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Contributi teorici - editoriale Maggio 2005 

 

Europa in cerca di sicurezza.

Società civile ed istituzioni come partner nella prevenzione dei Conflitti; ma in Italia non tanto…

di Matteo Menin

 

"Partner nella prevenzione, dalla teoria alla pratica: Le politiche di gestione delle crisi e di prevenzione dei conflitti dell’Unione europea, approcci formativi sostenibili e coinvolgimento della società civile". Questo il titolo e lo scopo della conferenza organizzata da EPLO, La Presidenza del Lussemburgo dell’UE, Madariga Foundation e Bernadotte Academy che si è tentuta il 23 e 24 Marzo a Brussels.

Tutti i partecipanti hanno enfatizzato la necessità di un maggiore coordinamento, potenziamento della comunicazione e condivisione delle informazioni tre le istituzioni europee e le organizzazioni della società civile. Le necessità di una formazione ed educazione adeguata per potenziare le capacità dell’Ue nella prevenzione dei conflitti, come pure la necessità di rafforzare le sinergie tra sicurezza, diplomazia e politiche di sviluppo è stata affermata più volte.

Da parte delle Ong il messaggio più condiviso riguarda la necessità di dedicare meggiori finanziamenti alle attività di prevenzione della violenza e gestione nonviolenta dei conflitti oltre che di ricostruzione e pacificazione sociale nel post-conflitto, insieme alla richiesta di una chiara distinzione tra azioni militari e delle Osc.

Ai partecipanti sono stati distribuiti due documenti elaborati dal gruppo di lavoro di EPLO sugli strumenti civili per la costruzione di una pace sostenibile (CISP WG): Una sintesi del piano d’azione tedesco per la prevenzione dei conflitti e un Policy Paper dal titolo: Generating Civilian Capabilities: moving beyond crisis management to peacebuilding (per la versione italiana a cura del Csdc: Generare nuove capacità civili: dalla gestione delle crisi alla costruzione della pace 

In attesa di pubblicare una relazione completa e più dettagliata dell’ufficio EPLO di Bruxelles, possiamo già, però, dare un giudizio da un punto di vista italiano.

Fra i 150 partecipanti (per metà rappresentanti delle istituzioni e metà delle organizzazioni di società civile) solo 3 italiani, e tutti in rappresentanza di organizzazioni europee, nessuna Ong Italiana presente e nessun diplomatico italiano, numerosissimi invece i rappresentanti di organizzazioni internazionali, di diplomazie europee e delle maggiori Ong del peacebuilding ma anche dell’Umanitario e della cooperazione, fra cui anche rappresentanti di Concord e Voice (reti con le quali EPLO ha avviato un’utile collaborazione nell’azione di pressione sulle istituzioni europee).

Non soltanto la politica nazionale pare non prestare praticamente alcuna attenzione al tema al centro della costruzione della Politica europea di sicurezza e di difesa (cioè la gestione delle crisi e la prevenzione dei conflitti), ma anche le ONG dell’umanitario e dello sviluppo, oltre che le organizzazioni italiane che si occupano di gestione e trasformazione conflitti non sembrano avere alcun interesse per gli strumenti civili di intervento nei conflitti e questo proprio quando la politica "estera e di sicurezza", come si spiegherà poi, rischia a nostro avviso di essere sempre più militare e meno civile e inglobare l’azione di cooperazione, in cui l’intervento delle Ong – indipendente ed imparziale "per definizione" - corre il pericolo di vedersi erodere sempre più spazio da parte del militare – efficiente e superapido, ma egualmente efficace e sostenibile?

Se da un governo che ha tagliato i fondi pubblici stanziati per lo sviluppo (1) e, contemporaneamente, ne ha recuperati di nuovi da utilizzare per la cooperazione, l’umanitario e la ricostruzione post maremoto nel sud est asiatico, ricorrendo al buon cuore degli italiani e "sostenendo" la raccolta fondi dai privati cittadini - dandone in gestione i frutti al dipartimento della protezione civile - non ci si poteva aspettare un’attenzione maggiore a nuove politiche direttamente rivolte alla soluzione dei conflitti, poiché, inevitabilmente, richiedono nuovi finanziamenti.

