Sono oramai trascorse alcune settimane dall’improvviso
cambiamento istituzionale avvenuto nella repubblica centroasiatica
del Kirghizistan, a seguito del quale il presidente in carica
Askar Akaev è stato costretto alla fuga, ma il quadro della
situazione continua ad essere nebuloso e al momento non sembra
intravedersi uno sbocco istituzionale certo.
Indubbiamente, la cosiddetta "rivoluzione
dei tulipani" ha rappresentato una consistente novità
dinamica nell’evoluzione delle repubbliche dell’Asia centrale
e un fattore di notevole rilevanza politica, sia interna che nel
quadro internazionale.
Il Kirghizistan infatti è la prima repubblica
dell’Asia centrale a sperimentare un ricambio nelle leve del
potere dal 1991, anno in cui- a seguito dell’implosione e del
dissolvimento dell’impero sovietico- nacquero le attuali cinque
repubbliche centroasiatiche.
L’esempio kirghiso potrebbe ben presto
suscitare uno spirito di emulazione spingendo le popolazioni delle
repubbliche circostanti a richiedere un cambiamento: il
Kirghizistan dunque come la prima tessera incuneata nel cuore dell’Asia
centrale per un auspicato "effetto domino", destinato a
sovvertire i regimi autoritari e immutabili alla guida delle
repubbliche centroasiatiche dalla loro indipendenza.
Tuttavia, l’esito di quella che si auspicava
fosse una "velvet revolution" resta largamente
incerto: nel paese permane una situazione caotica che tende
temporaneamente a normalizzarsi, ma si rileva soprattutto un
pericoloso vuoto istituzionale, caratterizzato non tanto dall’assenza
di centri di potere ma dalla loro duplicazione (due capi di stato
-il deposto Akaev costituzionalmente in carica sino alla sua
formale rinuncia e il nuovo presidente ad interim Kurmanbek
Bakiev-, due parlamenti -quello nuovo, espresso dalle elezioni
contestate e quello in carica dal 2000).
La sollevazione popolare che il 24 marzo scorso
ha estromesso e costretto alla fuga il presidente kirghiso Askar
Akaev, in carica da 14 anni, si inserisce apparentemente
lungo il viatico tracciato da Georgia e Ucraina, protagoniste
rispettivamente della rivoluzione delle rose e di quella
arancione.
In realtà, la "rivoluzione dei
tulipani" kirghisa si caratterizza per delle differenze
sostanziali evidenti, che riprenderemo analiticamente in seguito:
per il momento, possiamo evidenziare la deriva violenta dei
dimostranti, rispetto alla natura pacifica delle succitate
esperienze rivoluzionarie, e la mancanza di una guida
riconosciuta, di un leader alla Yushenko per meglio intenderci.
Vediamo ora di ripercorrere le tappe che hanno
portato la più piccola tra le repubbliche centroasiatiche sotto i
riflettori del mondo.
Dai brogli elettorali alla rivolta
Quest’anno, cinque milioni di kirghisi erano
chiamati ad un doppio appuntamento elettorale di significativa
rilevanza: le elezioni legislative a febbraio e le elezioni
presidenziali ad ottobre.
A dare un maggior peso a queste consultazioni
elettorali era la prospettiva che Akaev, presidente in carica, si
riproponeva di non ricandidarsi per un terzo mandato: tale
rinuncia schiudeva ovviamente delle allettanti aspettative per l’opposizione
kirghisa, che si proponeva di guidare il primo pacifico ed
istituzionale ricambio al potere nella breve storia della
repubblica.
Se da un lato l’opposizione ad Akaev
intendeva ottenere una solida maggioranza parlamentare, per poi
indicare un proprio candidato presidente alle consultazioni
autunnali, dall’altro invece Akaev, non potendosi ricandidare
come presidente secondo la legge costituzionale, ambiva a
mantenere il controllo del paese attraverso la candidatura di un
fedelissimo che assicurasse il mantenimento della sua linea
politica.
