|
Riflessione di Francesco Tullio:
"IL BISOGNO DI SICUREZZA E LA DIFESA
CIVILE PER L'EUROPA" (Un contributo alla proposta di
Lidia Menapace).
Sintesi
della proposta politica
1: Il bisogno di sicurezza
2: Riflessioni sugli aspetti soggettivi della sicurezza in un
sistema democratico
3: La
difesa civile
note
Sintesi della proposta politica
La bozza della convenzione europea recita "1.
La politica di sicurezza e di difesa comune
costituisce parte integrante della politica estera e di
sicurezza comune. Assicura che l'Unione disponga
di una capacita' operativa ricorrendo a mezzi
civili e militari. L'Unione puo' avvalersi di tali mezzi
in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento
della pace, la
prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della
sicurezza internazionale, conformemente ai
principi della Carta delle Nazioni Unite".
Tuttavia nella bozza di convenzione e' stata inserita
una proposta di agenzia per gli armamenti,
ma non la corrispondete agenzia della difesa civile.
Le reti europee con le quali il Centro studi
difesa civile collabora ( Eplo - European Peace Liason
Office) propongono per equilibrare il peso di una
tale agenzia, una modifica al testo della convenzione
che preveda la realizzazione accanto alla Agenzia
per gli armamenti di una Agenzia del Peacebuilding
e per la gestione costruttiva dei conflitti.
Se l'Unione intende garantire la propria sicurezza
con mezzi sia civili che militari, le dichiarazioni
di principio non sono sufficienti ed e' opportuno che
non esista solo una agenzia europea sugli strumenti
militari, ma che se ne costituisca anche una sul peacebuilding.
top
1. Il bisogno
di sicurezza Dopo l'11 settembre 2001 emerge
un filo conduttore ampiamente condiviso nella riflessione
dell'Occidente: evento traumatico, minaccia del terrorismo,
bisogno di sicurezza, bisogno di difesa. Delle divergenze
si rilevano invece nelle analisi delle radici del terrorismo
e nelle scelte operative. L'oggetto di questo intervento
e' l'interpretazione della sicurezza. La nozione di
sicurezza nelle scienze politiche viene tradizionalmente
connessa a due settori, quello estero e quello interno.
Il primo tratta le eventuali minacce provenienti da
altri paesi a cui si risponde operativamente con la
disponibilità di un potenziale militare adeguato a dissuadere
eventuali aggressori, ma spesso anche idoneo a tutelare
con la forza i propri interessi all'estero. L'altra
accezione del termine sicurezza tratta il rischio per
l'integrità' dello stato di fronte ad organizzazioni
politiche, movimenti criminali e tendenze disgreganti
interne. Questo seconda implicazione rimanda operativamente
perlopiù alla disponibilità di adeguate forze di pubblica
sicurezza. Dalla fine della guerra fredda risulta evidente
che le minacce alla sicurezza di un paese o di una società
non sono più solamente di tipo classico: la crisi ecologica
globale, con la minaccia di un repentino cambiamento
climatico, rappresenta un pericolo sempre più concreto,
al quale naturalmente non esiste una risposta armata.
* Il concetto classico e' stato ridefinito negli anni
'90 in particolare da Buzan, che ha introdotto le cinque
dimensioni seguenti della sicurezza: 1.militare, comprendente
le capacità offensive e difensive degli stati e le percezioni
relative; 2. politica, riguardante la stabilità degli
stati in quanto organizzazioni; 3. economica, riguardante
la stabilità dei rapporti finanziari, commerciali e
produttivi; 4. sociale, che si rifà agli aspetti culturali,
linguistici e religiosi del vivere comune; 5. ambientale,
che riguarda il mantenimento della biosfera e degli
ecosistemi locali. (1-
Barry Buzan, People, States and fear. An agenda for
international security studies in the post-Cold War
era, Hempstead: Wheatsheaf, 1991).