Dalle Ong che gridano ancor più comprensibilmente allo scippo ed allo scandalo per i fondi tagliati, quelli promessi mai arrivati e la concorrenza diretta dello stato nel ricorrere alla generosità dei cittadini, ci si poteva aspettare, forse, maggiore attenzione; ma probabilmente chiedere che ponessero più attenzione a qualcosa che ancora alle voci di Bilancio nazionale non sta, sarebbe stato chiedere troppo. Ancora una volta spiace dover affermare che gli Italiani arrivano sempre per ultimi…o qualche volta, come a Bruxelles, non arrivano proprio.

Continuare ad ignorare la prevenzione dei conflitti, perché non è nell’agenda politica nazionale, potrebbe però costare caro alla società civile italiana. A tutta la società civile.

Dopo la sicurezza e l’umanitario anche la cooperazione ai militari?

E’ l’interrogativo che non possiamo non porci, provocatoriamente certo, ma non troppo, se guardiamo agli ultimi sviluppi delle politica europea e nazionale.

Il 18 e 19 Marzo scorsi si è svolto a Brussels, un nuovo incontro "informale" dei ministri della Difesa dell’Unione Europea;

Durante la conferenza stampa che ha chiuso l’incontro, Luc Frieden, Ministro della difesa del Lussemburgo (paese che ha l’attuale presidenza dell’UE) ha affermato che non crede che il ruolo delle forze armate di domani sarà nell’aiuto allo sviluppo [meno male !], perché ci sono altre persone che lo sanno fare meglio dei militari. Tuttavia, ha precisato, vi sono alcuni punti in comune. Le forze armate possono svolgere alcune funzioni complementari in alcune situazioni. Potrebbe essere il caso dei disastri naturali, ma anche in quello dell’aiuto allo sviluppo. Le forze armate hanno alcune risorse (come la logistica, per esempio) che potrebbero mettere a disposizione di coloro che sono impegnati nell’aiuto allo sviluppo.

Nello stesso incontro Javier Solana ha annunciato che la cellula di pianificazione congiunta per le operazioni civili-militare di gestione delle crisi, creata all’interno dello Stato Maggiore dell’UE, avrebbe cominciato a funzionare da Aprile.

Nel frattempo, in seno alla Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) si è svolto un confronto assai importante e, a tratti accesso, fra paesi favorevoli e contrari ad includere nei fondi destinati allo sviluppo (ed in particolare negli stanziamenti per l’aiuto pubblico allo sviluppo) anche le spese per la formazione del personale militare locale e i costi per le attività di peacekeeping militare. Per ora, non essendo stato raggiunto il necessario consenso, la discussione è posticipata al 2007. (2)

Se a questi segnali e decisioni aggiungiamo che 250 milioni di euro del Fondo Europeo di Sviluppo – destinato alle iniziative di cooperazione fra Europa ed paesi ACP (3), per lo sviluppo economico di questi ultimi - verranno utilizzati per il finanziamento di missioni militari dell’Unione Africana (4) e che ciò potrebbe costituire un grave precedente; che, guardando in particolare all’Italia, il crescente impiego dei militari dei reparti destinati al cosiddetto Cimic (che dovrebbe occuparsi del rapporto fra autorità civili e militari, ma che troppo spesso si spinge a sostituire il lavoro delle Organizzazioni nongovernative, mettendo da parte così la neutralità ed imparzialità, principi secolari e cardine dell’intervento umanitario, oltre che l’esperienza delle Ong); possiamo concludere che c’è uno scivolamento progressivo del militare verso l’assolvimento di funzioni civili, una serie di segnali, quindi, che il militare è sempre più considerato dalle istituzioni un valido sostituto del civile.