Malgrado i richiami degli organismi
internazionali (vedi OSCE), per elezioni regolari, libere e
trasparenti nel rispetto dei dettami internazionali, e le formali
rassicurazioni di Akaev, già a gennaio la situazione si palesava
come potenzialmente esplosiva.
Risalgono ad allora le prime manifestazioni
contro l’esclusione di Roza Otunbaeva -leader del
partito Ata Jurt (patria)- e di altri diplomatici dalle
consultazioni legislative: infatti, una legge varata nel novembre
2004 dalla Commissione Elettorale Centrale impediva la candidatura
di coloro che non avessero risieduto in suolo kirghiso negli
ultimi 5 anni.
Di fronte alle manifestazioni di protesta,
Akaev paventava il rischio del "contagio arancione" che
poteva minare le fondamenta della democrazia kirghisa e portarla
nel baratro della guerra civile, rievocando lo scenario del
Tagikistan dei primi anni 90.
Le elezioni legislative del 27 febbraio non
dettero tuttavia ad Akaev la maggioranza auspicata nei 75
distretti elettorali, per cui si rese necessario un secondo turno
previsto per il 13 marzo. Il mancato successo dei candidati
filogovernativi venne ben presto interpretato come segno di
disaffezione popolare e di debolezza dell’amministrazione Akaev:
fattori questi che rivitalizzarono le ambizioni delle forze di
opposizione.
Nelle giorni antecedenti al previsto
ballottaggio elettorale, il sud del Kirghizistan venne
attraversato da manifestazioni di protesta: nelle città di Jalal
Abad, Osh, Uzgen e nella provincia orientale di Naryn si
susseguirono le occupazioni degli edifici amministrativi statali,
scontri di piazza, blocchi stradali da parte di dimostranti che
reclamavano l’annullamento delle elezioni, in quanto irregolari,
e le dimissioni di Akaev e dei suoi rappresentanti regionali.
L’OSCE, pur evidenziando dei timidi progressi
nel perseguimento dei canoni internazionali di trasparenza,
confermava l’esistenza di palesi irregolarità nello svolgimento
delle elezioni: mancanza di pluralismo, monopolio presidenziale
dei mezzi d’informazione, voti comprati.
Dopo il ballottaggio del 13 marzo, la
situazione kirghisa degenera: nel sud del paese fomenta l’insoddisfazione
e la volontà di rovesciare l’iniquo sistema clientelare di
Akaev, fondato sulla corruzione, brogli elettorali e sistematica
manipolazione dell’opinione pubblica.
Mentre gli aeroporti dei Osh e Jalal Abad
vengono occupati (per isolare il sud del paese evitando l’arrivo
di rinforzi dalla capitale) e prosegue il presidio negli edifici
statali, a Jalal Abad i leader dell’opposizione si riuniscono
per creare una sorta di governo provvisorio, un sistema parallelo
di autorità.
Rendendosi conto che la situazione e le leve
del potere gli stanno sfuggendo di mano, Akaev cerca inutilmente
di giocare la carta della mediazione, blandendo l’opposizione
con delle promesse e invitando le forze di sicurezza a non usare
le maniere forti contro i dimostranti.
Invito ampiamente disatteso quando Bishek è
stata invasa da circa 20mila dimostranti che hanno occupato la
Casa Bianca, sede del governo, della presidenza e del parlamento ;
per giorni la capitale è stata messa a ferro e a fuoco da
saccheggi, scontri, devastazioni.
Parallelamente a questo "burning and
looting" che ha costretto Akaev e la sua famiglia alla fuga,
i ribelli hanno occupato anche il palazzo della TV di stato e
liberato dal carcere Felix Kulov, leader storico
dell’opposizione kirghisa imprigionato nel 2001 dal presidente
per estromettere un pericoloso rivale.