Questa nuova nozione di sicurezza e' stata fatta propria
dalle autorità politiche e militari dell'Occidente per
esempio nello Strategic concept della Nato dell'aprile
del 1999 che recita al par. 25 "l'Alleanza si impegna
in un approccio ampio alla sicurezza, che riconosce
l'importanza dei fattori politici, economici, sociali
e ambientali in aggiunta ll'indispensabile dimensione
della difesa". Tale riconoscimento di principio
tarda a tradursi in adeguate linee operative. La complessità
del sistema con le sue contraddizioni, le sue smagliature,
le sue lotte di potere e di possesso non hanno potuto
prevenire la catastrofe dell'11 settembre. Si e' affermato
che nel nuovo sistema globale non vi può essere sicurezza
se non nella sicurezza reciproca e multidimensionale (2- Io stesso
ho ripreso tale affermazione nella ricerca effettuata
per il Cemiss: La difesa civile ed il progetto Caschi
Bianchi, peacekeepers civili disarmati, Franco Angeli,
Roma 2001).
Tuttavia si tarda ad aggiornare i programmi di
difesa, incentrati sulla potenza bellica e repressiva,
alla nuova concezione ampia della sicurezza. Evidentemente
esiste nei fatti una logica diversa da quella affermata.
Qualcuno, applicando l'arroccamento militare e fomentando
la contrapposizione violenta, in base ad un proprio
calcolo di costi/benefici, ritiene ed afferma implicitamente
che questa sia la strada che offre maggiori probabilità
di tutela della propria comunità e dei propri interessi
(3- Quali siano queste comunità ed interessi sarà difficile
farlo riconoscere esplicitamente).
Dopo l'11 settembre "si parlò
dalle due parti dell'oceano di una minaccia unificante
del terrorismo, che non veniva dall'Islam ma da una
delirante estremizzazione ideologica, e che avvertivamo
come una minaccia per la civiltà che noi europei e americani,
insieme, incarnavamo. E' emerso in modo sempre più vistoso
che, da parte dei neoconservatori americani, il bisogno
di sicurezza viene fatto prevalere sull'ordine internazionale
garantito dalle istituzioni sopranazionali. E quindi
ci siamo ritrovati davanti ad un'America che si affida
a quella che noi europei abbiamo abbandonato da un secolo,
e cioè la 'Macht-Politik' che oggi premia gli Stati
Uniti e domani potrebbe premiare la Cina"
(4 - Intervista a Giuliano Amato, "La Repubblica",
9 aprile 2003).
*
Il bisogno di sicurezza, in questo passaggio di Giuliano
Amato, viene dunque contrapposto operativamente all'ordine
internazionale. L'ordine internazionale e l'ordine europeo
sono in fondo anch'essi risposte al bisogno di sicurezza,
ad un certo tipo di visione della sicurezza, più basata
sulla ricerca del dialogo. La realizzazione di queste
scelte non può prescindere però dalla considerazione
degli strumenti e degli attori tradizionali che il sistema
adottava per la propria sicurezza. E' irrealistico pensare
che le componenti della società e delle istituzioni
nazionali europee, che si sono occupate finora della
sicurezza in termini classici accettino di collaborare
al piano europeo senza avere alcun ruolo. La difesa
europea dovrà quindi contemplare entrambi questi elementi
calibrandoli sapientemente, senza permettere che la
foga difensiva tradizionale ostacoli la costruzione
del dialogo anche con i potenziali avversari. La discussione
politica fra Usa ed Unione europea a due anni circa
dall'11 settembre 2001 verte di fatto su quale combinazione
di queste opzioni si possa mediare. Un avanzamento nel
senso della nuova concezione della sicurezza e' avvenuto
nella bozza di costituzione europea che nella parte
I, titolo V, articolo 40 sulle "Disposizioni
particolari relative all'attuazione della politica di
sicurezza e di difesa comune" recita: "1.
