La crisi nelle relazioni USA-Uzbekistan e le ripercussioni nel “New Great Game” centroasiatico

Nel corso degli ultimi mesi, lo scacchiere geopolitico centroasiatico ha subito dei profondi mutamenti, che stanno radicalmente alterando i rapporti di forza tra gli attori della competizione geopolitica-geostrategica in Asia centrale, definita - parafrasando Kipling1 - “il nuovo grande gioco”.

A marzo, la rivoluzione dei tulipani in Kirghistan ha determinato, per la prima volta dal raggiungimento dell’indipendenza delle ex repubbliche musulmane sovietiche, un cambio di potere con la deposizione del presidente Askar Akaev e l’ascesa al potere di una classe dirigente guidata dal nuovo presidente kirghiso Kurmankiev Bakiev.

Nel luglio scorso invece, la decisione del governo uzbeko di non rinnovare la concessione agli americani della base militare di Karchi-Khanabad ha segnato un importante mutamento di orientamento geopolitico, caratterizzato dal consolidamento dell’influenza della Russia e la progressiva marginalizzazione del ruolo degli Stati Uniti d’America in Asia centrale.

Dunque la competizione e la rivalità tra la superpotenza regionale russa e la superpotenza statunitense, per assicurarsi il controllo e lo sfruttamento delle immense risorse energetiche e naturali centroasiatiche e per influenzare politicamente le elite al potere, sembra risolversi in favore dell’ex madrepatria russa. In effetti, il riallineamento della nazione guidata dal presidente Islam Karimov alla Russia di Putin, priva gli Stati Uniti di quella strategica posizione che avevano progressivamente assunto proprio nel cuore dell’Asia centrale.

Se negli anni 90 gli interessi americani nell’area erano di tipo prettamente economico, dopo l’undici settembre la collocazione geografica strategica delle repubbliche centroasiatiche favorì la decisa “discesa in campo” dell’amministrazione Bush nell’arena geopolitica dell’Asia centrale; la necessità di combattere contro la minaccia del terrorismo islamico, permise agli americani di ottenere la concessioni di basi militari in Uzbekistan (Karchi-Khanabad) e in Kirghistan (Manas), dalle quali condurre l’offensiva militare finalizzata al rovesciamento del regime dei Talibani, nel vicino Afghanistan. Per la prima volta nella storia, gli USA erano presenti militarmente nello spazio ex sovietico; dal canto suo, la Russia tollerò inizialmente la loro presenza purché limitata all’esigenza della lotta al regime dei “barbuti studenti di teologia” e alla successiva stabilizzazione dell’Afghanistan.

L’alleanza strategica tra Uzbekistan e Stati Uniti era funzionale ad entrambe: definito come il baluardo centroasiatico nella lotta contro il fondamentalismo, Karimov aveva mano libera nella repressione della forte opposizione islamica interna e poteva consolidare la sua politica autoritaria, mentre gli americani disponevano di un importante base nel cuore dell’Asia centrale, sia per condurre le operazioni nel confinante teatro di guerra afgano, sia per accrescere la loro influenza in un area geopoliticamente strategica.

Tuttavia, questa partnership privilegiata è andata progressivamente deteriorandosi nel corso del 2005, a seguito del cambio di potere nel vicino Kirghistan, ultima delle “rivoluzioni colorate2” in ordine di tempo sostenute dall’occidente; ma l’episodio chiave che ha sancito il raffreddamento delle relazioni tra gli USA e l’oramai ex alleato uzbeko, è stato la presa di posizione dell’amministrazione Bush contro l’indiscriminata repressione condotta dalle forze di sicurezza uzbeke per sedare la rivolta ad Andijan, nella parte uzbeka della valle del Ferghana.3

Il presidente Karimov ha difeso l’operato delle forze di sicurezza, accusando a sua volta i militanti dell’islam radicale e fondamentalista di aver fomentato una rivolta che aveva come obiettivo la destabilizzazione del paese e il rovesciamento del suo governo4; tuttavia questa versione ufficiale non ha pienamente convinto il mondo occidentale che, con gli USA e l’Unione Europea in testa, ha esercitato delle pressioni sul governo uzbeko affinché concedesse ad una commissione internazionale d’inchiesta di far piena luce su quanto accaduto. Karimov ha sdegnosamente respinto una simile richiesta, interpretandola come un illegittima ingerenza negli affari interni del paese. Nella prospettiva di un isolamento internazionale, perlomeno da parte occidentale, si è concretizzato il mutamento degli equilibri geopolitici nell’area; le potenze regionali Russia e Cina sono le uniche ad aver avallato la tesi della “rivolta islamista”(fomentata da estremisti provenienti dal vicino Afghanistan) evocata da Karimov, mentre i continui richiami dell’alleato statunitense sulla tematica della democratizzazione e del rispetto dei diritti umani venivano accolti dal governo uzbeko con crescente insofferenza e sospettosa diffidenza. Vi era il fondato timore che, dopo la “rivoluzione dei tulipani” in Kirghistan, si innescasse un “effetto domino” che avrebbe potuto coinvolgere la repubblica uzbeka; il sostegno americano alle “rivoluzioni colorate” in Georgia, Ucraina e Kirghistan e gli insistenti richiami ad un processo di democratizzazione sembravano mostrare la volontà degli USA ad avallare un cambio di potere anche nell’Uzbekistan di Karimov.