Nella stessa notte del 24 marzo diventa
operativo il governo provvisorio con Kurmanbek Bakiev
capo dello stato e premier ad interim, Kulov ministro degli
interni e Roza Otunbaeva agli esteri; la rivoluzione dei tulipani
sembrava essersi compiuta.
Ma perché una rivoluzione?
Come abbiamo visto in precedenza, la goccia che
ha fatto traboccare il vaso della rivolta popolare kirghisa è da
attribuire agli evidenti brogli e alle manipolazioni elettorali;
ma a questa causa scatenante si sommano le condizioni di estrema
povertà (soprattutto al sud) della popolazione, l’autoritarismo
di Akaev, la corruzione e l’oligopolio creato da Akaev a
beneficio di sodali e parenti.
Nei primi anni 90, il Kirghizistan veniva
definito la "Svizzera dell’Asia centrale", un
"isola di democrazia in un mare di autoritarismo"
poiché in una comparazione con le repubbliche confinanti si
contraddistingueva per un relativo liberalismo, apertura alle
privatizzazioni, pluralismo politico, apertura alla società
civile. Akaev si poneva dunque come un riformista, tollerante
verso l’opposizione politica, rispetto alla brutale repressione
che caratterizzava le altre repubbliche centroasiatiche.
Tuttavia, a metà degli anni 90, Akaev si
convinse che il suo paese non era sufficientemente pronto ad una
modernizzazione e ad un’evoluzione di tipo occidentale; la sua
politica divenne fortemente autoritaria, assunse crescenti poteri
costituzionali, represse le voci di dissenso politico e i media
indipendenti, orientò l’economia e le privatizzazioni ad
esclusivo beneficio dei suoi parenti e sostenitori.
Ora, la spinta maggiore che ha condotto nelle
piazze la popolazione kirghisa è data dalla necessità di
riequilibrare il divario economico e politico nel paese: in
termini di rappresentanza politica, il sud è sostanzialmente
inesistente nelle istituzioni, pesantemente sbilanciate a favore
delle istanze del nord. Situazione che è stata esacerbata sino
all’esplosione della rivolta, a causa dalle manipolazioni
elettorali compiute per avvantaggiare le candidature dei figli di
Akaev e di altri esponenti della classe dirigente già al potere,
in modo tale che il presidente potesse blindare la sua successione
la potere. Dunque, una repentina sollevazione popolare contro
elezioni irregolari ha determinato un importante cambiamento
istituzionale che ha portato al potere, per la prima volta nel
cuore dell’Asia centrale, le forze dell’opposizione: in
realtà, dalla presa del potere emergono evidenti le difficoltà
da affrontare, gli intricati nodi politici che i membri dell’opposizione
sono chiamati a sciogliere in modo tale che questa transizione
possa dirsi compiuta.
Una transizione incompiuta?
Riportare il paese alla normalità era uno dei
problemi più urgenti che la nuova dirigenza kirghisa doveva
risolvere: la capitale Bishek è stata per giorni in mano a bande
di ribelli e violenti, protagonisti di saccheggi, ruberie e di
ripetuti scontri con le forze di sicurezza.
Kulov ha egregiamente assolto questo arduo
compito, grazie al carisma di cui gode tra il popolo: il suo
impegno sembra che abbia per il momento evitato il paventato
rischio di una guerra civile tra i "tulipani" e i
sostenitori del vecchio presidente.
Ma il pericolo di una controrivoluzione non è
certamente venuto meno: Akaev mantiene nel paese un discreto
numero di sostenitori (a Kemen, nelle roccaforti del nord), i
quali vedono nella presa del potere dei "tulipani" non
la volontà di cambiamento ma solamente la bramosia del potere e
la possibilità di accaparrarsi beni e proprietà, sostituendosi
fedelmente ai dirigenti appena estromessi.
Dunque, la percezione del popolo sull’evoluzione
dei fatti del 24 marzo rappresenta una delle principali variabili
nell’orientare l’esito della presa del potere dell’opposizione.
