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Contributi teorici - Editoriale dicembre 2003

Riflessione di Francesco Tullio:

"IL BISOGNO DI SICUREZZA E LA DIFESA CIVILE PER L'EUROPA" (Un contributo alla proposta di Lidia Menapace).

Sintesi della proposta politica
1: Il bisogno di sicurezza
2: Riflessioni sugli aspetti soggettivi della sicurezza in un sistema democratico 
3: La difesa civile
note

Sintesi della proposta politica

La bozza della convenzione europea recita "1. La politica di sicurezza e di  difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di  sicurezza comune. Assicura che l'Unione disponga di una capacita'  operativa  ricorrendo a mezzi civili e militari. L'Unione puo' avvalersi di tali  mezzi  in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la
 prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza  internazionale,  conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite".
 Tuttavia nella bozza di convenzione e' stata inserita una proposta  di  agenzia per gli armamenti, ma non la corrispondete agenzia della difesa civile.  

Le reti europee con le quali il Centro studi difesa civile collabora ( Eplo - European Peace Liason Office) propongono per equilibrare il peso di una tale agenzia, una modifica al testo della convenzione che preveda la realizzazione accanto alla Agenzia per gli armamenti di una Agenzia del Peacebuilding e per la gestione costruttiva dei conflitti.
 Se l'Unione intende garantire la propria sicurezza con mezzi sia  civili che militari, le dichiarazioni di principio non sono sufficienti ed e' opportuno che non esista solo una agenzia europea  sugli strumenti militari, ma che se ne costituisca anche una sul  peacebuilding.

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1. Il bisogno di sicurezza Dopo l'11 settembre 2001 emerge un filo conduttore ampiamente condiviso nella riflessione dell'Occidente: evento traumatico, minaccia del terrorismo, bisogno di sicurezza, bisogno di difesa. Delle divergenze si rilevano invece nelle analisi delle radici del terrorismo e nelle scelte operative. L'oggetto di questo intervento e' l'interpretazione della sicurezza. La nozione di sicurezza nelle scienze politiche viene tradizionalmente connessa a due settori, quello estero e quello interno. Il primo tratta le eventuali minacce provenienti da altri paesi a cui si risponde operativamente con la disponibilità di un potenziale militare adeguato a dissuadere eventuali aggressori, ma spesso anche idoneo a tutelare con la forza i propri interessi all'estero. L'altra accezione del termine sicurezza tratta il rischio per l'integrità' dello stato di fronte ad organizzazioni politiche, movimenti criminali e tendenze disgreganti interne. Questo seconda implicazione rimanda operativamente perlopiù alla disponibilità di adeguate forze di pubblica sicurezza. Dalla fine della guerra fredda risulta evidente che le minacce alla sicurezza di un paese o di una società non sono più solamente di tipo classico: la crisi ecologica globale, con la minaccia di un repentino cambiamento climatico, rappresenta un pericolo sempre più concreto, al quale naturalmente non esiste una risposta armata. * Il concetto classico e' stato ridefinito negli anni '90 in particolare da Buzan, che ha introdotto le cinque dimensioni seguenti della sicurezza: 1.militare, comprendente le capacità offensive e difensive degli stati e le percezioni relative; 2. politica, riguardante la stabilità degli stati in quanto organizzazioni; 3. economica, riguardante la stabilità dei rapporti finanziari, commerciali e produttivi; 4. sociale, che si rifà agli aspetti culturali, linguistici e religiosi del vivere comune; 5. ambientale, che riguarda il mantenimento della biosfera e degli ecosistemi locali. (1- Barry Buzan, People, States and fear. An agenda for international security studies in the post-Cold War era, Hempstead: Wheatsheaf, 1991). 
Questa nuova nozione di sicurezza e' stata fatta propria dalle autorità politiche e militari dell'Occidente per  esempio nello Strategic concept della Nato dell'aprile del 1999 che recita al par. 25 "l'Alleanza si impegna in un approccio ampio alla sicurezza, che riconosce l'importanza dei fattori politici, economici, sociali e ambientali in aggiunta ll'indispensabile dimensione della difesa". Tale riconoscimento di principio tarda a tradursi in adeguate linee operative. La complessità del sistema con le sue contraddizioni, le sue smagliature, le sue lotte di potere e di possesso non hanno potuto prevenire la catastrofe dell'11 settembre. Si e' affermato che nel nuovo sistema globale non vi può essere sicurezza se non nella sicurezza reciproca e multidimensionale (2- Io stesso ho ripreso tale affermazione nella ricerca effettuata per il Cemiss: La difesa civile ed il progetto Caschi Bianchi, peacekeepers civili disarmati, Franco Angeli, Roma 2001).

