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Attentati in Uzbekistan: terrorismo internazionale o esasperazione popolare?

di Fabio Indeo

in corso di pubblicazione su http://www.relazioninternazionali.it

Alla fine dello scorso mese di marzo, l’Uzbekistan è stato scosso da una serie di attentati ed esplosioni concentrate soprattutto nella capitale Tashkent: avvenimenti comparabili per gravità alle esplosioni del febbraio 1999, culminate con il fallito attentato ai danni del presidente uzbeko Karimov.

Per quattro giorni, esplosioni e raffiche di arma da fuoco hanno fatto temere il peggio per la stabilità della repubblica centroasiatica, diventata di cruciale importanza nello scacchiere della geopolitica mondiale a seguito della campagna militare degli U.S.A. per stanare i seguaci di Al-Qaeda in Afghanistan.

Per la concessione del suolo uzbeko all’installazione di basi americane e per il conseguente sostegno di Bush alla politica del presidente Karimov, le responsabilità degli attentati sono ricadute da subito sul tentativo del fondamentalismo islamico internazionale di destabilizzare l’asse uzbeko –americano.

In realtà, a tre mesi da questi avvenimenti che sono costati la vita a 13 civili, 10 poliziotti e 33 terroristi, non sono ancora sufficientemente chiare le cause che hanno scatenato questa escalation di violenza: ma soprattutto non vi sono certezze sulle finalità perseguite dai possibili responsabili e quali fossero i reali obiettivi da colpire.

Ad intricare ulteriormente il quadro, si tenga presente la rigida morsa censoria che attanaglia la stampa uzbeka e la conseguente carenza di notizie provenienti da fonti indipendenti: infatti, sugli attentati di marzo sono circolate una serie di informazioni "confezionate" ad arte e diffuse dai media, e le "certezze" espresse dai centri di potere, in modo tale che l’intera responsabilità ricadesse sul fenomeno che maggiormente preoccupa il presidente Islam Karimov: il radicalismo islamico.

Per essere più precisi, da anni il governo uzbeko cerca di osteggiare la diffusione dell’ "Islam parallelo", cioè il professare la propria fede e i propri rituali religiosi in maniera indipendente rispetto ai dettami governativi: in Uzbekistan infatti esiste un rigido controllo statale sulla religione (da qui la contrapposizione tra Islam ufficiale e Islam parallelo ereditata dalla dominazione sovietica), che prevede l’esistenza di un apposito ministero per gli affari religiosi (chiamato muftyat) incaricato di dettare la linea ufficiale da seguire in materia di culto.

Nel tentativo di far luce su questi avvenimenti cruenti, cercherò di descriverli attenendomi alla realtà dei fatti, per poi cercare successivamente di delineare quali possono state le cause e le responsabilità presunte e possibili.

In relazione agli avvenimenti intercorsi tra il 28 marzo e il 1 aprile di quest’anno le uniche certezze, desumibili per la coincidenza tra le versioni fornite dalle autorità di sicurezza e quelle delle fonti indipendenti, riguardano il martirio di due donne immolatesi in esplosioni non contemporanee nel bazar di Chorsu, il più frequentato della capitale, che hanno provocato la morte di 19 persone.

Sempre a Tashkent sono state registrate altre due esplosioni che hanno colpito degli agenti di polizia: una di queste esplosioni sarebbe però avvenuta nei pressi della residenza del presidente uzbeko, malgrado le smentite successivamente propinate dalla stampa filo-governativa.

Lo stesso giorno, i media governativi hanno annunciato l’esplosione di un palazzo a Buchara (città culturalmente e linguisticamente tagika ma inglobata nella repubblica uzbeka a seguito della risistemazione territoriale dell’Asia centrale voluta da Stalin nel 1924): si ipotizza che tale edificio fosse utilizzato come covo dai terroristi, e che questi abbiano preferito farsi saltare in aria piuttosto che arrendersi alle forze di polizia che avevano circondato l’area.

