EUROPA
IN CERCA DI SICUREZZA
L’Uomo
al centro della PESD?
Mentre prosegue la creazione di capacità
militari, e quelle civili dovrebbero essere
rilanciate da una conferenza che si terrà nella seconda metà
di novembre, si pone con sempre più urgenza la necessità di
ridefinire lo scopo e le prospettive di impiego di questi
strumenti, poiché appare oramai evidente che le missioni di
Petersberg, seppur nella versione aggiornata del Trattato
Costituzionale europeo, non sono più sufficienti.
In questo contesto, assumono un significato decisivo due
iniziative che vogliamo segnalarvi: la
pubblicazione del Rapporto di Barcellona
del gruppo di studio sulle Capacità Europee nel settore
della Sicurezza guidato da Mary Kaldor
e l’azione del World Federalist Movement
“Responsibility to protect and to
engage civil society”.
L’Europa
si trova, infatti, ancora una volta divisa, di fronte alle
grandi sfide mondiali. La divisione sulla riforma delle Nazioni
Unite, ed in particolare del Consiglio di Sicurezza, è oramai
conosciuta da tutti; ma quello che ancor più preoccupa è che
la discussione sul futuro dell’unica istituzione in grado di
rispondere alle sfide della globalizzazione avviene in un
momento in cui si fa sempre più strada la dottrina degli
attacchi preventivi -
le posizioni di Israele, Usa e Russia su questo sono note, e
tutto fa presagire che altri paesi potrebbero allinearsi. Questa
dottrina mina, infatti, le fondamenta su cui poggia la creazione
dell’Onu (quelle della cooperazione e del multilateralismo)
e l’Europa, che poggia sulle stesse fondamenta, che
sostengono però un edificio ben più grande, è quindi
minacciata essa stessa, dall’esterno dalla dottrina degli
attacchi preventivi, ma anche dall’interno, a causa delle
divisioni fra gli stati membri che perseguono ancora una volta
obiettivi esclusivamente nazionali.
Spostare
l’attenzione dalla sicurezza dagli stati a quella alle persone
– fare cioè della sicurezza umana lo scopo della PESD –
significa superare l’idea che siano gli stati gli unici
detentori di un diritto/dovere universale alla sicurezza. Non
significa solamente rivendicare ad ogni individuo la titolarità
di un “diritto alla sicurezza”, le convenzioni
internazionali sui diritti umani già lo fanno dando ad esso un
contenuto concreto, ma significa soprattutto, e qui sta la
novità, rivendicare
il dovere degli stati di agire per garantire tale diritto, anche
al di fuori dei confini nazionali.
Così,
mentre l’iniziativa del movimento federalista mondiale mira al
riconoscimento di tale diritto/dovere, il rapporto del gruppo
guidato da Mary Kaldor ne definisce gli strumenti politici ed
operativi che l’Europa potrebbe mettere in campo.
Si
collocano, dunque, su di una stessa visione del mondo, che nel
porre al centro della politica (nazionale ed internazionale) l’uomo,
mostra l’unica strada percorribile per ritornare a dare alle
istituzioni democratiche il ruolo per cui esistono: rispondere
alle necessità ed ai bisogni degli individui, dei loro
cittadini, in un epoca di interdipendenza complessa in cui i
destini degli uomini sono oramai così intrecciati che le
politiche devono necessariamente superare la dimensione
nazionale della cittadinanza ed essere affidate ad organismi
sovra-nazionali.
Strumenti
Civili e Militari al Servizio della Sicurezza Umana
La
sicurezza umana deve essere l’obiettivo della politica estera
di sicurezza e di difesa dell’Unione europea, e gli strumenti
civili e militari devono essere orientati esclusivamente a
questo scopo.
Si
potrebbe riassumere così il contenuto del Rapporto di
Barcellona, anche se, data l’importanza delle questioni poste
e delle idee contenute, non può essere liquidato in una sola
frase. Non è tanto la presenza di concetti o approcci
innovativi a rendere il rapporto interessante, almeno per chi
come Mary Kaldor si occupa di studiare un nuovo approccio alla
sicurezza dell’umanità, quanto il fatto che i concetti e le
idee vengano posti per la prima volta da una prospettiva
politica orientata all’azione, diretti cioè ad essere
facilmente tradotti in politiche e strumenti operativi.
Tre
sono gli elementi su cui si basa la Dottrina Europea per la
Sicurezza Umana
suggerita dal gruppo di studio:
-
Sette
principi che devono essere rispettati nelle operazioni in
situazioni di forte insicurezza (dalla prevenzione alla
gestione e ricostruzione post-conflitto) e che dovrebbero
guidare l’azione di chiunque (diplomatici, politici degli
stati membri ma
anche il personale militare e civile che opera sul terreno)
e applicarsi ai mezzi ed ai fini dell’intervento.
-
La
creazione di una “Human Security Response Force”
composta inizialmente da almeno 15.000 uomini e donne, di
cui un terzo civili, esperti nei settori: polizia, affari
legali, sviluppo e aiuto umanitario, amministrazione, ecc. A
questi specialisti, forniti dagli stati membri, si
affiancherebbe poi un Servizio Volontario per la Sicurezza
Umana che integrerebbe questa forza grazie ai contributi di
giovani volontari europei attualmente previsti dal
controverso quinto comma dell’art III-321 del Trattato
Costituzionale.