Oltre alla necessità di ricostruire la fiducia
nella classe media, dei commercianti che hanno subito saccheggi,
del popolo terrorizzato dalla guerriglia urbana per le strade, il
governo provvisorio deve dare un segnale di mantenimento dell’ordine
e di controllo istituzionale affinché il paese si possa prepare a
nuove elezioni che conferiscano legittimità agli attuali
governanti ad interim.
Tuttavia sotto questo aspetto la situazione
permane largamente caotica, caratterizzata da una situazione di
"doppiezza istituzionale"; infatti, quale parlamento è
chiamato a svolgere funzioni in attesa di nuove elezioni? quello
in carica prima delle elezioni o quello eletto alle legislative
2005?
Entrambi con una maggioranza fedele al vecchio
presidente, il vecchio parlamento ha stabilito le date per le
nuove consultazioni elettorali provocando la reazione dei nuovi
eletti; inizialmente, la Corte Suprema ha annullato le
elezioni-truffa, verdetto rovesciato dalla Commissione Elettorale
Centrale che ha reintegrato il parlamento eletto tra febbraio e
marzo 2005. Un parlamento filo-Akaev non è ovviamente gradito
alla nuova leadership, che attende le presidenziali del 26 giugno
e le legislative fissate per settembre onde disporre di un’ampia
legittimità e margini d’azione.
Negli ultimi giorni, si è invece risolta
positivamente la questione dei due presidenti formalmente in
carica: Akaev, dal suo rifugio moscovita, non riconosceva affatto
la sua esautorazione e accusava i ribelli di esacerbare la
violenza con il pericolo di una guerra civile; Bakiev è divenuto
presidente ad interim per acclamazione ma, legalmente e
costituzionalmente, la sua nomina resta illegittima sino alle
formali dimissioni di Akaev.
Grazie alla mediazione del presidente del
parlamento Tekebayev (unico rappresentante dei nuovi
poteri costituzionalmente legittimato secondo Akaev) e alle
garanzie offerte dalla nuova leadership, il presidente Askar Akaev
il 3 aprile ha formalmente rassegnato le sue dimissioni,
sbloccando di fatto l’impasse della vita politica kirghisa.
Ciononostante, persistono delle evidenti
lacerazioni all’interno della leadership del governo
provvisorio, temporaneamente sopite dalla presa del potere ma
destinate a ripercuotersi sulla stabilità della nuova classe
dirigente.
La mancanza di unità tra le forze di
opposizione era una della carte sulle quali Akaev contava prima
della rivoluzione: soprattutto la rivalità tra il presidente
Bakiev e il ministro degli interni Kulov è destinata a
perpetuarsi sino all’esito delle presidenziali di giugno, alle
quali entrambi parteciperanno.
Kulov ha rassegnato le dimissioni dalla carica
di ministro, dopo aver realizzato l’obiettivo preposto di
riportare l’ordine nel paese:dopo 4 anni di carcerazione
ingiusta decisa da Akaev (epoca in cui Bakiev era primo ministro),
attende ora una pronuncia dall’autorità giudiziaria che
ripulisca la sua fedina penale per poter poi sfidare Bakiev alle
presidenziali.
Inoltre Bakiev era primo ministro nel 2002 ,
quando si verificarono i fatti di Aksy, dove una rivolta popolare
per l’ingiusta carcerazione di un leader politico venne repressa
nel sangue. Kulov, leader indiscusso dell’opposizione kirghisa
per la sua opposizione ad Akaev, era a capo delle forze di polizia
che repressero duramente gli scontri interetnici tra uzbeki e
kirghisi ad Osh nel 1990.
Roza Otunbaeva, la "pasionaria di Bishek",
è stata ministro degli esteri sotto Akaev per poi dedicarsi ad
una brillante carriera internazionale come ambasciatrice in Gran
Bretagna e all’ONU.