Parallelamente a queste notizie ufficiali vi sono un’insieme di notizie non verificabili, che se venissero confermate accrescerebbero i dubbi sulla futura stabilità politica e sulla sicurezza nazionale della repubblica centroasiatica.

Testimoni oculari riferiscono di ripetuti scontri a fuoco tra forze di polizia e terroristi, di numerose esplosioni udite in differenti punti della capitale, di autobombe che avrebbero spazzato via dei posti di blocco della polizia: addirittura si paventava l’esistenza di un autobomba che avrebbe dovuto far esplodere la diga di Chorvak, con il rischio di inondare Tashkent.

Si parla inoltre di una forte esplosione avvenuta nella città di Andijan, roccaforte del conservatorismo islamico nella valle del Ferghana, principale area di propagazione dell’Islam "non ufficiale"o parallelo.

Su questi episodi non confermati dalle autorità sono state imbastite delle versioni di comodo tendenti a minimizzare l’accaduto, a celare la reale portata di quanto stava accadendo: ad esempio, la chiusura del bazar di Chorsu è stata giustificata con motivi inerenti un’ispezione sanitaria, le esplosioni spacciate da parte della polizia come semplici fughe di gas, la presenza di pattuglie con le sirene spiegate giustificate come svolgimento di normali esercitazioni…

A coprire il tutto con il velo dell’oblio, la forza mediatica del servizio informativo statale: se in un intervento televisivo del 29 marzo il presidente Karimov si diceva certo della responsabilità dell’internazionale islamica del terrore negli attentati appena avvenuti, dal giorno successivo non è stata più prestata alcuna attenzione alle ulteriori esplosioni e agli scontri a fuoco che ancora si udivano in città. Nella tv uzbeka veniva mostrata la visita di stato di Karimov in Lituania, mentre si rincorrevano le smentite degli apparati statali sulle notizie, ritenute destabilizzanti e lesive della reputazione del paese, che invece circolavano freneticamente tra gli organi di stampa esteri, principalmente russi.

Ma chi ha interesse a destabilizzare il paese? Ovviamente il sospetto non poteva che ricadere sugli estremisti islamici: tale convinzione veniva alimentata dalle dichiarazioni e dalle accuse degli organi governativi uzbeki, riprese e sostenute dal Dipartimento di Stato americano, che hanno interpretato gli attacchi come un tentativo di destabilizzazione dell’asse uzbeko-americano impegnato nella lotta al terrorismo internazionale fondamentalista.

Per Karimov, il verificarsi di questi attentati ha costituito l’occasione per un ulteriore giro di vite sulle libertà individuali, soprattutto sulla libera espressione del fenomeno religioso che egli intende invece porre sotto controllo statale, temendo che l’autonomia degli influenti capi religiosi possa costituire una minaccia destabilizzante al suo potere; mentre gli Stati Uniti, in nome della necessità di avere un fido alleato in Asia centrale nella lotta contro la centrale afgana del terrorismo internazionale fondamentalista, tollerano la politica autoritaria uzbeka limitandosi a dei richiami formali,

auspicando una necessaria apertura della società alle fondamentali libertà individuali e al rispetto dei diritti umani.

Si andava dunque profilando una resa dei conti tra il governo uzbeko e i suoi nemici interni: il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (I.M.U.) e Hizb ut-Tahrir.

Questi due movimenti islamici radicali sono stati immediatamente additati come i responsabili dei 4 giorni di scontri dei mesi scorsi, concepiti come strumenti operativi di una strategia di destabilizzazione connessa al terrorismo islamico internazionale: tuttavia non si hanno delle prove certe sul loro coinvolgimento, anzi emergono una serie di dubbi e perplessità connesse ad un loro eventuale ruolo operativo.

L’I.M.U. è un organizzazione fondamentalista islamica bandita da anni dalle autorità uzbeke: si ritiene sia stata l’artefice del fallito attentato a Karimov nel 1999, a seguito del quale è stata obbligata a trasferire le sue basi nel nord dell’Afghanistan, territorio nel quale sembra (non esiste una prova certa) sia stato ucciso da un bombardamento americano il suo capo militare Juma Namangani.

