Di Matteo Menin
Europa in
cerca di sicurezza…
Gli ingranaggi europei girano per la pace?
Nonostante il 12 e 13 dicembre scorso la
Conferenza intergovernativa (CIG) si sia conclusa con la mancata
approvazione del trattato costituzionale, sono stati compiuti
significativi passi avanti nella creazione di una Politica di
sicurezza e di difesa.
Nonostante questo fallimento annunciato, il
lavoro delle Istituzioni europee
è andato comunque avanti perché ingranaggi così grandi e
complicati, una volta messi in moto, difficilmente si fermano.
Anche il mondo della società civile,
però, che è sempre più diverso, ricco, visibile e fremente non
si è fermato. Questo mondo, che qui a Bruxelles è sempre meglio
organizzato, prosegue per la propria strada di ricerca,
riflessione, proposta, azione parallela e complementare a quella
della politica ufficiale. Ed anche questi ingranaggi, spinti da
forti passioni ideali, difficilmente si fermano.
Di tanto in tanto, però, i due meccanismi paiono fondersi, le due
strade incontrarsi, in convegni, riunioni di esperti, incontri in
campo neutro, progetti e azioni sul terreno; ma mai, o quasi, la
strada percorsa alla fine è la stessa.
Di rado questi due ingranaggi della sessa grande costruzione
sociale che è l’Europa, le istituzioni e la società civile,
girano nello stesso senso, nella stessa direzione.
E’ anche questo, forse, il senso del fallimento della CIG. Si è
voluto dar vita ad un meccanismo nuovo di revisione dei trattati
che coinvolgesse l’opinione pubblica – la Convenzione ed un
forum virtuale - ma non lo si è potuto o voluto sfruttare sino in
fondo, così la decisione finale è tornata ai governanti
scontrandosi con logiche di separazione e non di comunanza di
destini. Tradendo, a mio avviso, lo spirito originario del
progetto di pace europeo.
Se ad esempio consideriamo la Strategia Europea
per la Sicurezza, che i Capi di Stato e di Governo hanno invece
approvato il 12 e 13 dicembre scorso, vediamo che sebbene vi sia
un’analisi chiara e completa delle principali fonti di
insicurezza, che fa propria almeno in parte l’idea di una
sicurezza multidimensionale - si afferma ad esempio che "il
terrorismo nasce da cause complesse…pressione della
modernizzazione, crisi sociali, culturali e politiche, alienazione
dei giovani…", che è "necessario pensare globalmente
ed agire localmente", che "nessuna delle nuove minacce
alla sicurezza è puramente militare né può essere affrontata
esclusivamente con mezzi militari", che fra le nuove minacce
che incombono su di noi vi sono povertà, malattie, fallimenti
dell’economia e di apparati di governo, indipendentemente dalla
distanza geografica che ci separa da essi; per fare solo alcuni
esempi. Le risposte date, però, non appaiono sufficientemente
coerenti con quest’analisi.
Si afferma, infatti, che è necessario sviluppare operazioni che
coinvolgano capacità militari e civili, ma le capacità civili di
intervento nelle crisi vengono identificate esclusivamente con
quelle di tipo istituzionale (governative e intergovernative); si
ribadisce la necessità di un’Agenzia europea degli armamenti,
ma non si dice nulla riguardo ad una possibile Agenzia europea per
il peacebuilding ed al progetto dei Corpi civili di pace europei
(progetto più volte sostenuto dallo stesso PE). Nonostante si
affermi che il conflitto Arabo/Israeliano è una priorità e che
è necessario continuare a cooperare con i paesi del Mediterraneo
ed in generale con il mondo arabo, nessuno strumento operativo
viene indicato. E poiché in quest’area del mondo l’uso di
strumenti militari è, per ora, bandito; è evidente che - al di
la delle enunciazioni di principio - non vi è una presa in
considerazione seria del possibile uso di strumenti civili come
principale mezzo per il perseguimento di una politica di sicurezza
condivisa nell’area.
Se si dice che la sicurezza
può essere potenziata attraverso regimi di controllo delle armi e
di confidence building e subito dopo si afferma che la qualità
della società internazionale dipende dalla qualità dei governi
che ne sono il fondamento, si dimentica che la costruzione della
fiducia non passa solo per i rapporti fra governi ma deve
coinvolgere tutta la società ai diversi livelli di aggregazione
sociale e quindi il lavoro che molte Ong fanno per ricostruire la
fiducia dal basso. In fine, si prende seriamente in considerazione
la minaccia del terrorismo, riconoscendo ad Al Qaeda un ruolo
distruttivo in questa società internazionale "di
governi", ma non si riconosce però un ruolo costruttivo alle
organizzazioni di una società civile che è oramai organizzata ed
opera a livello mondiale.
