending tremors across central Asia", www.eurasianet.org , 24/03/2005

-"Kyrgyzstan revolution: be careful what you wish for", www.eurasianet.org , 25/03/2005

-"Bush administation welcomes the kyrgyz revolution", www.eurasianet.org , 29/03/2005

-"Kyrgyz provisional government struggles to consolidate authority", www.eurasianet.org , 30/03/2005

-"Dai posti di potere alla rivolta: gli insorti alla ricerca di un leader", Repubblica, 25 marzo 2005

-"Kirghizistan, morte e saccheggi; Akaev: un golpe ritornerò" Repubblica, 26 marzo 2005

 

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