-
Un
nuovo quadro giuridico dovrebbe, in fine, governare
sia gli aspetti decisionali sia quelli operativi
degli interventi. Tale normativa dovrebbe essere costruita
tenendo conto della legislazione locale, di quella degli
stati che partecipano alle operazioni, del diritto penale
internazionale, del diritto internazionale umanitario e
delle convenzioni internazionali sui diritti umani.
La
“Forza di intervento per la sicurezza umana” dovrebbe essere
posta sotto il controllo del nuovo Ministro degli esteri europeo
(previsto dal Trattato costituzionale), e dovrebbe essere
potenziata rispetto alle attuali capacità civili.
Il
rapporto completo è scaricabile a questo indirizzo: http://ue.eu.int/uedocs/cms_data/docs/pressdata/solana/040915CapBar.pdf
La
Responsabilità di proteggere e coinvolgere la società civile
Nonostante
le prese di posizione, le dichiarazioni, ed i diversi proclami,
nel mondo i genocidi continuano ad essere una realtà. Basti
pensare al caso più recente, il Darfur.
Finché
non verrà riconosciuto il principio secondo cui gli stati e la
comunità internazionale hanno la responsabilità di proteggere
i civili dai genocidi e dalle atrocità di massa, le gravi
violazioni dei diritti umani continueranno ad essere una realtà
tollerata e giustificata dal principio di non ingerenza negli
affari interni.
L’iniziativa
R2P-CS “Responsibility to protect – engage civil society”
del World Federalist Movement
(Wfm) mira a creare una ampia coalizione di società civile,
politici, istituzioni e organizzazioni nongovernative, che porti
al riconoscimento della responsabilità
della comunità internazionale ad agire per proteggere le
persone oggetto di gravi violazioni dei diritti umani quando lo
stato che ne ha la responsabilità non ha la possibilità o la
volontà di intervenire.
Dal
riconoscimento di questa responsabilità deriverebbero tre
ordini obblighi:
-
La
Responsabilità di Prevenire le cause dei conflitti armati e
delle altre crisi che mettono a rischio la sopravvivenza
delle popolazioni.
-
La
Responsabilità di Reagire alle crisi umanitarie con i mezzi
più appropriati
-
La
Responsabilità di Ricostruire fornendo piena assistenza
alle popolazioni attraverso il soccorso, la ricostruzione e
la riconciliazione.
L’iniziativa
R2P-CS, che nasce da uno studio della Commission on State
Sovreignity, sostenuto dal governo canadese, prevede per i
prossimi mesi:
·
l’avvio di un dibattito più approfondito sul principio
“Responsibility to protect”,
·
azioni di promozione della creazione di norme
internazionali,
·
il monitoraggio delle risposte e degli impegni dei
governi,
·
il rafforzamento
della partecipazione della società civile, delle Ong e dei
Governi attraverso lo sviluppo di un network ad hoc.
Il
Movimento Federalista Mondiale non è nuovo ad iniziative di
questa portata, basti pensare che ha guidato e coordina ancor
oggi, la coalizione che portò alla creazione del Tribunale
Penale Internazionale.
Per
maggiori informazioni sull’iniziativa:
www.wfm.org/protect
Lo
sviluppo di capacità militari
Lo
sviluppo di capacità militari fa ulteriori passi avanti. Il 17
settembre, Italia, Spagna, Francia, Olanda e Portogallo, hanno
firmato una dichiarazione di intenti per la creazione di una “gendarmeria
europea” (EGF) forte di 3000 uomini e donne (di cui circa un
migliaio dispiegabili in 30 giorni) da utilizzare nelle
operazioni PESD di peacekeeping (in particolare per le missioni
di polizia nella ricostruzione post-bellica). Anche alcuni paesi
che non posseggono forze di questo tipo hanno manifestato
interesse a partecipare, come Polonia e Belgio. Il comando sarà
affidato ad un Francese, ed il quartier generale sarà in
Italia, a Vicenza. La EGF dovrebbe essere operativa dal 2005.
http://www.eu2004.nl/default.asp?CMS_ITEM=EA9CDF9D629E4DDF8384D71F693B21DDX1X35621X7
La
decisone è stata presa a margine della riunione del Consiglio
dei ministri della Difesa, tenutasi a Noordwijk in Olanda
(attuale presidenza di turno del’UE). Durante la riunione sono
state prese diverse decisioni che dovrebbero portare a
importanti progressi nel raggiungimento degli obiettivi di
capacità militari, fissati nel 1999 a Helsinky. Fra questi la
creazione di Gruppi di Combattimento multinazionali dell’UE.
Un primo nucleo dovrebbe essere disponibile già entro il 2005.
Per
ulteriori informazioni, si veda il sito della presidenza UE alla
pagina: http://www.eu2004.nl/default.asp?CMS_ITEM=6B95D523344C40DE95F0B02CA512B0CCX1X70433X59
Fonti:
www.eu.eu.int;
www.europa.eu.int;
www.euractive.com;
www.eu2004.nl