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Interventi internazionali --> Asia centrale --> La rivitalizzazione dell’Islam in Asia centrale: Uzbekistan e Tagikistan.

 


La rivitalizzazione dell’Islam in Asia centrale: Uzbekistan e Tagikistan.

Cos’è l’Asia centrale?

Agli occhi dei non addetti ai lavori, l’Asia centrale è concepita come un insieme di popolazioni di fede musulmana dislocate in cinque repubbliche dal nome impronunciabile e dall’impossibile collocazione geografica: Uzbekistan, Tagikistan, Kirghisistan, Kazakhstan, Turkmenistan, nomi che ai più non dicono nulla, legati all’esotismo di terre lontane con le quali si pensa di non avere nulla da spartire.

La generale condivisione di importanti aspetti storici e linguistici, di valori religiosi e culturali comuni tra le popolazioni, erroneamente induce a sminuire l’esistenza autonoma degli stati nazionali indipendenti, sorti dal collasso dell’U.R.S.S., e a svalutare le diversità presenti per una più comoda generalizzazione del contesto.

Negli ultimi anni l’interesse verso quest’area è cresciuto, per una serie di interconnesse motivazioni: da un lato per fenomeni non certo edificanti, come la recrudescenza del terrorismo internazionale e del fondamentalismo militante islamico; dall’altro lato, si è sviluppato un interesse più settoriale, relativo alla collocazione geostrategica dell’Asia centrale, area di passaggio per oleodotti e gasdotti di vitale importanza per l’economia occidentale, e per le immense risorse di “oro nero”, e risorse naturali in genere. Questa ricchezza ha attratto gli appetiti delle superpotenze economiche mondiali, che cercano di ritagliarsi uno spazio per risollevare le loro economie, disinteressandosi delle condizioni di vita delle popolazioni locali, estromesse dal godimento di tali risorse 

In queste repubbliche di recente indipendenza l’instaurarsi di regimi autoritari, che reprimono ogni voce di dissenso e bandiscono ogni forma di opposizione politica organizzata, ha creato le condizioni per una radicalizzazione della religione. Tradizionale punto di riferimento per le popolazioni delle aree rurali, a tal punto da permeare la loro quotidianità, sempre più spesso l’aderenza alla religione sta diventando l’unica possibilità di esprimere il dissenso contro le politiche governative. Il motivo per cui l’approfondimento sulla tematica della “rivitalizzazione dell’Islam in Asia centrale” sia stata contestualizzata all’Uzbekiston Respublikasi [1], è dovuta all’esaustività del caso: infatti in Uzbekistan è emerso un Islam militante “non ufficiale” di una certa rilevanza, con epicentro la valle del Ferghana, area rurale povera e sovrappopolata, tradizionale arena per le predicazioni degli Ulāma rurali. [2] 

Gli argomenti trattati

Nel primo capitolo si è cercato di dare un impronta storica al percorso compiuto dalle popolazioni centroasiatiche: partendo da alcune tappe dell’islamizzazione (risalente al VII secolo) che ha accomunato queste aree sino all’indipendenza del 1991, passando per l’assoggettamento allo zarismo e all’esperimento di ingegneria sociale posto in essere dai bolscevichi. Il 1924, con la politica delle nazionalità voluta da Stalin, viene certificato come l’atto di nascita delle attuali repubbliche centroasiatiche. Viene altresì messa in risalto l’importanza e il ruolo della religione islamica come fonte di legittimazione del potere per le costituende repubbliche indipendenti, nella cornice di vuoto ideologico manifestatasi con il crollo dell’U.R.S.S. 

Nel secondo capitolo cominciano ad essere delineati gli aspetti propri dell’Islam in Asia centrale, risultato di un singolare sincretismo con credenze preesistenti. Particolare attenzione è stata prestata agli aspetti tradizionali della quotidianità delle comunità rurali: il ruolo dei mazars o luoghi santi come alternativa alle moschee, l’importanza dell’istituto familiare e il ruolo della donna, la mahalla o comunità di vicinato[3]. L’ultimo paragrafo del capitolo è dedicato all’emergere di sentimenti di appartenenza sovranazionali fondati sulla lingua comune (panturchismo), religione comune (panislamismo) o cultura comune (panturanesimo), percepiti, dallo zarismo prima e dai bolscevichi poi, come una minaccia alle loro velleità espansionistiche. Nel terzo capitolo vengono messe in evidenza le fasi di repressione e persecuzione dell’Islam nella società ateista bolscevica [4] e il consolidarsi dell’importante dualismo Islam ufficiale- Islam parallelo: in pratica una contrapposizione tra l’Islam controllato dallo stato e l’Islam tradizionale, legato alla quotidianità, delle comunità rurali. Interessante è poi l’analisi relativa al modo in cui i musulmani russi professavano il loro credo sotto l’ateismo bolscevico, una sorta di compromesso tra queste due ideologie: come conciliare il rispetto degli obblighi del buon musulmano con i dettami della società bolscevica.