Tuttavia si tarda ad aggiornare i programmi di difesa, incentrati sulla potenza bellica e repressiva, alla nuova concezione ampia della sicurezza. Evidentemente esiste nei fatti una logica diversa da quella affermata. Qualcuno, applicando l'arroccamento militare e fomentando la contrapposizione violenta, in base ad un proprio calcolo di costi/benefici, ritiene ed afferma implicitamente che questa sia la strada che offre maggiori probabilità di tutela della propria comunità e dei propri interessi (3- Quali siano queste comunità ed interessi sarà difficile farlo riconoscere esplicitamente).

Dopo l'11 settembre "si parlò dalle due parti dell'oceano di una minaccia unificante del terrorismo, che non veniva dall'Islam ma da una delirante estremizzazione ideologica, e che avvertivamo come una minaccia per la civiltà che noi europei e americani, insieme, incarnavamo. E' emerso in modo sempre più vistoso che, da parte dei neoconservatori americani, il bisogno di sicurezza viene fatto prevalere sull'ordine internazionale garantito dalle istituzioni sopranazionali. E quindi ci siamo ritrovati davanti ad un'America che si affida a quella che noi europei abbiamo abbandonato da un secolo, e cioè la 'Macht-Politik' che oggi premia gli Stati Uniti e domani potrebbe premiare la Cina" (4 - Intervista a Giuliano Amato, "La Repubblica", 9 aprile 2003). *

Il bisogno di sicurezza, in questo passaggio di Giuliano Amato, viene dunque contrapposto operativamente all'ordine internazionale. L'ordine internazionale e l'ordine europeo sono in fondo anch'essi risposte al bisogno di sicurezza, ad un certo tipo di visione della sicurezza, più basata sulla ricerca del dialogo. La realizzazione di queste scelte non può prescindere però dalla considerazione degli strumenti e degli attori tradizionali che il sistema adottava per la propria sicurezza. E' irrealistico pensare che le componenti della società e delle istituzioni nazionali europee, che si sono occupate finora della sicurezza in termini classici accettino di collaborare al piano europeo senza avere alcun ruolo. La difesa europea dovrà quindi contemplare entrambi questi elementi calibrandoli sapientemente, senza permettere che la foga difensiva tradizionale ostacoli la costruzione del dialogo anche con i potenziali avversari. La discussione politica fra Usa ed Unione europea a due anni circa dall'11 settembre 2001 verte di fatto su quale combinazione di queste opzioni si possa mediare. Un avanzamento nel  senso della nuova concezione della sicurezza e' avvenuto nella bozza di costituzione europea che nella parte I, titolo V,  articolo 40 sulle "Disposizioni particolari relative all'attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune" recita: "1. La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune. Assicura che l'Unione disponga di una capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L'Unione può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite". Tuttavia nella bozza di convenzione e' stata anche inserita una proposta di agenzia per gli armamenti. Le reti europee con le quali il Centro studi difesa civile collabora (Eplo - European Peace Liason Office) propongono per equilibrare il peso di una tale agenzia, una modifica al testo della convenzione che preveda la realizzazione accanto alla Agenzia per gli armamenti di una "Agenzia del Peacebuilding e per la gestione costruttiva dei conflitti". La politica dell'Unione europea negli ultimi anni e' sempre più orientata alla prevenzione dei conflitti violenti. La stessa Unione e' il risultato di una riduzione delle sovranità nazionali in una logica di dialogo e di prevenzione che dovrà essere auspicabilmente applicata anche ad ulteriori ambiti. Se dunque l'Unione intende garantire la propria sicurezza con mezzi sia civili che militari, e' opportuno che non esista solo una agenzia europea sugli strumenti militari, ma che se ne costituisca anche una sul peacebuilding. Conviene orientare tutte le energie a raggiungere questo obiettivo, anziché disperdersi in polemiche con  gli altri operatori della sicurezza, con i quali spesso non concordiamo ma dei quali ho imparato ad apprezzare spesso l'onestà intellettuale e la fedeltà alla Costituzione. *