La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce
parte integrante della politica estera e di sicurezza
comune. Assicura che l'Unione disponga di una capacità
operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L'Unione
può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno
per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione
dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale,
conformemente ai principi della Carta delle Nazioni
Unite". Tuttavia nella bozza di convenzione e'
stata anche inserita una proposta di agenzia per gli
armamenti. Le reti europee con le quali il Centro studi
difesa civile collabora (Eplo - European Peace Liason
Office) propongono per equilibrare il peso di una tale
agenzia, una modifica al testo della convenzione che
preveda la realizzazione accanto alla Agenzia per gli
armamenti di una "Agenzia del Peacebuilding e per
la gestione costruttiva dei conflitti". La politica
dell'Unione europea negli ultimi anni e' sempre più
orientata alla prevenzione dei conflitti violenti. La
stessa Unione e' il risultato di una riduzione delle
sovranità nazionali in una logica di dialogo e di prevenzione
che dovrà essere auspicabilmente applicata anche ad
ulteriori ambiti. Se dunque l'Unione intende garantire
la propria sicurezza con mezzi sia civili che militari,
e' opportuno che non esista solo una agenzia europea
sugli strumenti militari, ma che se ne costituisca anche
una sul peacebuilding. Conviene orientare tutte le energie
a raggiungere questo obiettivo, anziché disperdersi
in polemiche con gli altri operatori della sicurezza,
con i quali spesso non concordiamo ma dei quali ho imparato
ad apprezzare spesso l'onestà intellettuale e la fedeltà
alla Costituzione. *
top
2. Riflessioni sugli aspetti
soggettivi della sicurezza in un sistema democratico
La presente parte intende contribuire a mettere in luce
due implicazioni/accezioni della sicurezza, il
primo e' "l'assicurare" i vantaggi acquisiti,
il secondo e' il senso di paura diffusa che si radica
nella paura dei singoli. Sono processi che si intrecciano
e si mescolano in proporzioni diverse nelle diverse
singole persone. Le forme di attrito fra gruppi umani
sono manifestazioni complesse e derivano dall'interazione
di forze economiche, culturali e psicologiche. Enumero
brevemente i fattori psicosociali abitualmente presi
in esame (1), rinviando la discussione dei singoli fattori
ad una trattazione più approfondita (2): - la paura
e l'ostilità individuale e di gruppo; - la competizione
su risorse scarse o ritenute tali; - il bisogno degli
individui di identificarsi in un gruppo o in una causa
che diano alla loro vita un senso trascendente; - la
tendenza umana ad esternalizzare, a proiettare su altri
la responsabilità di impulsi ed intenzioni sgradite;
- una peculiare tendenza ad identificarsi, farsi rappresentare
o subire dei leaders che utilizzano le inclinazioni
più selvagge degli individui in nome della sicurezza
o dell'interesse nazionale. Nel nostro periodo storico
la agglutinazione collettiva di questa suscettibilità
passa attraverso la funzione dei mezzi di comunicazione
di massa che, entro certi limiti, possono esaltarla
o inibirla; - un ulteriore punto di vista da tenere
in considerazione (3) e' lo studio di quei sistemi di
credenze collettive (belief systems) di un gruppo, particolarmente
perniciosi quando diventano rigidi, resistenti al cambiamento
e soprattutto se si accompagnano alla intensa sensazione
del gruppo di essere vittima di qualche torto. La paura
di malattie contagiose e la paura di dissoluzione della
propria identità collettivà di fronte a massicci flussi
migratori sono i segni di una angoscia diffusa che ha
le proprie ricadute anche sulle scelte di difesa. *
I continui allarmi sul terrorismo, sulla violenza nei
quartieri e nelle famiglie, sulle catastrofi ambientali,
sul rischio di recessione e di perdita del lavoro, che
vengono trasmessi dai mass media e vissuti da gruppi
consistenti della popolazione indicano come una analisi
della dimensione soggettiva della percezione della sicurezza/insicurezza
e della reazione a tali problemi veri e/o presunti,
sia imprescindibile per la costruzione di adeguate risposte
difensive e trasformative. Applico alla riflessione
che segue i seguenti postulati: 1. Il senso di insicurezza
e di paura sono concetti che si riferiscono inevitabilmente
ad una radice soggettiva. Queste dimensioni si riflettono
sulle istituzioni e sulle modalità sociali di gestione
dei conflitti all'interno della collettività e con l'esterno
(4). 2. Esiste anche una relazione fra bisogni, valori
ed approcci individuali, scelte di sviluppo collettive,
e conflitti internazionali. Esiste un nesso fra tensioni
interiori (insoddisfazioni personali e malcontento sociale),
i modi di affrontare il vissuto di crisi (serenità e
maturità d'animo, rabbia o impotenza con le loro sfumature
e comportamenti connessi, sia personali che collettivi),
e la stabilità/instabilità nazionale, internazionale
ed ambientale. Esiste cioè un nesso fra micro e macroconflitti
e fra aspetti psicologici, economici e politici della
sicurezza. 3. Queste diverse dimensioni si influenzano
reciprocamente fra di loro. E' una scelta prenderle
in esame in una ottica sistemica, di circolarità fra
di esse, e non di semplice relazione causa-effetto.