Emerge quindi che la nuova leadership non
appare portatrice di istanze di rinnovamento ma è composta, nelle
cariche di maggior rilevanza, da "riciclati" che hanno
avuto già esperienze di potere. Inoltre, la rapidità con la
quale le manifestazioni di protesta sono dilagate dal sud verso la
capitale e l’esautorazione dell’amministrazione Akaev hanno
colto di sorpresa gli stessi leader dell’opposizione, trovatisi
a guidare un paese nel volgere di un giorno senza godere della
necessaria legittimazione popolare; dunque, non capipopolo
arrivati dalla strada a guidare la rivolta ma un ritorno al loro
posto di vecchi dirigenti.
L’assenza di uno Yushenko kirghiso
rappresenta di fatto la principale differenza tra la
"rivoluzione dei tulipani" e la "rivoluzione
arancione" o quella "delle rose": la mancanza di un
leader riconosciuto capace di convogliare il consenso popolare.
In Georgia e Ucraina, le manifestazioni di
protesta avevano una forma ben organizzata, connotate da gruppi e
associazioni studentesche orchestrate da una leadership
-riconosciuta e coesa- con un programma politico chiaro; l’impatto
mediatico delle loro manifestazioni pacifiche, colorate e non
violente è stato rilevante. A Bishkek invece, le immagini di una
folla fuori controllo e senza una guida che si scagliava con una
sorta di vandalica furia iconoclasta contro i simboli del potere e
del consumismo, non ha certamente ottenuto lo stesso impatto,
suscitando le critiche dell’OSCE sul carattere violento di
questo cambio al vertice.
In Kirghizistan la rivolta è nata nelle aree
rurali del sud e si è successivamente propagata nel resto del
paese, mentre negli altri due casi presi in esame si è trattato
di una rivolta prettamente urbana, sviluppatasi nelle capitali
Tbilisi e Kiev. Gran parte dei manifestanti confluiti nella
capitale proveniva dalle regioni meridionali, prettamente agricole
e più povere rispetto al resto del paese; folla composita di
agricoltori e allevatori che ha seminato distruzione al nord del
paese, mentre la rivolta nata nelle loro terre d’origine si è
espletata in forme sostanzialmente pacifiche, tramite occupazione
di edifici pubblici. Il rischio insito in tale comportamento era
quello di esacerbare la conflittualità tra il nord e il sud del
paese: simili tensioni interregionali si riflettono anche a
livello politico, con Kulov che gode di maggior popolarità al sud
del paese mentre Bakiev rappresenta le istanze del nord kirghiso,
a sottolineare ulteriormente come entrambi abbiano delle
difficoltà a porsi come leader universalmente riconosciuti.
Roza Otunbaeva invece, potrebbe incarnare un
condiviso compromesso politico tra nord e sud: la sua leadership
tende a rafforzarsi sulla base della riconosciuta esperienza
internazionale e per i legami che potrebbe intessere con le
cancellerie occidentali. Rispetto a Bakiev, che vorrebbe
rafforzare i legami con Putin e con le confinanti repubbliche
musulmane centroasiatiche, la Otunbaeva darebbe credibilità
internazionale al cambio al vertice kirghiso, oltre a mediare tra
le istanze liberali e conservatrici emerse nel paese.
Implicazioni geopolitiche e geostrategiche
Le cause che hanno condotto alla rivoluzione
dei tulipani sono presenti nelle altre 4 repubbliche dell’Asia
centrale; soprattutto Uzbekistan e Turkmenistan si caratterizzano
per un forte autoritarismo politico, repressione del dissenso,
controllo dei media, povertà diffusa degli strati popolari.
Dunque si palesa evidente la loro
preoccupazione in relazione agli avvenimenti occorsi in
Kirghizistan, nel timore di un pericoloso contagio che potrebbe
estromettere dal potere i vari Karimov, Nazarbayev e Nyazov.
