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Contributi teorici - Editoriale Ottobre 2004 

  

EUROPA IN CERCA DI SICUREZZA

L’Uomo al centro della PESD?[1]
di Matteo Menin

Mentre prosegue la creazione di capacità militari, e quelle civili dovrebbero essere rilanciate da una conferenza che si terrà nella seconda metà di novembre, si pone con sempre più urgenza la necessità di ridefinire lo scopo e le prospettive di impiego di questi strumenti, poiché appare oramai evidente che le missioni di Petersberg, seppur nella versione aggiornata del Trattato Costituzionale europeo, non sono più sufficienti[2]. In questo contesto, assumono un significato decisivo due iniziative che vogliamo segnalarvi: la pubblicazione del Rapporto di Barcellona del gruppo di studio sulle Capacità Europee nel settore della Sicurezza guidato da Mary Kaldor[3] e l’azione del World Federalist Movement  Responsibility to protect and to engage civil society”. 

L’Europa si trova, infatti, ancora una volta divisa, di fronte alle grandi sfide mondiali. La divisione sulla riforma delle Nazioni Unite, ed in particolare del Consiglio di Sicurezza, è oramai conosciuta da tutti; ma quello che ancor più preoccupa è che la discussione sul futuro dell’unica istituzione in grado di rispondere alle sfide della globalizzazione avviene in un momento in cui si fa sempre più strada la dottrina degli attacchi preventivi  - le posizioni di Israele, Usa e Russia su questo sono note, e tutto fa presagire che altri paesi potrebbero allinearsi. Questa dottrina mina, infatti, le fondamenta su cui poggia la creazione dell’Onu (quelle della cooperazione e del multilateralismo) e l’Europa, che poggia sulle stesse fondamenta, che sostengono però un edificio ben più grande, è quindi minacciata essa stessa, dall’esterno dalla dottrina degli attacchi preventivi, ma anche dall’interno, a causa delle divisioni fra gli stati membri che perseguono ancora una volta obiettivi esclusivamente nazionali.

Spostare l’attenzione dalla sicurezza dagli stati a quella alle persone – fare cioè della sicurezza umana lo scopo della PESD – significa superare l’idea che siano gli stati gli unici detentori di un diritto/dovere universale alla sicurezza. Non significa solamente rivendicare ad ogni individuo la titolarità di un “diritto alla sicurezza”, le convenzioni internazionali sui diritti umani già lo fanno dando ad esso un contenuto concreto, ma significa soprattutto, e qui sta la novità,  rivendicare il dovere degli stati di agire per garantire tale diritto, anche al di fuori dei confini nazionali.   

Così, mentre l’iniziativa del movimento federalista mondiale mira al riconoscimento di tale diritto/dovere, il rapporto del gruppo guidato da Mary Kaldor ne definisce gli strumenti politici ed operativi che l’Europa potrebbe mettere in campo.

Si collocano, dunque, su di una stessa visione del mondo, che nel porre al centro della politica (nazionale ed internazionale) l’uomo, mostra l’unica strada percorribile per ritornare a dare alle istituzioni democratiche il ruolo per cui esistono: rispondere alle necessità ed ai bisogni degli individui, dei loro cittadini, in un epoca di interdipendenza complessa in cui i destini degli uomini sono oramai così intrecciati che le politiche devono necessariamente superare la dimensione nazionale della cittadinanza ed essere affidate ad organismi sovra-nazionali.

Strumenti Civili e Militari al Servizio della Sicurezza Umana 
La sicurezza umana deve essere l’obiettivo della politica estera di sicurezza e di difesa dell’Unione europea, e gli strumenti civili e militari devono essere orientati esclusivamente a questo scopo.

Si potrebbe riassumere così il contenuto del Rapporto di Barcellona, anche se, data l’importanza delle questioni poste e delle idee contenute, non può essere liquidato in una sola frase. Non è tanto la presenza di concetti o approcci innovativi a rendere il rapporto interessante, almeno per chi come Mary Kaldor si occupa di studiare un nuovo approccio alla sicurezza dell’umanità, quanto il fatto che i concetti e le idee vengano posti per la prima volta da una prospettiva politica orientata all’azione, diretti cioè ad essere facilmente tradotti in politiche e strumenti operativi.