Oggi l’I.M.U. lavora per riorganizzare le proprie fila, sotto la guida del suo capo militare Tohir Yuldashev: sono provati i suoi legami organizzativi con Al Qaeda e la comunanza di obiettivi, miranti alla costituzione di un medievale califfato islamico centroasiatico.

Hizb ut Tahrir è invece un movimento islamico che per quanto si sia sempre dichiarato improntato ai principi della non violenza, è stato bandito dalle autorità uzbeke. L’obiettivo principale di Hizb è il rovesciamento dei regimi corrotti delle società centroasiatiche, Karimov in primis, e soppiantarli con l’istituzione di un califfato che unifichi le popolazioni musulmane dell’Asia centrale. Per quanto svolga clandestinamente attività di proselitismo in maniera pacifica, con la diffusione di volantini critici sull’attività governativa, sembra tuttavia difficile ipotizzare il perseguimento dell’ambizioso obiettivo di rovesciare Karimov ed istituire un califfato attraverso mezzi pacifici: infatti, taluni esperti sospettano che oggi Hizb ut Tahrir abbia abbandonato l’opzione operativa non violenta.

Per quanto entrambe le organizzazioni islamiche estremiste osteggino la politica di Karimov, i loro esponenti non hanno avanzato rivendicazioni sulle 4 giornate di fuoco: in realtà gli esperti nutrono forti dubbi in relazione ad un loro coinvolgimento, contraddicendo di fatto le certezze delle forze di sicurezza uzbeke, dubbi corroborati da constatazione della realtà dei fatti.

Infatti, i terroristi erano scarsamente equipaggiati e le loro armi migliori erano state sottratte precedentemente negli scontri con la polizia: inoltre le bombe utilizzate erano fabbricate artigianalmente e avevano un potenziale limitato.

Sembra difficile credere che fossero realmente coinvolti degli esponenti dell’ l’I.M.U. o di Hizb, organizzazioni costrette ad agire in clandestinità ai confini dell’Uzbekistan, dotate però di una solida infrastruttura organizzativa capace di reperire armi in abbondanza per azioni eclatanti e miranti al perseguimento di obiettivi precisi: infatti, un’altra rimostranza avanzata dagli esperti riguarda la mancanza di una strategia precisa, coordinata e di lungo periodo da parte degli attentatori.

Se realmente si fosse trattato di terroristi appartenenti alle frange dell’internazionale jihadista, essi probabilmente avrebbero cercato di immolarsi in luoghi affollati allo scopo di provocare il maggior numero di vittime (come in realtà è successo nel bazar di Chorsu).

In seguito agli attentati esplosivi, la reazione delle autorità di sicurezza uzbeke è stata quella di proclamare una sorta di stato di emergenza, istituendo dei posti di blocco e di fatto bloccando la circolazione nella città di Tashkent, sottoposta a misure definite "speciali".

Nei giorni successivi, si è registrato un ulteriore inasprimento della politica di restrizioni delle libertà fondamentali, culminata con una campagna di arresti ovviamente mirata verso i presunti responsabili degli attentati: i fedeli musulmani.

Oltre 50 persone sono state arrestate con l’accusa di wahhabismo, che nella terminologia del governo uzbeko implica l’appartenenza all’islamismo radicale, categoria nella quale però vengono forzatamente inclusi i fedeli che si discostano dall’Islam ufficiale e professano l’Islam puro e scevro dal controllo statale.

Da tempo le organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani (Human Right Watch in particolare) lamentano la detenzione di circa 7000 fedeli musulmani incarcerati negli ultimi anni senza accuse circostanziate, se non quella di professare e aderire a dei rituali religiosi espressione dell’Islam parallelo (osteggiato da Karimov): ma questa è solamente un aspetto dell’indiscriminata politica di persecuzione religiosa rivolta contro i fedeli musulmani. La finalità politica di tale campagna è di ridurre al silenzio e punire i musulmani che si oppongono al controllo statale sulla religione: l’obiettivo prioritario è di impedire agli Ulāma e ai leader spirituali musulmani l’insegnamento e la predicazione che si discosti dai dettami sanciti dall’autorità statale.