Una delle prime mosse è stata quella di
chiudere le frontiere; parallelamente, grazie al controllo di
media, sulla rivolta kirghisa è calato un velo di silenzio e la
notizia non ha avuto alcuna copertura mediatica. Questi stessi
leader sono stati colti di sorpresa dalla rivoluzione dei tulipani
e probabilmente non sarebbero in grado di fronteggiare l’improvvisa
esplosione di una rivolta simile nei loro paesi.
Sebbene il Kirghizistan non disponga di riserve
di petrolio e di gas naturale, a differenza delle repubbliche
confinanti, ha progressivamente assunto un ruolo e una posizione
geostrategica che sta attirando gli appetiti delle superpotenze;
pur essendo la repubblica centroasiatica più povera, ha una
collocazione geostrategica tale da essere al centro del
"grande gioco", che vede coinvolte Cina e Russia contro
U.S.A. e Unione Europea (in misura minore), finalizzato all’estensione
della loro influenza sull’appetibile Asia centrale.
Le potenze regionali Cina e Russia hanno
inglobato il Kirghizistan nello S.C.O. (Shanghai Cooperation
Organisation), una struttura mirante alla cooperazione economica e
alla sicurezza regionale il cui fine neppure tanto recondito è
quello di estromettere gli americani dall’Asia centrale.
Le potenze occidentali, e gli U.S.A. in primis,
con l’obiettivo di estendere la loro influenza sulle risorse
dell’area propongono aiuti militari ed economici alle ex
repubbliche sovietiche. L’amministrazione Bush ha salutato con
favore il cambio al vertice in Kirghizistan, auspicando un rapido
ritorno alla normalità per poter poi intessere delle relazioni
con la nuova classe dirigente; in realtà, gli U.S.A. avevano
sostenuto l’amministrazione Akaev sino a pochi mesi prima…
Dopo l’undici settembre, Akaev divenne uno
dei baluardi centroasiatici nella lotta al terrorismo
internazionale islamico: a Manas, alla periferia di Bishek,
venne creata una base aerea americana di supporto alle truppe
impegnate in Afghanistan.
Akaev perseguiva astutamente una politica
bilanciata tra Russia ed U.S.A., tanto che entrambe mantengono
alla periferia di Biskek due basi aeree (Manas per gli americani e
Kant per i russi).
Analogamente a Karimov in Uzbekistan, anche
Akaev si è calato eccessivamente nel suo ruolo di baluardo anti
islamico instaurando un regime sempre più autoritario e
repressivo delle libertà personali. La destituzione di Akaev
sembra inserirsi nel "grande gioco centroasiatico",
poiché dal rapporto segreto dell’ambasciatore americano Young
si desume che gli U.S.A. stiano finanziando i movimenti di
opposizione nelle ex repubbliche sovietiche avallando i pacifici e
democratici cambi al potere; si parla di finanziamenti per
rovesciare l’inoffensivo e debole Kirghizistan affinché
costituisca un pesante e preciso ammonimento per i regimi più
turbolenti, come quello uzbeko e turkmeno.
La Russia, pur avendo offerto ospitalità al
fuggiasco Akaev, ribadisce la sua volontà di collaborare con la
nuova dirigenza kirghisa ma esprime preoccupazione per la
crescente influenza americana nell’area e per i continui
sommovimenti politici che stanno mutando gli assetti di potere
precostituiti nelle ex repubbliche sovietiche.
In sostanza, si può facilmente notare come le
grandi potenze stiano alla finestra, nel tentativo di interpretare
il corso e l’esito della rivoluzione dei tulipani; occorrerà
valutare se la nuova classe dirigente sarà capace di traghettare
il paese in questa difficile fase di transizione, pacificando gli
animi onde evitare un colpo di coda dei fedelissimi del deposto
presidente.
Le elezioni presidenziali di giugno saranno la
cartina di tornasole per i leader dell’ex opposizione kirghisa,
in competizione per la guida del paese e fortemente divisi da
profonde rivalità e orientamenti politici.
Fabio Indeo
Fonti
-"Kyrgyzstan: pre-election controversies",