L’ “ingerenza democratica” degli americani nello spazio ex sovietico destava dunque una condivisa preoccupazione anche da parte della Russia, che mal tollerava i cambiamenti di potere filoccidentali nei territori sui quali ambiva ad esercitare o a mantenere un influenza; inoltre, la “minore sensibilità“ russa sulla tematica della tutela dei diritti umani e della democratizzazione meglio si confaceva alle esigenze di rigido autoritarismo dell’Uzbekistan karimoviano, nella sua lotta contro l’opposizione interna e il radicalismo islamico.

Si andavano creando le condizioni per una progressiva esclusione dell’influenza americana in Asia centrale, che si sono concretizzate con la decisione presa al summit annuale dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO) 5 tra il 5 e il 6 luglio, con la quale si chiedeva agli americani di fissare una scadenza per lasciare le basi uzbeke e kirghise. Era questa una decisione che spettava ai singoli governi ma l’irritazione del governo uzbeko e le pressioni geopolitiche della Russia determinarono la decisione di Karimov, il 29 luglio, di porre un termine di 6 mesi alle forze americane per abbandonare la base di Karchi-Khanabad (K2).6 Se da un punto di vista prettamente logistico, gli americani possono ovviare alla perdita della base militare K2 dislocando le truppe e l’apparato militare nella base afghana di Bagram, da un punto di vista geopolitico invece, la perdita della posizione strategica in Uzbekistan pone gli USA sulla difensiva estromettendoli dal “nuovo grande gioco”. E questo si evince analizzando in generale la situazione attuale dello scacchiere centroasiatico: il governo kirghiso oscilla tra le rassicurazioni offerte agli USA sul mantenimento della base militare di Manas e le pressioni russe in modo che anche il governo Bakiev si adegui alla linea politica deliberata in ambito SCO; il Tagikistan rimane un paese sotto forte influenza russa mentre, sotto la guida del “turkmenbashi” Saparmurat Nyazov, il Turkmenistan continua a perseguire una politica di neutralità permanente.

Parallelamente a questo evidente ridimensionamento delle ambizioni di influenza americane, si assiste ad una crescita della Russia, che ambisce a rivestire un ruolo di nazione guida in Asia centrale: a rafforzare la sua aspirazione i solidi rapporti bilaterali con le repubbliche musulmane, il suo ruolo dominante in ambito SCO (condiviso e in rivalità con la Cina), la sua potenza economica, militare e politica e, soprattutto, l’indebolimento dell’antagonista geopolitico principale.

Fabio Indeo

Note:

1 Kipling coniò questo termine alla fine del XIX secolo per indicare la rivalità tra l’impero britannico e quello zarista per estendere la loro influenza nella regione centroasiatica.

2 L’appellativo “rivoluzioni colorate” viene utilizzato per definire i cambiamenti democratici di potere avvenuti nello spazio ex sovietico, cromaticamente contraddistinti dall’utilizzo di colori rappresentativi e identificativi da parte dei movimenti di opposizione (“delle rose” in Georgia 2003, “arancione”in Ucraina 2004, “dei tulipani” in Kirghistan 2005)

3 Tra il 12 e il 13 maggio scorsi una manifestazione di protesta, contro l’ingiusta incarcerazione di alcuni imprenditori locali, si è rapidamente trasformata in un aperta contestazione contro la politica governativa: il verificarsi di episodi di violenza, riconducibili alla probabile infiltrazione di elementi legati all’islam radicale, non giustifica certo la sproporzionata reazione dell’esercito uzbeko che, dopo aver cinto d’assedio la città, ha dato inizio ad una cruenta mattanza che ha coinvolto anche centinaia di incolpevoli civili. Per maggiori informazioni sulla rivolta di Andijan vedi:“The Andijon Uprising”, Asia-briefing n°38, International Crisis Group, Bruxelles/Bisheek, 25/05/2005. Burying the Truth Uzbekistan Rewrites the Story of the Andijan Massacre, http://hrw.org/reports/2005/uzbekistan0905/

4 Sulla base di interviste agli sfollati da Andijan che hanno trovato rifugio nei campi profughi allestiti in Kirghistan, le organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani - Human Right Watch, Amnesty International - e altre fonti indipendenti hanno confutato la versione governativa, puntando il dito sulla violenta repressione indiscriminata che avrebbe causato quasi 800 vittime, mentre le fonti ufficiali fornite dal governo uzbeko parlano di circa 180 morti.

5 Importante e influente organizzazione interregionale creata alla fine degli anni 90, comprende le due superpotenze regionali Cina e Russia e le repubbliche centroasiatiche (ad eccezione del neutrale Turkmenistan)

6 Nel frattempo in Uzbekistan la stampa governativa conduceva un opera di “sensibilizzazione” dell’opinione pubblica mediante una martellante campagna antiamericana, con accuse denigratorie di coinvolgimento e sostegno statunitense alla rivolta di Andijan e di tramare con i fondamentalisti islamici per colonizzare le risorse energetiche e naturali del paese.