Malgrado l’attivismo degli apparati di stato nell’individuazione dei responsabili, concentrando le indagini esclusivamente sul coinvolgimento dell’internazionalismo islamico militante, molti esperti ritengono tuttavia che le cause siano endogene, riconducibili cioè a delle motivazioni interne e strettamente connesse alla politica intrapresa da Karimov.

Ovviamente sia il presidente che il suo entourage si sono affrettati a smentire tale eventualità, sottolineando invece la strategia di destabilizzazione prodotta da una cospirazione islamica internazionale ai suoi danni e contro l’asse strategico con gli U.S.A., ponendo dunque l’accento su dei coinvolgimenti esterni alla realtà uzbeka.

Questa convinzione del governo uzbeko veniva contrapposta alle ipotesi avanzate da coloro che interpretavano l’esplosione di violenza come una reazione al rigido controllo governativo sulla vita economica, politica e sociale della nazione o come una esasperata rivolta contro la brutalità e la violenza delle forze di polizia, braccio operativo della politica governativa.

Prendendo spunto da alcune riflessioni ed osservazioni sugli avvenimenti intercorsi, si riesce a dare consistenza a queste ipotesi e se ne rafforza la loro portata ed importanza.

Anzitutto non sembra confutabile l’osservazione che nell’obiettivo degli attentatori vi fossero le forze di polizia: esempio sintomatico di tale assunto, il lasso di tempo intercorso tra l’esplosione della prima e della seconda donna kamikaze nel bazar di Chorsu, trappola per far confluire la polizia nel luogo della prima esplosione per provocare poi una strage con la seconda. Inoltre molti degli attacchi erano mirati contro le stazioni di polizia: l’esplosione del palazzo ad Andijan è avvenuta in una sede delle forze di sicurezza, e non è stata una fuga di gas in un appartamento privato come sostenuto dalle autorità.

Il risentimento popolare contro l’operato delle forze di polizia è sempre più diffuso: accusate di corruzione, di brutalità ed abusi soprattutto da parte dei piccoli venditori che vengono taglieggiati e viene impedito loro di creare una per loro necessaria economia parallela di sussistenza per supplire al rigido controllo statale sull’economia.

Piuttosto che cercare dei legami con il terrorismo internazionale, la realtà dei fatti sembra far propendere per una protesta di massa, un tentativo di innescare una rivolta popolare frutto della frustrazione generata dalle restrizioni delle libertà individuali: un espressione popolare di disaccordo e di reazione per la mancanza di un dialogo con le autorità, da parte di coloro che perdono giorno per giorno la speranza di un possibile cambiamento delle loro condizioni.

Comparando inoltre le notizie fatte circolare dai media governativi con le testimonianze raccolte dalla stampa indipendente, si rilevano altre utili informazioni atte a confermare le "radici locali" degli attentati. L’attenzione degli esperti viene focalizzata sulla città di Buchara, in quanto la maggior parte dei terroristi uccisi proveniva da questa città a sud-ovest di Tashkent: sempre in questa città è avvenuta l’esplosione di un edificio dove si erano asserragliati dei terroristi e all’interno del quale è stato ritrovato un quantitativo notevole di esplosivo.

Buchara dunque come centro delle operazioni terroristiche? In realtà, ciò che è avvenuto a Buchara è semplicemente una combinazione "esplosiva" tra l’esasperazione per la mancanza di prospettive economiche e l’assenza di rappresentanza politica e la reazione dei familiari ed amici per la detenzione immotivata di alcuni musulmani loro parenti, vittime della campagna persecutoria contro l’Islam "non ufficiale".

A suffragare l’ipotesi che si tratti di una reazione antigovernativa interna piuttosto che una cospirazione terrorista internazionale, vi è la rivendicazione avanzata da un nuovo e sconosciuto gruppo, Islamic Jihad : sicuramente un gruppo di matrice islamico radicale ma le cui radici affondano nella disperazione data dalla mancanza di prospettive economiche, dalla negazione del godimento delle libertà fondamentali e soprattutto dall’impedimento di poter liberamente professare il loro credo religioso.