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2. Riflessioni sugli aspetti soggettivi della sicurezza in un sistema democratico  
La presente parte intende contribuire a mettere in luce due implicazioni/accezioni della  sicurezza, il primo e' "l'assicurare" i vantaggi acquisiti, il secondo e' il senso di paura diffusa che si radica nella paura dei singoli. Sono processi che si intrecciano e si mescolano in proporzioni diverse nelle diverse singole persone. Le forme di attrito fra gruppi umani sono manifestazioni complesse e derivano dall'interazione di forze economiche, culturali e psicologiche. Enumero brevemente i fattori psicosociali abitualmente presi in esame (1), rinviando la discussione dei singoli fattori ad una trattazione più approfondita (2): - la paura  e l'ostilità individuale e di gruppo; - la competizione su risorse scarse o ritenute tali; - il bisogno degli individui di identificarsi in un gruppo o in una causa che diano alla loro vita un senso trascendente; - la tendenza umana ad esternalizzare, a proiettare su altri la responsabilità di impulsi ed intenzioni sgradite; - una peculiare tendenza ad identificarsi, farsi rappresentare o subire dei leaders che utilizzano le inclinazioni più selvagge degli individui in nome della sicurezza o dell'interesse nazionale. Nel nostro periodo storico la agglutinazione collettiva di questa suscettibilità passa attraverso la funzione dei mezzi di comunicazione di massa che, entro certi limiti, possono esaltarla o inibirla; - un ulteriore punto di vista da tenere in considerazione (3) e' lo studio di quei sistemi di credenze collettive (belief systems) di un gruppo, particolarmente perniciosi quando diventano rigidi, resistenti al cambiamento e soprattutto se si accompagnano alla intensa sensazione del gruppo di essere vittima di qualche torto. La paura di malattie contagiose e la paura di dissoluzione della propria identità collettivà di fronte a massicci flussi migratori sono i segni di una angoscia diffusa che ha le proprie ricadute anche sulle scelte di difesa. * I continui allarmi sul terrorismo, sulla violenza nei quartieri e nelle famiglie, sulle catastrofi ambientali, sul rischio di recessione e di perdita del lavoro, che vengono trasmessi dai mass media e vissuti da gruppi consistenti della popolazione indicano come una analisi della dimensione soggettiva della percezione della sicurezza/insicurezza e della reazione a tali problemi veri e/o presunti, sia imprescindibile per la costruzione di adeguate risposte difensive e trasformative. Applico alla riflessione che segue i seguenti postulati: 1. Il senso di insicurezza e di paura sono concetti che si riferiscono inevitabilmente ad una radice soggettiva. Queste dimensioni si riflettono sulle istituzioni e sulle modalità sociali di gestione dei conflitti all'interno della collettività e con l'esterno (4). 2. Esiste anche una relazione fra bisogni, valori ed approcci individuali, scelte di sviluppo collettive, e conflitti internazionali. Esiste un nesso fra tensioni interiori (insoddisfazioni personali e malcontento sociale), i modi di affrontare il vissuto di crisi (serenità e maturità d'animo, rabbia o impotenza con le loro sfumature e comportamenti connessi, sia personali che collettivi), e la stabilità/instabilità nazionale, internazionale ed ambientale. Esiste cioè un nesso fra micro e macroconflitti e fra aspetti psicologici, economici e politici della sicurezza. 