4. La politica, pur essendo il risultato di un processo
complesso, deve prendere adeguatamente in considerazione
queste dimensioni personali. La comprensione delle dinamiche
relazionali e delle personalità individuali e collettive
coinvolte nei conflitti e' utile per identificare nodi
irrisolti, per costruire strategie di intervento e per
individuare le modalità comunicative più efficaci da
applicare di volta in volta per uscire dalla crisi.
Questo sapere e' di per se' neutrale. Esso può essere
utilizzato per personale avidità ed ambizione e/o per
il bene comune. 5. Una politica che si definisca democratica
non può applicare per definizione forme di comunicazione
manipolative con i propri membri e non può favorire
una strutturazione interna verticistica e programmi
puramente repressivi. Essa deve favorire anche la comunicazione
sincera con il competitore, con l'avversario e con il
potenziale nemico, perche' la competizione senza limiti
esita inevitabilmente in scontro (5). Essa deve dunque
favorire la cooperazione almeno quanto enfatizza la
competizione e deve favorire il rispetto degli altri
popoli, una maturazione emotiva collettiva, lo sviluppo
delle competenze e degli strumenti di gestione costruttiva
dei conflitti. Il termine sicurezza viene dunque usato
con molteplici implicazioni. Oltre alla tutela dell'integrità
fisica e della identità storica ci si riferisce frequentemente
alla sicurezza politico-economica di un sistema complesso,
nel quale possano essere mantenuti i vantaggi materiali.
Garantire la sicurezza all'interno di un ordine internazionale
condiviso e concordato può significare distribuire almeno
in parte questi vantaggi in modo che tutte le genti
non avvertano rancore, odio ed ingiustizia. Bisogna
altresi' trovare un punto di equilibrio nel rispetto
delle molteplici culture e valori. Ma teoricamente si
può pensare di continuare a garantire la sicurezza anche
non occupandosi della "distribuzione"
se non fra i più determinati e arroganti che possono
rappresentare un pericolo. I moderati, i fatalisti o
gli impotenti non rappresentano un problema per i poteri
"forti" ma solo per gli "etici".
Tuttavia il vissuto di molti cittadini del mondo meno
sviluppato e' stato l'anelito di ricchezza materiale
per tutti come promesso dal sistema economico-tecnologico-informativo
dominante. Le risorse invece sono limitate. La ricchezza
non potrà arrivare dappertutto ed anzi molti paesi saranno
soggetti a difficoltà e catastrofi come e più di prima.
Da qui, fra l'altro, una ragione dell'assalto al primo
mondo. All'impulso del "si salvi chi può"
si mescola la speranza che se la ricchezza non arriverà
nei paesi d'origine qualche briciola si potrà conquistare
in Europa. Quel benessere promesso non può essere aggiunto
alla ricchezza già esistente; I limiti dello sviluppo
si intrecciano con i limiti della ricchezza. Le promesse
potrebbero essere almeno parzialmente realizzate solo
a scapito dei vantaggi del mondo già ricco. Sembra peraltro
che nel frattempo chi partiva già ricco abbia acquisito
una percentuale maggiore degli introiti e vantaggi complessivi
nelle transazioni internazionali. Una ricontrattazione
potrebbe garantire una adesione al sistema internazionale
di popoli e categorie ora insoddisfatte, tale da svuotare
l'adesione alla violenza degli estremisti (6).