Un autorevole parere sull’ipotetico coinvolgimento dell’islamismo radicale nei recenti avvenimenti uzbeki è stato fornito da Olivier Roy, direttore del French National Center of Scientific Research nonché autore di importanti libri come "l’Asie centrale ou la fabrications des nations".

Secondo questo profondo conoscitore dell’Asia centrale, il problema principale consiste nell’incapacità occidentale di distinguere tra internazionalismo jihadista e nazionalismo islamico: anch’egli avanza serie perplessità sul coinvolgimento dell’internazionalismo islamico nei recenti attentati di Tashkent.

Roy afferma che i gruppi che si battono per la propagazione dello jihad sul piano internazionale hanno degli obiettivi e finalità sovranazionali, gli aderenti solitamente svolgono le loro attività di proselitismo e di violenza attiva lontano dalle loro patrie di origine, il loro scopo precipuo è quello di colpire interessi o obiettivi prettamente occidentali.

Applicando tali assunti agli attentati in questione, si può rilevare come l’accusa rivolta ai fondamentalisti islamici risulti fragile: gli obiettivi erano solamente uzbeki e la maggioranza degli attentatori coinvolti proveniva da Buchara, città a sud-ovest di Tashkent.

Inoltre Roy ha confutato una principali prove a sostegno della tesi sul coinvolgimento dell’islamismo fondamentalista internazionale, cioè l’utilizzo della strategia terroristica fondata sull’utilizzo degli attacchi suicidi (donne kamikaze nel caso del bazar di Chorsu). La realtà attuale dell’Uzbekistan, le condizioni politiche, economiche e sociali nelle quali la maggior parte degli individui sono costretti a vivere esacerbano l’esasperazione di chi ormai ha ben poco da perdere: rimarcando poi come, soprattutto da parte delle donne, il suicidio e l’immolarsi rappresentino in Asia centrale una delle più tradizionali ed estreme forme di protesta.

(ad esempio per opporsi alla tradizione dei matrimoni combinati, il suicidio femminile come forma di protesta e di ripudio verso questa arcaica consuetudine).

Il sostegno incondizionato degli U.S.A. alla linea politica di Karimov, baluardo degli interessi americani in Asia centrale, pone la maggior potenza mondiale in una scomoda posizione di ambiguità: vi è un impellente necessità di avviare un processo di democratizzazione e di apertura alle riforme e gli americani potrebbero condizionare i loro aiuti al rispetto dei diritti umani piuttosto che limitarsi a degli sterili richiami formali.

D’altro canto, Karimov negli ultimi tempi non ha celato la sua intenzione di rovesciare la politica di alleanza con l’occidente, fastidiosamente attento sulla questione democratica, per cercare un riavvicinamento con la Russia, meno "sensibile"alla retorica della democratizzazione. In questo caso gli appetiti geopolitici dei russi sull’Uzbekistan non sono inerenti al controllo delle risorse energetiche ma al ruolo di potenza militare dell’Asia centrale di cui l’Uzbekistan si può fregiare. Ad ostacolare tale riavvicinamento, l’eccessiva indipendenza e critiche mosse dai media russi sull’operato del governo Karimov.

L’attuale situazione dell’Uzbekistan impone la necessaria adozione di una serie di riforme politiche (offrendo rappresentatività politica alle forze di opposizione), economiche (allentando il giogo statale sull’economia) e sociali (garantire il godimento delle fondamentali libertà individuali, il rispetto dei diritti umani e la libera professione religiosa): senza di queste, l’esasperazione popolare sfocierà con frequenza in improvvise manifestazioni di violenza e il terreno diverrà sempre più fertile per le predicazioni salvifiche dei mullah più oltranzisti, unico punto di riferimento tradizionale in un contesto sociale da ricostruire.

Luglio 2004-07-08 Fabio Indeo

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