3. Queste diverse dimensioni si influenzano reciprocamente fra di loro. E' una scelta prenderle in esame in una ottica sistemica, di circolarità fra di esse, e non di semplice relazione causa-effetto. 4. La politica, pur essendo il risultato di un processo complesso, deve prendere  adeguatamente in considerazione queste dimensioni personali. La comprensione delle dinamiche relazionali e delle personalità individuali e collettive coinvolte nei conflitti e' utile per identificare nodi irrisolti, per costruire strategie di intervento e per individuare le modalità comunicative più efficaci da applicare di volta in volta per uscire dalla crisi. Questo sapere e' di per se' neutrale. Esso può essere utilizzato per personale avidità ed ambizione e/o per il bene comune. 5. Una politica che si definisca democratica non può applicare per definizione forme di comunicazione manipolative con i propri membri e non può favorire una strutturazione interna verticistica e programmi puramente repressivi. Essa deve favorire anche la comunicazione sincera con il competitore, con l'avversario e con il potenziale nemico, perche' la competizione senza limiti esita inevitabilmente in scontro (5). Essa deve dunque favorire la cooperazione almeno quanto enfatizza la competizione e deve favorire il rispetto degli altri popoli, una maturazione emotiva collettiva, lo sviluppo delle competenze e degli strumenti di gestione costruttiva dei conflitti. Il termine sicurezza viene dunque usato con molteplici implicazioni. Oltre alla tutela dell'integrità fisica e della identità storica ci si riferisce frequentemente alla sicurezza politico-economica di un sistema complesso, nel quale possano essere mantenuti i vantaggi materiali. Garantire la sicurezza all'interno di un ordine internazionale condiviso e concordato può significare distribuire almeno in parte questi vantaggi in modo che tutte le genti non avvertano rancore, odio ed ingiustizia. Bisogna altresi' trovare un punto di equilibrio nel rispetto delle molteplici culture e valori. Ma teoricamente si può pensare di continuare a garantire la sicurezza anche non occupandosi della  "distribuzione" se non fra i più determinati e arroganti che possono rappresentare un pericolo. I moderati, i fatalisti o gli impotenti non rappresentano un problema per i poteri "forti" ma solo per gli "etici". Tuttavia il vissuto di molti cittadini del mondo meno sviluppato e' stato l'anelito di ricchezza materiale per tutti come promesso dal sistema economico-tecnologico-informativo dominante. Le risorse invece sono limitate. La ricchezza non potrà arrivare dappertutto ed anzi molti paesi saranno soggetti a difficoltà e catastrofi come e più di prima. Da qui, fra l'altro, una ragione dell'assalto al primo mondo. All'impulso  del "si salvi chi può" si mescola la speranza che se la ricchezza non arriverà nei paesi d'origine qualche briciola si potrà conquistare in Europa. Quel benessere promesso non può essere aggiunto alla ricchezza già esistente;  I limiti dello sviluppo si intrecciano con i limiti della ricchezza. Le promesse potrebbero essere almeno parzialmente realizzate solo a scapito dei vantaggi del mondo già ricco. Sembra peraltro