,
sarebbe quanto l’UE ha intenzione di stanziare per il
finanziamento di progetti di ricerca dedicati a potenziare
essenzialmente l’industria europea di difesa e dual-use (cioè
con applicazioni civili e militari). Finanziamenti che dovrebbero
essere disponibili dal 2007, nell’ambito del futuro programma
europeo di ricerca nel settore della sicurezza (ESRP)
Ma chi sostiene come noi un il contributo che la società
civile organizzata può dare alla sicurezza ha ben poco da
rallegrarsi.
L’idea di lanciare l’ESRP è frutto di un processo
sviluppatosi piuttosto rapidamente se consideriamo i tempi
classici della burocrazia (nazionale ed europea); probabilmente
per la necessità di dare una risposta rapida al gap di
investimenti e ricerca che l’Europa ha rispetto ad altri attori
internazionali (soprattutto gli Stati Uniti).
Processo che inizia formalmente con una decisione della
Commissione del 3 febbraio scorso e con l’adozione di un’azione
preparatoria (con un budget di 65 milioni di € per il triennio
2004-2006), allo scopo di "sondare il terreno",
finanziando una dozzina di progetti (scelti attraverso un apposito
invito a presentare proposte). La decisione, che risponde a
diverse sollecitazioni, essenzialmente dell’Industria europea
della difesa e degli armamenti, viene seguita dalla pubblicazione
di un rapporto commissionato ad un gruppo di esperti nella ricerca
nel settore della sicurezza e da una successiva comunicazione
della Commissione che, accogliendo le indicazioni degli esperti,
definisce quali saranno i prossimi passi.
Sebbene nei vari documenti venga riconosciuto un qualche ruolo
agli aspetti non direttamente legati alla sicurezza militare o
dual-use - viene infatti indicata la necessità che l’Europa
investa in una "cultura della sicurezza" e che vengano
rispettati i valori fondamentali dell’unione; che è necessario
rafforzare o costruire gli strumenti per rendere più efficaci le
azioni umanitarie e di state-building (fra cui stanno il
monitoraggio elettorale, il monitoraggio e la protezione dei
diritti umani, ecc…); che le esigenze degli utenti finali
debbano essere prese in considerazione, fra cui le organizzazioni
nongovernative… - nei fatti, è assai scarso lo spazio dedicato
agli interventi civili e praticamente nessuno alle attività di
ricerca nel settore della prevenzione e gestione civile dei
conflitti.
Questo deficit sarebbe meno rilevante se alle attività di
ricerca non considerate da questo programma venissero dedicate
adeguate risorse dagli altri strumenti della Comunità Europea, ma
così non è. Solo dopo molti anni di attività di pressione si è
riusciti ad ottenere che ai Corpi Civili di Pace Europei ed ad una
rete per la prevenzione dei conflitti venissero dedicati alcuni
piccoli stanziamenti del budget UE, che comunque impallidiscono
rispetto al miliardo di Euro che dovrebbe essere destinato al ESRP.
Significativo, poi, che nel gruppo di esperti non sieda nessun
rappresentante del mondo dell’associazionismo nongovernativo,
mentre sono presenti rappresentanti di tutti i maggiori gruppi
industriali europei. L’Ultima comunicazione della Commissione
prevede, infatti, la creazione di un "European Security
Research Advisory Board" che dovrebbe definire le linee d’azione
strategiche e le priorità del programma di ricerca per i prossimi
anni. Se consideriamo che l’annunciato coinvolgimento di tutti
gli stakeholder potrebbe ridursi al ruolo consultivo di questo
tavolo, la cui composizione potrebbe semplicemente rispecchiare l’attuale
composizione del gruppo di esperti, l’assenza è ancor più
grave perché rischia di impedire che in futuro si tenga conto
anche della possibile gestione nonmilitare e nonviolenta della
sicurezza, nell’ottica della difesa civile.
Dobbiamo ammettere, però, che chi sostiene la difesa e la
sicurezza civile come indispensabile integrazione al militare,
deve oggi pagare lo scotto della scarsa attenzione posta al ruolo
che le tecnologie possono avere nel rafforzare l’approccio
nonviolento e nonarmato, che è solo in parte dovuta alla
scarsità delle risorse a disposizione.
Nelle raccomandazioni finali del gruppo di esperti, fatte
proprie dalla Commissione nella comunicazione del 7 settembre, vi
è anche l’auspicio di una maggior efficienza e attenzione della
ricerca al continuum civile-militare.
Si pone ancora una volta la questione dell’interazione e/o
della separazione fra civile e militare, questione che va ben al
di là del settore della ricerca sulla sicurezza.
Vi è infatti una tendenza crescente, in Europa e negli stati
membri, a mescolare sempre più spesso strumenti civili e
militari: pensiamo alle operazioni umanitarie affidate agli
eserciti, alle azioni militari affidate società di mercenari, all’affievolirsi
della separazione fra azioni militari e di polizia in un contesto
in cui la risposta al terrorismo si è concentrata quasi
esclusivamente sulle azioni repressive, e tutto questo quando i
principi fondanti il diritto internazionale ed il ruolo delle
Nazioni Unite vengono messi da parte.
Bisogna riconoscere, però, che vi è anche una necessità
reale di interazione fra civile e militare nelle operazioni sul
campo, soprattutto dal punto di vista logistico, necessità che
spesso è stata riconosciuta dalle stesse Ong. Vi sono stati casi,
poi, in cui le stesse Ong hanno richiesto l’intervento della
forza militare di fronte a veri e propri genocidi (pensiamo alla
Sierra Leone, alla Liberia alla regione dei Grandi laghi
africani).
Ancora una volta sarebbe utile affrontare queste questioni
mettendo da parte ogni posizione ideologicamente predeterminata,
ma non sempre dall’una e dall’altra parte le persone coinvolte
(siano essi generali o esperti di nonviolenza) sono disposte a
farlo.
Matteo Menin
m.menin@pacedifesa.org