"Partner nella prevenzione, dalla teoria
alla pratica: Le politiche di gestione delle crisi e di
prevenzione dei conflitti dell’Unione europea, approcci
formativi sostenibili e coinvolgimento della società
civile". Questo il titolo e lo scopo della conferenza
organizzata da EPLO, La Presidenza del Lussemburgo dell’UE,
Madariga Foundation e Bernadotte Academy che si è tentuta il 23 e
24 Marzo a Brussels.
Tutti i partecipanti hanno enfatizzato la
necessità di un maggiore coordinamento, potenziamento della
comunicazione e condivisione delle informazioni tre le istituzioni
europee e le organizzazioni della società civile. Le necessità
di una formazione ed educazione adeguata per potenziare le
capacità dell’Ue nella prevenzione dei conflitti, come pure la
necessità di rafforzare le sinergie tra sicurezza, diplomazia e
politiche di sviluppo è stata affermata più volte.
Da parte delle Ong il messaggio più condiviso
riguarda la necessità di dedicare meggiori finanziamenti alle
attività di prevenzione della violenza e gestione nonviolenta dei
conflitti oltre che di ricostruzione e pacificazione sociale nel
post-conflitto, insieme alla richiesta di una chiara distinzione
tra azioni militari e delle Osc.
Ai partecipanti sono stati distribuiti due
documenti elaborati dal gruppo di lavoro di EPLO sugli strumenti
civili per la costruzione di una pace sostenibile (CISP WG):
In attesa di pubblicare una relazione completa e più
dettagliata dell’ufficio EPLO di Bruxelles, possiamo già,
però, dare un giudizio da un punto di vista italiano.
Fra i 150 partecipanti (per metà rappresentanti delle
istituzioni e metà delle organizzazioni di società civile) solo
3 italiani, e tutti in rappresentanza di organizzazioni europee,
nessuna Ong Italiana presente e nessun diplomatico italiano,
numerosissimi invece i rappresentanti di organizzazioni
internazionali, di diplomazie europee e delle maggiori Ong del
peacebuilding ma anche dell’Umanitario e della cooperazione, fra
cui anche rappresentanti di Concord e Voice (reti con le quali
EPLO ha avviato un’utile collaborazione nell’azione di
pressione sulle istituzioni europee).
Non soltanto la politica nazionale pare non prestare
praticamente alcuna attenzione al tema al centro della costruzione
della Politica europea di sicurezza e di difesa (cioè la gestione
delle crisi e la prevenzione dei conflitti), ma anche le ONG dell’umanitario
e dello sviluppo, oltre che le organizzazioni italiane che si
occupano di gestione e trasformazione conflitti non sembrano avere
alcun interesse per gli strumenti civili di intervento nei
conflitti e questo proprio quando la politica "estera e di
sicurezza", come si spiegherà poi, rischia a nostro avviso
di essere sempre più militare e meno civile e inglobare l’azione
di cooperazione, in cui l’intervento delle Ong – indipendente
ed imparziale "per definizione" - corre il pericolo di
vedersi erodere sempre più spazio da parte del militare –
efficiente e superapido, ma egualmente efficace e sostenibile?
Se da un governo che ha tagliato i fondi pubblici stanziati per
lo sviluppo (1) e, contemporaneamente, ne ha recuperati di nuovi da
utilizzare per la cooperazione, l’umanitario e la ricostruzione
post maremoto nel sud est asiatico, ricorrendo al buon cuore degli
italiani e "sostenendo" la raccolta fondi dai privati
cittadini - dandone in gestione i frutti al dipartimento della
protezione civile - non ci si poteva aspettare un’attenzione
maggiore a nuove politiche direttamente rivolte alla soluzione dei
conflitti, poiché, inevitabilmente, richiedono nuovi
finanziamenti.
Dalle Ong che gridano ancor più comprensibilmente allo scippo
ed allo scandalo per i fondi tagliati, quelli promessi mai
arrivati e la concorrenza diretta dello stato nel ricorrere alla
generosità dei cittadini, ci si poteva aspettare, forse, maggiore
attenzione; ma probabilmente chiedere che ponessero più
attenzione a qualcosa che ancora alle voci di Bilancio nazionale
non sta, sarebbe stato chiedere troppo. Ancora una volta spiace
dover affermare che gli Italiani arrivano sempre per ultimi…o
qualche volta, come a Bruxelles, non arrivano proprio.
Continuare ad ignorare la prevenzione dei conflitti, perché
non è nell’agenda politica nazionale, potrebbe però costare
caro alla società civile italiana. A tutta la società civile.
Dopo la sicurezza e l’umanitario anche la cooperazione ai
militari?
E’ l’interrogativo che non possiamo non porci,
provocatoriamente certo, ma non troppo, se guardiamo agli ultimi
sviluppi delle politica europea e nazionale.
Il 18 e 19 Marzo scorsi si è svolto a Brussels, un nuovo
incontro "informale" dei ministri della Difesa dell’Unione
Europea;
Durante la conferenza stampa che ha chiuso l’incontro, Luc
Frieden, Ministro della difesa del Lussemburgo (paese che ha l’attuale
presidenza dell’UE) ha affermato che non crede che il ruolo
delle forze armate di domani sarà nell’aiuto allo sviluppo
[meno male !], perché ci sono altre persone che lo sanno fare
meglio dei militari. Tuttavia, ha precisato, vi sono alcuni punti
in comune. Le forze armate possono svolgere alcune funzioni
complementari in alcune situazioni. Potrebbe essere il caso dei
disastri naturali, ma anche in quello dell’aiuto allo sviluppo.