L’ultimo capitolo è il pilastro fondante dell’analisi effettuata, in quanto mette in luce le cause, il retroterra culturale che ha determinato la rivitalizzazione dell’Islam, i cui prodromi emergono alla fine degli anni 60: questo spirito di rinascita religiosa si affermò pienamente tra la politica di tolleranza intrapresa da Gorbaciov e l’emergere delle repubbliche centroasiatiche indipendenti. [5] 

Con l’indipendenza, la componente musulmana cercò di strutturarsi come organizzazione politica incontrando la resistenza della classe politica al potere: in Uzbekistan, il presidente Karimov (che aderì necessariamente all’Islam ufficiale per legittimarsi al potere) si opponeva poiché voleva impedire delle iniziative politiche che sfuggissero al suo controllo.[6] Negli anni successivi si assistette ad una radicalizzazione dell’Islam, causata in larga parte dalle politiche repressive poste in essere dai regimi autoritari degli stati indipendenti, conseguenza del perpetrarsi della dicotomia tra Islam ufficiale e parallelo ereditata dai sovietici.[7]

Conclusioni

Dopo aver delineato la situazione attualmente vigente nelle repubbliche indipendenti dell’Asia centrale, si ricava un impressione di sostanziale incomprensione della realtà esistente, da parte degli stessi attori centroasiatici.

La religione musulmana è un fattore identitario e di appartenenza fortemente radicato e sentito tra le popolazioni, talmente connaturato che non può essere sradicato per mezzo di politiche repressive o limitative della libertà di culto e di coscienza. Risulta evidente come l’adozione di misure persecutorie verso la comunità di credenti non abbia altra conseguenza che quella di esacerbare gli animi e il risentimento popolare, radicalizzando la loro protesta.

Ho concluso il mio lavoro ponendomi due interrogativi, importanti e funzionali per cercare di divinare l’assetto futuro delle giovani repubbliche centroasiatiche indipendenti. 

Quali possono essere i risultati di una politica repressiva contro la religione nel lungo periodo?

In riferimento a questo interrogativo, ritengo sia più confacente porre inizialmente l’accento non sui risultati di tale politica ma sull’”oggetto” di tale persecuzione.

In una società come quella uzbeka, dove non esistono partiti di opposizione, dove non sono ammesse forme di dissenso contro la politica governativa, la disapprovazione alla politica di Karimov deve necessariamente trovare una fonte d’espressione, deve trovare un viatico che la canalizzi. Se tali canali mancano, è ovvio che la religione possa assurgere a questo fine, rappresentando nella sua forma più radicale l’unica opportunità di convogliare il malcontento e l’opposizione popolare contro l’autoritarismo di stato.

Sintomatico ed esplicativo di tale assunto è la situazione della valle del Ferghana, dove le azioni condotte dalle forze di polizia per la repressione del radicalismo religioso avvengono con frequenza: regione povera e sovrappopolata, dove i giovani non hanno speranza di condurre uno stile di vita adeguato, dove non esistono prospettive di miglioramento o di realizzazione personale, ne svaghi ne soprattutto lavoro, è comprensibile che la popolazione sia attratta dall’unico punto di riferimento tradizionale, la religione.[8] Nella valle del Ferghana sono drammaticamente evidenti le conseguenze dell’economia pianificata: i contadini delle aree rurali vivono in condizioni di estrema povertà e se le condizioni economiche non miglioreranno, è plausibile che come reazione essi appoggino il radicalismo islamico come forma di protesta. 

D’altro canto, la persecuzione indiscriminata dei musulmani in quanto tali, con arresti indiscriminati di semplici fedeli accusati di appartenere ad organizzazioni fondamentaliste, la chiusura forzata di moschee e luoghi di preghiera (impedendo in questo modo a tutti i credenti la possibilità di frequentare i loro luoghi di culto) determina che l’adesione al radicalismo religioso assuma l’espressione di una forma di protesta contro il regime, l’unica possibile.

Dopo l’escalation di violenza culminata con il fallito attentato a Karimov nel 1999, espressione di una radicalizzazione della contrapposizione tra stato ed Islam sfociata in aperta attività terroristica, attualmente si vive una fase di stallo, di transizione, anche per l’irruzione sulla scena centroasiatica di un importante attore: gli U.S.A.

Infatti, a seguito della campagna militare statunitense in Afghanistan per colpire la rete di Al-Qaeda e il terrorismo islamico internazionale, le fazioni del radicalismo islamico hanno dovuto necessariamente limitare le loro attività: IMU ed  Hizb Ut-Tahrir dunque sono costrette sulla difensiva, a riorganizzare le loro fila. [9] 

Per quanto concerne i risultati di una simile attività repressiva nel lungo periodo, la situazione potrebbe realmente risultare esplosiva: dove può condurre questa situazione di latente conflittualità se non vi sarà un attenuazione della persecuzione generalizzata, un miglioramento delle condizioni socio economiche della popolazione, la rinascita di una società politica espressione del multipartitismo o perlomeno delle diverse istanze rappresentate?  Senza una soluzione della conflittualità interna, difficilmente si può sperare che la deriva violenta dei fondamentalisti venga meno. 

Se questa è la situazione attuale, è lecito porsi un altro quesito: le cause dell’attuale conflittualità affondano le radici su politiche errate intraprese nel passato? 