Una scelta diversa e' di mantenere un alto reddito per
pochi, mantenere o aumentare i risultati materiali per
quelli che li hanno già raggiunti, continuando a promettere
vantaggi a chi ancora aderisce al sistema e trascurando
gli altri. A sostenere questa opzione vi sono alcuni
fattori caratteriali e psichici di una parte della popolazione
privilegiata: l'ottimismo nel proprio benessere futuro
e nella vittoria contro il nemico, la fede nel sistema.
* Nel momento in cui la crisi e' evidente, oltre all'ottimismo,
addirittura la baldanzosità di coloro che sono ben immedesimati
in questo sistema di sviluppo, si evidenziano due principali
valenze emotive che sostengono la guerra preventiva.
La prima di chi ha un approccio consapevolmente disposto
allo scontro per mantenere i privilegi. Questa e' la
posizione di chi e' disposto a giocare il tutto per
tutto, a fare i sacrifici dello scontro, convinto che
e' meglio essere determinati e magari brutali da subito.
Questo tipo di prevalenza emotiva sottende spesso dei
caratteri competitivi, aggressivi, anche arroganti,
perlopiù rigidi (7). L'altra valenza emotiva e' di coloro
che non presentano questa bellicosità e devono essere
convinti con le buone o con le cattive della necessità
di partecipare alla lotta. La minaccia del terrorismo
e' una degli eccellenti argomenti per coinvolgerli nella
strategia della prevenzione. Questa e' la posizione
di chi per paura accetta le scelte che vengono proposte
dai vertici. Queste scelte possono progressivamente
portare alla affermazione del proprio gruppo di appartenenza
(non necessariamente nazionale ma ideologico o economico),
oppure allo scontro. Chi appartiene a questa tipologia
spera sempre che lo scontro poi non ci sia davvero,
che ci si fermi alla minaccia o all'atto dimostrativo.
Quando poi nello scontro ci sono i morti per davvero
si può anche ritirare dall'adesione alla strategia intrapresa.
Da qui proviene la preoccupazione dei vertici per le
reazioni dell'opinione pubblica nelle missioni a rischio
(8). La prima posizione emotiva sembra essere minoritaria
nelle popolazioni europee e, pare, anche in Usa, almeno
per ora. Essa e' più diffusa fra gli strati della popolazione
più avvezzi ad un approccio attivo per il raggiungimento
dei propri obiettivi, che tendono alla competizione,
alla leadership e puntano al raggiungimento di posti
di controllo e potere, nelle forze armate, nella politica,
fra i giovani e vecchi rampanti delle imprese e della
new economy. La strategia della difesa preventiva, cosi'
come la radicalmente diversa strategia della difesa
civile e della prevenzione dei conflitti, in uno stato
formalmente democratico hanno bisogno di affermarsi
attraverso la progressiva approvazione di altre fette
della popolazione. Quelli della difesa preventiva tendono
ad imporre, ad accorciare i tempi, a prevaricare, noi
tendiamo a coinvolgere costruttivamente. Per farlo dobbiamo
saper ascoltare e rispettare chi non la pensa come noi.
*
top
3. La difesa civile
La difesa civile (1) e' un progetto per affrontare
in chiave democratica, anche nei periodi di tensione
e di crisi, il nodo fra sicurezza, ordine pubblico e
difesa. Questo progetto deriva dalle esperienze storiche
della resistenza nonviolenta, dalle esperienze interdisciplinari
e
multidimensionali della gestione costruttiva dei conflitti,
dalle nuove frontiere della ricerca per la pace.
Dal punto di vista pratico la difesa civile indica alcuni
strumenti concreti da adottare ed adattare caso per
caso, per migliorare la sicurezza nei quartieri, negli
stadi, per resistere alla malavita ed alla diffusione
della violenza.