Tre sono gli elementi su cui si basa la Dottrina Europea per la Sicurezza Umana[4] suggerita dal gruppo di studio:

  • Sette principi che devono essere rispettati nelle operazioni in situazioni di forte insicurezza (dalla prevenzione alla gestione e ricostruzione post-conflitto) e che dovrebbero guidare l’azione di chiunque (diplomatici, politici degli stati membri  ma anche il personale militare e civile che opera sul terreno) e applicarsi ai mezzi ed ai fini dell’intervento.

  • La creazione di una “Human Security Response Force” composta inizialmente da almeno 15.000 uomini e donne, di cui un terzo civili, esperti nei settori: polizia, affari legali, sviluppo e aiuto umanitario, amministrazione, ecc. A questi specialisti, forniti dagli stati membri, si affiancherebbe poi un Servizio Volontario per la Sicurezza Umana che integrerebbe questa forza grazie ai contributi di giovani volontari europei attualmente previsti dal controverso quinto comma dell’art III-321 del Trattato Costituzionale.

  • Un nuovo quadro giuridico dovrebbe, in fine, governare  sia gli aspetti decisionali sia quelli operativi degli interventi. Tale normativa dovrebbe essere costruita tenendo conto della legislazione locale, di quella degli stati che partecipano alle operazioni, del diritto penale internazionale, del diritto internazionale umanitario e delle convenzioni internazionali sui diritti umani. 

La “Forza di intervento per la sicurezza umana” dovrebbe essere posta sotto il controllo del nuovo Ministro degli esteri europeo (previsto dal Trattato costituzionale), e dovrebbe essere potenziata rispetto alle attuali capacità civili. 

 

Il rapporto completo è scaricabile a questo indirizzo: http://ue.eu.int/uedocs/cms_data/docs/pressdata/solana/040915CapBar.pdf 

La Responsabilità di proteggere e coinvolgere la società civile

Nonostante le prese di posizione, le dichiarazioni, ed i diversi proclami, nel mondo i genocidi continuano ad essere una realtà. Basti pensare al caso più recente, il Darfur. 

Finché non verrà riconosciuto il principio secondo cui gli stati e la comunità internazionale hanno la responsabilità di proteggere i civili dai genocidi e dalle atrocità di massa, le gravi violazioni dei diritti umani continueranno ad essere una realtà tollerata e giustificata dal principio di non ingerenza negli affari interni.

L’iniziativa R2P-CS “Responsibility to protect – engage civil society” del World Federalist Movement [5] (Wfm) mira a creare una ampia coalizione di società civile, politici, istituzioni e organizzazioni nongovernative, che porti al riconoscimento della  responsabilità della comunità internazionale ad agire per proteggere le persone oggetto di gravi violazioni dei diritti umani quando lo stato che ne ha la responsabilità non ha la possibilità o la volontà di intervenire.

Dal riconoscimento di questa responsabilità deriverebbero tre ordini obblighi:

  • La Responsabilità di Prevenire le cause dei conflitti armati e delle altre crisi che mettono a rischio la sopravvivenza delle popolazioni.

  • La Responsabilità di Reagire alle crisi umanitarie con i mezzi più appropriati

  • La Responsabilità di Ricostruire fornendo piena assistenza alle popolazioni attraverso il soccorso, la ricostruzione e la riconciliazione. 

L’iniziativa R2P-CS, che nasce da uno studio della Commission on State Sovreignity, sostenuto dal governo canadese, prevede per i prossimi mesi:

·         l’avvio di un dibattito più approfondito sul principio “Responsibility to protect”, 

·         azioni di promozione della creazione di norme internazionali, 

·         il monitoraggio delle risposte e degli impegni dei governi, 

·         il  rafforzamento della partecipazione della società civile, delle Ong e dei Governi attraverso lo sviluppo di un network ad hoc.