che nel frattempo chi partiva già ricco abbia acquisito una percentuale maggiore degli introiti e vantaggi complessivi nelle transazioni internazionali. Una ricontrattazione potrebbe  garantire una adesione al sistema internazionale di popoli e categorie ora insoddisfatte, tale da svuotare l'adesione alla violenza degli  estremisti (6). Una scelta diversa e' di mantenere un alto reddito per pochi, mantenere o aumentare i risultati materiali per quelli che li hanno già raggiunti, continuando a promettere vantaggi a chi ancora aderisce al sistema e trascurando gli altri. A sostenere questa opzione vi sono alcuni fattori caratteriali e psichici di una parte della popolazione privilegiata: l'ottimismo nel proprio benessere futuro e nella vittoria contro il nemico, la fede nel sistema. * Nel momento in cui la crisi e' evidente, oltre all'ottimismo, addirittura la baldanzosità di coloro che sono ben immedesimati in questo sistema di sviluppo, si evidenziano due principali valenze emotive che sostengono la guerra preventiva. La prima di chi ha un approccio consapevolmente disposto allo scontro per mantenere i privilegi. Questa e' la posizione di chi e' disposto a giocare il tutto per tutto, a fare i sacrifici dello scontro, convinto che e' meglio essere determinati e magari brutali da subito. Questo tipo di prevalenza emotiva sottende spesso dei caratteri competitivi, aggressivi, anche arroganti, perlopiù rigidi (7). L'altra valenza emotiva e' di coloro che non presentano questa bellicosità e devono essere convinti con le buone o con le cattive della necessità di partecipare alla lotta. La minaccia del terrorismo e' una degli eccellenti argomenti per coinvolgerli nella strategia della prevenzione. Questa e' la posizione di chi per paura accetta le scelte che vengono proposte dai vertici. Queste scelte possono progressivamente portare alla affermazione del proprio gruppo di appartenenza (non necessariamente nazionale ma ideologico o economico), oppure allo scontro. Chi appartiene a questa tipologia spera sempre che lo scontro poi non ci sia davvero, che ci si fermi alla minaccia o all'atto dimostrativo. Quando poi nello scontro ci sono i morti per davvero si può anche ritirare dall'adesione alla strategia intrapresa. Da qui proviene la preoccupazione dei vertici per le reazioni dell'opinione pubblica nelle missioni a rischio (8). La prima posizione emotiva sembra essere minoritaria nelle popolazioni europee e, pare, anche in Usa, almeno per ora. Essa e' più diffusa fra gli strati della popolazione più avvezzi ad un approccio attivo per il raggiungimento dei propri obiettivi, che tendono alla competizione, alla leadership e puntano al raggiungimento di posti di controllo e potere, nelle forze armate, nella politica, fra i giovani e vecchi rampanti delle imprese e della new economy. La strategia della difesa preventiva, cosi' come la radicalmente diversa strategia della difesa civile e della prevenzione dei conflitti, in uno stato formalmente democratico hanno bisogno di affermarsi attraverso la progressiva approvazione di altre fette della popolazione. Quelli della difesa preventiva tendono ad imporre, ad accorciare i tempi, a prevaricare, noi tendiamo a coinvolgere costruttivamente. Per farlo dobbiamo saper ascoltare e rispettare chi non la pensa come noi. * 