Le risposte più funzionali possono essere predisposte
ed esercitate, ma non possono essere completamente
predefinite e date a priori. Esse devono adattarsi al
processo in corso fino ad indirizzarlo. Le risposte
dipendono fra l'altro dai valori che si perseguono.
La crisi implica spesso delle difficili scelta di priorità,
delle decisioni in condizioni di non prevedibilità degli
esiti, dei dolorosi passaggi emotivi, alleanze con il
meno peggio. L'elasticità' mentale di chi possiede valori
etici e non si aggrappa rigidamente alle ideologie,
può essere utile. La gestione della crisi e' talvolta
analoga al trial medico in caso di grave catastrofe:
devi scegliere a chi o cosa dedicarti prima.
Parte della stessa difesa civile e' la costruzione delle
condizioni necessarie, solo in parte già esistenti ed
in parte da sviluppare, affinche' un popolo possa resistere
ad un invasore straniero o ad una involuzione autoritaria
interna, limitando al massimo l'uso della forza e sostituendola
con l'uso strategico e contemporaneamente etico della
comunicazione, della disobbedienza civile, della non
collaborazione.
Vengono presi in considerazione gli aspetti strutturali,
economici e culturali della società che la rendono solida
e resistente se esiste un reale scambio comunicativo
all'interno di essa e con l'altro da sé. La difesa civile
rileva quindi l'importanza del confronto e della coesione
sociale come espressione di una comunicazione orizzontale
fra i cittadini e la necessità di sganciarsi dalla suggestione
della propaganda verticale e centralizzata.
L'opzione per difesa civile sarebbe facilitata dalla
scelta parallela di un processo di transizione verso
un modello di sviluppo più equilibrato. Le scelte forzate
dello sviluppo e gli alti costi ambientali e finanziari
della deterrenza determinano nei fatti un rischio per
la sicurezza delle società, uguale e forse maggiore
della minaccia che può venire dal dispiegamento degli
armamenti nemici. La difesa deve quindi essere calibrata,
proporzionata non solo ai pericoli esterni ma anche
alle esigenze ed ai mezzi di una nazione, altrimenti
si trasforma in un sistema per cui il
riarmo drena tutte le risorse impoverendo il substrato
della società per garantire dei vantaggi a gruppi limitati
e diventando controproducente per la maggioranza dei
cittadini di uno stato democratico (2).
A tale proposito appare utile rivedere come si alimenta
la struttura del potere interno ed internazionale,
partendo dai bisogni, dalle dinamiche e dalle contraddizioni
interpersonali ed intergruppali. Secondo la tesi da
me rappresentata esistono dei meccanismi politici ed
economici, radicati nella struttura psichica collettiva,
che rendono la nostra civiltà occidentale espansionistica
ed allo stesso tempo vulnerabile, ma incauta e parzialmente
ignara delle conseguenze della propria crescita. Più
una società e' vulnerabile, più la sua politica e' aggressiva
e provocatoria, pia conseguentemente adotta sistemi
d'arma e progetti di difesa offensivi (3).
Il modello occidentale di sviluppo, pur avendo bisogno
per perpetuarsi di imporre le proprie condizioni
e regole, e di scaricare i costi sull'ambiente, sulle
altre culture e sulle generazioni future, presenta al
suo interno differenti livelli di consapevolezza e differenti
capacità di
gestire i conflitti interni ed esterni. Lo sviluppo
o meno di queste caratteristiche può portare ad esiti
diversi.
Le più concrete applicazioni della difesa civile consistono
attualmente negli interventi di solidarietà alle società
civili attraversate dalla violenza (4) nelle esperienze
internazionali dei Corpi civili di pace, e nella insistente
richiesta ai vertici politici italiani ed europei della
loro istituzionalizzazione (5).