Le forze armate hanno alcune risorse (come la logistica, per
esempio) che potrebbero mettere a disposizione di coloro che sono
impegnati nell’aiuto allo sviluppo.
Nello stesso incontro Javier Solana ha annunciato che la
cellula di pianificazione congiunta per le operazioni
civili-militare di gestione delle crisi, creata all’interno
dello Stato Maggiore dell’UE, avrebbe cominciato a funzionare da
Aprile.
Nel frattempo, in seno alla Organizzazione per la Cooperazione
e lo Sviluppo Economico (OCSE) si è svolto un confronto assai
importante e, a tratti accesso, fra paesi favorevoli e contrari ad
includere nei fondi destinati allo sviluppo (ed in particolare
negli stanziamenti per l’aiuto pubblico allo sviluppo) anche le
spese per la formazione del personale militare locale e i costi
per le attività di peacekeeping militare. Per ora, non essendo
stato raggiunto il necessario consenso, la discussione è
posticipata al 2007. (2)
Se a questi segnali e decisioni aggiungiamo che 250 milioni di
euro del Fondo Europeo di Sviluppo – destinato alle iniziative
di cooperazione fra Europa ed paesi ACP (3), per lo sviluppo economico
di questi ultimi - verranno utilizzati per il finanziamento di
missioni militari dell’Unione Africana (4) e che ciò potrebbe
costituire un grave precedente; che, guardando in particolare all’Italia,
il crescente impiego dei militari dei reparti destinati al
cosiddetto Cimic (che dovrebbe occuparsi del rapporto fra
autorità civili e militari, ma che troppo spesso si spinge a
sostituire il lavoro delle Organizzazioni nongovernative, mettendo
da parte così la neutralità ed imparzialità, principi secolari
e cardine dell’intervento umanitario, oltre che l’esperienza
delle Ong); possiamo concludere che c’è uno scivolamento
progressivo del militare verso l’assolvimento di funzioni
civili, una serie di segnali, quindi, che il militare è sempre
più considerato dalle istituzioni un valido sostituto del civile.
I militari, che certo possono avere un ruolo nel garantire la
sicurezza delle persone - è bene dirlo per sgombrare il campo
dall’utopia che, ad oggi, se ne possa fare a meno – ma da
accettare solo se agiscono in un quadro legale chiaro e sotto
specifico mandato delle Nazioni Unite e soprattutto utilizzando
gli strumenti più adeguati al fine di tutelare i civili; sembrano
quindi essere sempre più spesso preferiti dalla politica alle
fastidiose ed indipendenti organizzazione di società civile. Un
processo che va quindi nella direzione opposta rispetto a quella
auspicata dal movimento per la pace e della nonviolenza italiano
ed europeo.
Dati gli sviluppi indicati sopra, ma i segnali sono anche più
numerosi, pare tuttavia che non solo chi pensa al peacekeeeping e
peacebuilding civile, come alternativa al militare, debba
preoccuparsi, ma anche le Organizzazioni che operano nei settori
in cui l’indipendenza dalla logica della politica dell’interesse
nazionale e della ragion di stato, sembrava un dato accettato ed
acquisito dalle isitituzioni democratiche – almeno formalmente -
debbano incominciare a porsi il problema.
Da una parte è tempo che le organizzazioni del mondo della
nonviolenza prendano coscienza del fatto che il mondo è cambiato
rispetto a 20-30 o anche 10 anni fa, e con esso i compiti
richiesti ai militari ed ai civili, che dal rispetto reciproco
delle esperienze, competenze e professionalità possono nascere
spazi di collaborazione, pur nel necessario oltre che doveroso
rispetto della autonomia e distinzione chiara dei ruoli.
Rinunciare a questo dialogo significa barricarsi in posizioni
ideologiche e lasciare spazio e gioco troppo facile a chi continua
a tacciare chi crede negli strumenti della nonviolenza di buonismo
irreale, utopistico e pericoloso.
Dall’altra anche i settori della cooperazione
tradizionalmente al sicuro dall’ingerenza dell’interesse
politico nazionale – almeno formalmente - non lo sono più ed è
necessario che gli attori nongovernativi prendano atto di essere
attori della politica – non più solo quella del fare ma anche
quella del decidere - con tutte le responsabilità del caso,
inclusa la ricerca di una sempre maggior autonomia dall’aiuto
pubblico e l’investimento maggiore di risorse nel far crescere
la sensibilità dei cittadini almeno tanto quanto quella dei
policy makers.
Accanto a questa esigenza c’è poi la necessità strategica
di non trascurare le richieste di politiche nuove com’è per la
prevenzione – civile - dei conflitti, magari perché si aspetta
che sia la politica italiana a metterle all’ordine del giorno,
nella propria agenda e nel bilancio nazionale.
Il rischio è, infatti, che si finiscano per subire le scelte
politiche per non voler esserne protagonisti.
Il ruolo delle organizzazioni di società civile, fra cui ci
stanno anche le Ong italiane, dovrebbe essere quello di dar voce
ai bisogni degli uomini, di tendere l’orecchio oltre i confini
delle istituzioni statali e nazionali e di rispondere prima in
proprio e, poi, chiedendo, reclamando, facendo pressione nella
politica, perché a questi bisogni vengano date risposte.
NOTE
Gli attuali fondi destinati all’aiuto pubblico allo sviluppo da
parte del nostro paese ammontano allo 0,15% del PIL contro il già
ridicolo, per un paese dei g8, 0,17% dello scorso anno (dati OCSE