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3. La difesa civile
La difesa civile (1) e' un progetto per affrontare in chiave democratica, anche nei periodi di tensione e di crisi, il nodo fra sicurezza, ordine pubblico e difesa. Questo progetto deriva dalle esperienze storiche della resistenza nonviolenta, dalle esperienze interdisciplinari e
multidimensionali della gestione costruttiva dei conflitti, dalle nuove frontiere della ricerca per la pace.
Dal punto di vista pratico la difesa civile indica alcuni strumenti concreti da adottare ed adattare caso per caso, per migliorare la sicurezza nei quartieri, negli stadi, per resistere alla malavita ed alla diffusione della violenza.
Le risposte più funzionali possono essere predisposte ed  esercitate, ma non possono essere completamente predefinite e date a priori. Esse devono adattarsi al processo in corso fino ad indirizzarlo. Le risposte dipendono fra l'altro dai valori che si perseguono. La crisi implica spesso delle difficili scelta di priorità, delle decisioni in condizioni di non prevedibilità degli esiti, dei dolorosi passaggi emotivi, alleanze con il meno peggio. L'elasticità' mentale di chi possiede valori etici e non si aggrappa rigidamente alle ideologie,  può essere utile. La gestione della crisi e' talvolta analoga al trial medico in caso di grave catastrofe: devi scegliere a chi o cosa dedicarti prima.
Parte della stessa difesa civile e' la costruzione delle condizioni necessarie, solo in parte già esistenti ed in parte da sviluppare, affinche' un popolo possa resistere ad un invasore straniero o ad una involuzione autoritaria interna, limitando al massimo l'uso della forza e sostituendola con l'uso strategico e contemporaneamente etico della comunicazione, della disobbedienza civile, della non collaborazione.
Vengono presi in considerazione gli aspetti strutturali, economici e culturali della società che la rendono solida e resistente se esiste un reale scambio comunicativo all'interno di essa e con l'altro da sé. La difesa civile rileva quindi l'importanza del confronto e della coesione sociale come espressione di una comunicazione orizzontale fra i cittadini e la necessità di sganciarsi dalla suggestione della propaganda verticale e centralizzata.
L'opzione per difesa civile sarebbe facilitata dalla scelta parallela di un processo di transizione verso un modello di sviluppo più equilibrato. Le scelte forzate dello sviluppo e gli alti costi ambientali e finanziari della deterrenza determinano nei fatti un rischio per la sicurezza delle società, uguale e forse maggiore della minaccia che può venire dal dispiegamento degli armamenti nemici. La difesa deve quindi essere calibrata, proporzionata non solo ai pericoli esterni ma anche alle esigenze ed ai mezzi di una nazione, altrimenti si trasforma in un sistema per cui il
riarmo drena tutte le risorse impoverendo il substrato della società per garantire dei vantaggi a gruppi limitati e diventando controproducente per la maggioranza dei cittadini di uno stato democratico (2).
A tale proposito appare utile rivedere come si alimenta la struttura  del potere interno ed internazionale, partendo dai bisogni, dalle dinamiche e dalle contraddizioni interpersonali ed intergruppali. Secondo la tesi da me rappresentata esistono dei meccanismi politici ed economici, radicati nella struttura psichica collettiva, che rendono la nostra civiltà occidentale espansionistica ed allo stesso tempo vulnerabile, ma incauta e parzialmente ignara delle conseguenze della propria crescita. Più una società e' vulnerabile, più la sua politica e' aggressiva e provocatoria, pia conseguentemente adotta sistemi d'arma e progetti di difesa offensivi (3).
Il modello occidentale di sviluppo, pur avendo bisogno per  perpetuarsi di imporre le proprie condizioni e regole, e di scaricare i costi sull'ambiente, sulle altre culture e sulle generazioni future, presenta al suo interno differenti livelli di consapevolezza e differenti capacità di
gestire i conflitti interni ed esterni. Lo sviluppo o meno di queste caratteristiche può portare ad esiti diversi.
Le più concrete applicazioni della difesa civile consistono attualmente negli interventi di solidarietà alle società civili attraversate dalla violenza (4) nelle esperienze internazionali dei Corpi civili di pace, e nella insistente richiesta ai vertici politici italiani ed europei della loro istituzionalizzazione (5).
Il "Centro studi difesa civile" e' ad esempio impegnato nella Rete italiana dei Corpi civili di pace (6), nella rete europea dei servizi civili di pace (7), nel progetto "Colombia vive", e nelle "Nonviolent Peaceforce" (8) che hanno dispiegato operatori per evitare il riesplodere della violenza in Sri Lanka e che offrono inoltre sostegno alle società civili di Birmania, del
Guatemala, di Israele/Palestina, dell'Uganda.*