Non si può non notare che la contrapposizione tra autorità statale e attivismo militante islamico in Uzbekistan rappresenti ancora oggi il dualismo imposto dai sovietici tra Islam ufficiale ed Islam parallelo. Come nel periodo bolscevico, la volontà dell’autorità statale di controllare il fenomeno religioso, statalizzandolo, determinò la rinascita religiosa nelle aree rurali, maggiormente legate ad una concezione dell’Islam di tipo tradizionale che permeava la loro quotidianità e ogni aspetto della loro vita. Alla repressione bolscevica con la chiusura delle moschee, i mullah e i credenti ovviarono officiando la ritualità e la preghiera nei mazars rurali: la stessa volontà di far studiare all’estero dei giovani mullah, per accattivarsi l’appoggio del mondo musulmano, si ripercosse contro i sovietici, poiché al ritorno in patria predicavano la visione puritana dell’ideologia dei Fratelli Musulmani. 

Il dualismo tra Islam ufficiale e Islam parallelo venne adottato pienamente da Karimov, che necessitava di una fonte di legittimazione per il suo potere al raggiungimento dell’indipendenza. Come abbiamo visto la sua adesione all’Islam era funzionale a questo scopo, e alla necessità di controllarne l’evoluzione: per cui osteggerà ogni forma di organizzazione politica dell’Islam non ufficiale, proprio perché sarebbe sfuggita al suo controllo.

I musulmani rurali hanno sempre percepito come un imposizione aliena l’autorità spirituale delle Muftiat, anche perché i mullah rurali condividevano la loro quotidianità, a essi si potevano rivolgere quando necessitavano; il rapporto tra il fedele e colui che rappresentava l’autorità religiosa era più intimo, non era una entità lontana e per giunta sotto controllo statale. Il permanere di una società tradizionale, dove prevalgono ancora dei legami di tipo familiare, renderà molto improbabile una riduzione dell’influenza di questi predicatori rurali, anche se perseguiti dalla legge come avviene oggi. 

Cercando di analizzare le cause che sono alla base dell’adesione ad un’ideologia radicale, ad un modo estremista di intendere la religione, permette di smontare le letture semplicistiche che spesso riguardano il fenomeno: non si tratta soltanto di fanatici o di seguaci di una religione violenta, ma spesso è la mancanza di una prospettiva futura, di un aspettativa di vita perlomeno decente a spingere molti giovani all’estremismo religioso.

                                                                                               Fabio Indeo

 


Note


[1] Analisi che è stata necessariamente estesa anche al Tagikistan, per le profonde interrelazioni storiche e culturali esistenti tra queste due repubbliche.

[2] Senza dimenticare che in territorio uzbeko vi sono le città di Buchara e Samarcanda, sedi delle scuole religiose (madrase) più importanti dell’Asia centrale e centri di propagazione dell’Islam ufficiale.

[3] Poliakov S.P., Everyday Islam, Religions and traditions in rural central Asia, New York, M.E.Sharpe, 1992.

[4] Un vero e proprio attacco sferrato alle fondamenta economiche, giuridiche ed educative regolanti la vita della comunità islamica, nel tentativo di deislamizzare e secolarizzare la società centroasiatica, provocando però uno sradicamento socio culturale delle popolazioni di fede musulmana.

[5] Mi sono soffermato inoltre sugli scontri, definiti “etnici”, scoppiati alla vigilia dell’indipendenza per avvalorare l’ipotesi che tali non fossero: malgrado il carattere multietnico di queste repubbliche, la conflittualità era originata da interessi locali, con le popolazioni che si contendevano le risorse esistenti. Per quanto concerne l’Uzbekistan, ho preso in considerazione gli scontri nella valle del Ferghana del 1989 e quelli verificatisi ad Osh nel 1990: la descrizione degli avvenimenti si trova alla pagina 86 del lavoro svolto.

[6] In Tagikistan il tentativo dei musulmani di strutturarsi in partito politico sfociò nella cruenta guerra civile degli primi anni 90, per l’opposizione dei quadri dell’ex partito comunista tagiko al tentativo del blocco democratico- islamico di legittimarsi come forza di governo.

[7] Per l’approfondimento sulla radicalizzazione dell’Islam in Uzbekistan e Tagikistan, di Filatov S. e Malashenko A., Islam e politica nello spazio post sovietico, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 2000

[8] Inoltre, in un ambiente rurale dove viene professato un Islam originario, espressione di istanze moralizzatrici e di giustizia sociale, la religione assume i connotati di espressione della reazione al malcostume politico vigente. 

[9] Le basi di addestramento afghane dell’IMU sono state smantellate e si ipotizza l’uccisione del loro leader militare, Namangani. Come corollario, l’accusa di terrorismo internazionale e di legami con Al-Qaeda formulate dal Dipartimento di Stato americano contro l’IMU, anche per l’uccisione di cittadini americani in Uzbekistan. Un sostegno notevole alla politica di Karimov, che già aveva accusato gli esponenti dell’IMU come responsabili del fallito attentato nei suoi confronti.

 

Fabio Indeo

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