I militari, che certo possono avere un ruolo nel garantire la sicurezza delle persone - è bene dirlo per sgombrare il campo dall’utopia che, ad oggi, se ne possa fare a meno – ma da accettare solo se agiscono in un quadro legale chiaro e sotto specifico mandato delle Nazioni Unite e soprattutto utilizzando gli strumenti più adeguati al fine di tutelare i civili; sembrano quindi essere sempre più spesso preferiti dalla politica alle fastidiose ed indipendenti organizzazione di società civile. Un processo che va quindi nella direzione opposta rispetto a quella auspicata dal movimento per la pace e della nonviolenza italiano ed europeo.

Dati gli sviluppi indicati sopra, ma i segnali sono anche più numerosi, pare tuttavia che non solo chi pensa al peacekeeeping e peacebuilding civile, come alternativa al militare, debba preoccuparsi, ma anche le Organizzazioni che operano nei settori in cui l’indipendenza dalla logica della politica dell’interesse nazionale e della ragion di stato, sembrava un dato accettato ed acquisito dalle isitituzioni democratiche – almeno formalmente - debbano incominciare a porsi il problema.

Da una parte è tempo che le organizzazioni del mondo della nonviolenza prendano coscienza del fatto che il mondo è cambiato rispetto a 20-30 o anche 10 anni fa, e con esso i compiti richiesti ai militari ed ai civili, che dal rispetto reciproco delle esperienze, competenze e professionalità possono nascere spazi di collaborazione, pur nel necessario oltre che doveroso rispetto della autonomia e distinzione chiara dei ruoli. Rinunciare a questo dialogo significa barricarsi in posizioni ideologiche e lasciare spazio e gioco troppo facile a chi continua a tacciare chi crede negli strumenti della nonviolenza di buonismo irreale, utopistico e pericoloso.

Dall’altra anche i settori della cooperazione tradizionalmente al sicuro dall’ingerenza dell’interesse politico nazionale – almeno formalmente - non lo sono più ed è necessario che gli attori nongovernativi prendano atto di essere attori della politica – non più solo quella del fare ma anche quella del decidere - con tutte le responsabilità del caso, inclusa la ricerca di una sempre maggior autonomia dall’aiuto pubblico e l’investimento maggiore di risorse nel far crescere la sensibilità dei cittadini almeno tanto quanto quella dei policy makers.

Accanto a questa esigenza c’è poi la necessità strategica di non trascurare le richieste di politiche nuove com’è per la prevenzione – civile - dei conflitti, magari perché si aspetta che sia la politica italiana a metterle all’ordine del giorno, nella propria agenda e nel bilancio nazionale.

Il rischio è, infatti, che si finiscano per subire le scelte politiche per non voler esserne protagonisti.

Il ruolo delle organizzazioni di società civile, fra cui ci stanno anche le Ong italiane, dovrebbe essere quello di dar voce ai bisogni degli uomini, di tendere l’orecchio oltre i confini delle istituzioni statali e nazionali e di rispondere prima in proprio e, poi, chiedendo, reclamando, facendo pressione nella politica, perché a questi bisogni vengano date risposte.



NOTE

1 Gli attuali fondi destinati all’aiuto pubblico allo sviluppo da parte del nostro paese ammontano allo 0,15% del PIL contro il già ridicolo, per un paese dei g8, 0,17% dello scorso anno (dati OCSE http://www.oecd.org/dataoecd/59/51/34700392.pdf oppure  http://www.oecd.org/document/3/0,2340,en_2649_34447_34700611_1_1_1_1,00.html )

2 sito: www.oecd.org/dac comunicato stampa del 3 marzo 2005.

paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico

vedasi il comunicato stampa della commissione: http://europa.eu.int/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/04/434&format=DOC&aged=1&language=EN&guiLanguage=en . Ciò che si contesta non è il finanziamento di tali missioni, purtroppo a volte necessarie, ma la fonte da cui questi fondi sono attinti, soprattutto se consideriamo le scarse risorse dedicate fino ad oggi alla cooperazione,  e che nello stesso documento osce sopra citato vi è stata invece unanimitaà nell’includere fra le spese finanziabili come sviluppo ma che affrontano il problema della sicurezza le attività civili di prevenzione  dei conflitti, gestione delle crisi e costruzione della pace. a cui l’ue non ha ancora destinato sufficienti risorse e nessuno strumento di budget specifico.

 

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