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Note 1° e 2° parte

1. J. E. Mack (1990), "The Enemy system", in Volkan, Julius and Montville, The Psychodynamics of International Relationship. Lexington Books, Lexington, Mass. La trattazione approfondita di tale aspetti verrà pubblicata a breve in un  volume su Guerra ed emozioni. Parte del presente capitolo proviene dalla ricerca su Le ong e la trasformazione  dei conflitti. Le operazioni di pace nelle crisi internazionali. Analisi, esperienze, prospettive, (commissionata e finanziata dall'ufficio Onu del Ministero degli Esteri), a cura di F. Tullio nel 2002,  Editori associati - editrice internazionale, Roma 2002. 
2. Francesco Tullio, Guerra ed emozioni, in attesa di pubblicazione. 
3. Gutlove Paula (1992), " Psychology and Conflict Resolution: Toward a New Diplomacy", in  Tonci Kuzmanic e Arno Truger, Yugoslavia War, edito da Austrian Study Centre for Peace and Conflict Resolutio Sclaining e Peace Institute Ljubljana. 
4. Mentzos Stavros, Interpersonale und Isntitutionalisierte Abwehr, Suhrkamp, Frankfurt am Main. 5. Simone Weil: "da un lato la guerra non fa che prolungare quell'altra guerra che si chiama concorrenza; dall'altro tutta la vita economica e' attualmente orientata verso una guerra futura".
6. Massimo Fini, Il vizio oscuro dell'Occidente, Marsilio, 2002. 
7. Questo atteggiamento si rileva non solo laddove i privilegi vanno mantenuti ma anche, con alcune differenze, dove essi vanno conquistati e talvolta anche dove invece di privilegi vanno mantenute o conquistate le condizioni minime di sopravvivenza. 8. Personalmente ritengo che la forza, anche fisica, in certe situazioni sia inevitabile, ma distinguo fra  forza e violenza. La forza e' intesa a bloccare l'atto violento dell'altro in mancanza di altre alternative - se per esempio un soggetto sta per uccidere un bambino ed io gli strappo l'arma uso la forza. La violenza invece ha una valenza rivendicativa, e' un abuso della forza, al di fuori del rispetto e della ricerca di dialogo e giustizia. 

Note 3° parte
1. Francesco Tullio (a cura di), La difesa civile ed il progetto Caschi
Bianchi, peacekeepers civili disarmati, Franco Angeli, Milano 2001. Ricerca
commissionata ed in parte finanziata dal Cemiss, Centro Militare di Studi
Strategici.
2. Paul Wehr, Conflict Regulation, Westview Press, Boulder, Colorado, Usa
1979.
3. Johan Galtung, There Are Alternatives! Four Roads to Peace and Security,
1984; ed.it.: Ci sono alternative! Quattro vie per la pace e la sicurezza,
Edizioni  Gruppo Abele, Torino 1986;  Christian Ejlers (ed.), Peace Reseach,
Copenhagen,1975-1988;  Peace by peaceful means, Sage, Londra, 1996.
4. Si veda ad esempio il progetto "Colombia Vive". Per approfondimento sui
processi di resistenza civile nonviolenta della  Colombia, vedi: "Camminar
en  Dignidad", www.comune.narni.tr.it/pace.htm  che descrive la comunità di
pace di San Jose' de Apartadò; "L'impegno della società civile in
Colombia" e "Costruendo segnali di pace" nel sito del Centro studio difesa
civile, www.pacedifesa.org 
5. Nel sito del Centro studio difesa civile, www.pacedifesa.org 
6. sito: www.corpidipace.too.it 
7. Il sito di European Network of civil peace services (En.cps) e':
www.en-cps.org   En.cps fa parte dell'European Peace Liason Office (Eplo) che
rappresenta le ong per la costruzione della pace all'Unione Europea:
www.eplo.org/ 
8. www.nonviolentpeaceforce.org

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