 

Il Movimento Federalista Mondiale non è nuovo ad iniziative di questa portata, basti pensare che ha guidato e coordina ancor oggi, la coalizione che portò alla creazione del Tribunale Penale Internazionale.

Per maggiori informazioni sull’iniziativa: www.wfm.org/protect  

Lo sviluppo di capacità militari

Lo sviluppo di capacità militari fa ulteriori passi avanti. Il 17 settembre, Italia, Spagna, Francia, Olanda e Portogallo, hanno firmato una dichiarazione di intenti per la creazione di una “gendarmeria europea” (EGF) forte di 3000 uomini e donne (di cui circa un migliaio dispiegabili in 30 giorni) da utilizzare nelle operazioni PESD di peacekeeping (in particolare per le missioni di polizia nella ricostruzione post-bellica). Anche alcuni paesi che non posseggono forze di questo tipo hanno manifestato interesse a partecipare, come Polonia e Belgio. Il comando sarà affidato ad un Francese, ed il quartier generale sarà in Italia, a Vicenza. La EGF dovrebbe essere operativa dal 2005.

http://www.eu2004.nl/default.asp?CMS_ITEM=EA9CDF9D629E4DDF8384D71F693B21DDX1X35621X7 

La decisone è stata presa a margine della riunione del Consiglio dei ministri della Difesa, tenutasi a Noordwijk in Olanda (attuale presidenza di turno del’UE). Durante la riunione sono state prese diverse decisioni che dovrebbero portare a importanti progressi nel raggiungimento degli obiettivi di capacità militari, fissati nel 1999 a Helsinky. Fra questi la creazione di Gruppi di Combattimento multinazionali dell’UE. Un primo nucleo dovrebbe essere disponibile già entro il 2005.

Per ulteriori informazioni, si veda il sito della presidenza UE alla pagina: http://www.eu2004.nl/default.asp?CMS_ITEM=6B95D523344C40DE95F0B02CA512B0CCX1X70433X59 

Fonti: www.eu.eu.int; www.europa.eu.int; www.euractive.com; www.eu2004.nl 



[1] Politica Europea di Sicurezza e di Difesa

[2] Le missioni di Petersberg (dal nome della località tedesca dove furono inizialmente concepite) “aggiornate” prevedono: Art III-309 comma 1 del T.to Costituzionale consolidato: “Le missioni di cui all'articolo I-41, paragrafo 1, nelle quali l'Unione può ricorrere a mezzi civili e militari, comprendono le azioni congiunte in materia di disarmo, le missioni umanitarie e di soccorso, le missioni di consulenza e assistenza in materia militare, le missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace e le missioni di unità di combattimento per la gestione delle crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace e le operazioni di stabilizzazione al termine dei conflitti. Tutte queste missioni possono contribuire alla lotta contro il terrorismo, anche tramite il sostegno a paesi terzi per combattere il terrorismo sul loro territorio.”

[3] Mary Kaldor è professore alla London School of Economics ed esperta di conflitti. Fra le sue pubblicazioni più conosciute: “Le nuove guerre” ed. Italiana di Carocci. http://www.lse.ac.uk/people/m.h.kaldor@lse.ac.uk  Al gruppo di studio hanno preso parte: Jan Pronk,  UN Special Representative in Sudan; Gen. Ret. Klaus Reinhardt, former commander of Kosovo; Narcis Serra, former Spanish Minister of Defence; and international law specialist Christine Chinkin. 

[4]Dall’Executive Summary del Documento.

[5] Sito dell’iniziativa www.wfm.org/protect.  Il Wfm è un organizzazione nongovernativa che riunisce i federalisti di tutto il mondo. Fra le campagne più significative sostenute e coordinate dai federalisti mondiali c’è senz’altro la campagna che ha portato alla creazione del Tribunale penale internazionale, campagna che prosegue ancor oggi: sito sulla campagna: www.iccnow.org, sito della Corte penale internazionale: www.icc-cpi.int . Il movimento dei federalisti mondiali non è quindi nuovo a campagne di portata rivoluzionaria per la politica e l’ordine internazionale.