Il "Centro studi difesa civile" e' ad esempio
impegnato nella Rete italiana dei Corpi civili di pace
(6), nella rete europea dei servizi civili di pace (7),
nel progetto "Colombia vive", e nelle "Nonviolent
Peaceforce" (8) che hanno dispiegato operatori
per evitare il riesplodere della violenza in Sri Lanka
e che offrono inoltre sostegno alle società civili di
Birmania, del
Guatemala, di Israele/Palestina, dell'Uganda.*
top
Note 1° e 2° parte
1. J. E. Mack (1990), "The Enemy system",
in Volkan, Julius and Montville, The Psychodynamics
of International Relationship. Lexington Books, Lexington,
Mass. La trattazione approfondita di tale aspetti verrà
pubblicata a breve in un volume su Guerra ed emozioni.
Parte del presente capitolo proviene dalla ricerca su
Le ong e la trasformazione dei conflitti. Le operazioni
di pace nelle crisi internazionali. Analisi, esperienze,
prospettive, (commissionata e finanziata dall'ufficio
Onu del Ministero degli Esteri), a cura di F. Tullio
nel 2002, Editori associati - editrice internazionale,
Roma 2002.
2. Francesco Tullio, Guerra ed emozioni, in attesa di
pubblicazione.
3. Gutlove Paula (1992), " Psychology and Conflict
Resolution: Toward a New Diplomacy", in Tonci
Kuzmanic e Arno Truger, Yugoslavia War, edito da Austrian
Study Centre for Peace and Conflict Resolutio Sclaining
e Peace Institute Ljubljana.
4. Mentzos Stavros, Interpersonale und Isntitutionalisierte
Abwehr, Suhrkamp, Frankfurt am Main. 5. Simone Weil:
"da un lato la guerra non fa che prolungare quell'altra
guerra che si chiama concorrenza; dall'altro tutta la
vita economica e' attualmente orientata verso una guerra
futura".
6. Massimo Fini, Il vizio oscuro dell'Occidente, Marsilio,
2002.
7. Questo atteggiamento si rileva non solo laddove i
privilegi vanno mantenuti ma anche, con alcune differenze,
dove essi vanno conquistati e talvolta anche dove invece
di privilegi vanno mantenute o conquistate le condizioni
minime di sopravvivenza. 8. Personalmente ritengo che
la forza, anche fisica, in certe situazioni sia inevitabile,
ma distinguo fra forza e violenza. La forza e'
intesa a bloccare l'atto violento dell'altro in mancanza
di altre alternative - se per esempio un soggetto sta
per uccidere un bambino ed io gli strappo l'arma uso
la forza. La violenza invece ha una valenza rivendicativa,
e' un abuso della forza, al di fuori del rispetto e
della ricerca di dialogo e giustizia.
Note 3° parte
1. Francesco Tullio (a cura di), La difesa civile ed
il progetto Caschi
Bianchi, peacekeepers civili disarmati, Franco Angeli,
Milano 2001. Ricerca
commissionata ed in parte finanziata dal Cemiss, Centro
Militare di Studi
Strategici.
2. Paul Wehr, Conflict Regulation, Westview Press, Boulder,
Colorado, Usa
1979.
3. Johan Galtung, There Are Alternatives! Four Roads
to Peace and Security,
1984; ed.it.: Ci sono alternative! Quattro vie per la
pace e la sicurezza,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986; Christian
Ejlers (ed.), Peace Reseach,
Copenhagen,1975-1988; Peace by peaceful means,
Sage, Londra, 1996.
4. Si veda ad esempio il progetto "Colombia Vive".
Per approfondimento sui
processi di resistenza civile nonviolenta della
Colombia, vedi: "Camminar
en Dignidad", www.comune.narni.tr.it/pace.htm
che descrive la comunità di
pace di San Jose' de Apartadò; "L'impegno della
società civile in
Colombia" e "Costruendo segnali di pace"
nel sito del Centro studio difesa
civile, www.pacedifesa.org
5. Nel sito del Centro studio difesa civile, www.pacedifesa.org
6. sito: www.corpidipace.too.it
7. Il sito di European Network of civil peace services
(En.cps) e':
www.en-cps.org En.cps fa parte dell'European Peace
Liason Office (Eplo) che
rappresenta le ong per la costruzione della pace all'Unione
Europea:
www.eplo.org/
8. www.nonviolentpeaceforce.org
top
|