Tuttavia, dopo avere letto l’intervento di Catriona Gourlai di
ISIS e di Paul Eavis di International Alert - apparsi sul numero
del 4 dicembre del settimanale European-Voice – dove si spiega
ancora una volta come sia più che mai necessario un maggiore
investimento nella creazione di capacità civili di intervento nei
conflitti e che il mezzo più efficace per la selezione, la
formazione ed il potenziamento di queste è senz’altro la
creazione di un’Agenzia Europea per il Peacebuilding (EPA). Che
permetterebbe, fra l’altro, di sfruttare efficacemente l’esperienza
delle numerosissime organizzazioni non governative europee che
già operano nelle zone di crisi e conflitto. E poi l’intervento
di Robert Cooper (Direttore Generale per gli affari esteri del
Segretarito del Consiglio dell’UE) - apparso sul numero dell’11
dicembre dello stesso settimanale – in cui si afferma che il
miglior modo per combattere il terrorismo non è la guerra ma la
pace, che l’eliminazione della povertà e dell’ingiustizia se
non eliminerà il terrorismo rimuoverà un po’ del terreno in
cui esso fiorisce, che i conflitti irrisolti sono fonte di
insicurezza per tutti noi, indipendentemente da dove viviamo e che
la forza è efficace nel sbarazzarsi del vecchio ma non può
costruire il nuovo. Mi sorge spontaneo l’interrogativo: ma
questi due mondi si incontreranno mai? Questi ingranaggi distinti
del progetto europeo si muoveranno mai in sincronia? A Ben leggere
i due interventi ed i presupposti da cui parte la Strategia
Europea, parrebbe che le condizioni oggettive ci siano, e che
quindi a mancare siano il coraggio e la volontà politica dei
nostri governanti.
Se però l’azione e le iniziative che molte organizzazioni
stanno realizzando per influenzare l’approvazione del trattato
costituzionale - come fa EPLO nel promuovere gli ECPC e l’EPA, o
la stessa Conferenza di Dublino
- porteranno ai risultati sperati. Se cioè verrà riconosciuto
nella futura Costituzione - con pari dignità e risorse
proporzionali rispetto al militare - il ruolo che le centinaia di
organismi civili non governativi svolgono nel garantire la nostra
sicurezza promovendo anche quella altrui; vorrà dire che un
cammino comune è forse cominciato e che gli ingranaggi che
iniziano a muoversi in sincronia, potranno forse ridare speranza
ad un’Europa che ha bisogno di nuove idee, capacità e
soprattutto coraggio per realizzarle insieme.
L’Azione Istituzionale…
Le ultime decisioni dei ministri europei:
"Verso una Politica Europea di Sicurezza molto militare e
poco civile?"
Il Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri
che si è riunito l’8 e 9 dicembre a Bruxelles ha riaffermato l’impegno
dell’UE a fare del multilateralismo un elemento centrale dell’azione
esterna. Centrale dovrebbe essere il ruolo delle Nazioni Unite,
alla cui riforma i Ministri hanno affermato di volere contribuire
attivamente… a nome dell’Unione.
Qualche giorno dopo, il 12 e 13 dicembre, i Capi di Stato e di
Governo riuniti in sede di Consiglio Europeo, non hanno raggiunto
alcun accordo sulla futura Costituzione. Sarà ora la nuova
presidenza irlandese a vagliare quali progressi sono possibili e a
riferire a marzo, non è sicuro che si arriverà ad un accordo
entro giugno e, per ora, non è in programma una nuova Conferenza
Intergovernativa.
I rappresentanti dei governi hanno poi approvato una nuova
versione della Strategia Europea di Sicurezza - documento che
illustra la visione della sicurezza dell’Unione e detta le linee
guida della relativa politica per i prossimi anni. La priorità
sarà accordata alla lotta al terrorismo, al Medio Oriente, alla
Bosnia-Erzegovina e al sostegno delle Nazioni Unite; nei prossimi
mesi J. Solana (Alto rappresentante per la politica estera e di
sicurezza) e la Commissione dovranno tradurre questi impegni in
proposte concrete da presentare alla prossima riunione del
Consiglio Europeo.
Nella stessa occasione è stata approvata la strategia dell’Unione
Europea contro la proliferazione delle armi di distruzione di
massa e si è decisa la creazione di due nuovi organismi dell’UE.
Una cellula composta da un numero ridotto di esperti verrà
distaccata presso il quartier generale della NATO – dovrebbe
assicurare il collegamento e la conclusione dei necessari accordi
fra lo staff militare dell’Unione e quello Nato per futuri
interventi dell’UE con l’utilizzo degli strumenti e strutture
della Nato; una seconda cellula composta da esperti civili e
militari dovrebbe invece contribuire alla pianificazione ed al
coordinamento delle operazioni anche civili e gestire l’interconnessione
fra civile e militare. Anche queste decisioni dovranno essere
tradotte in proposte pratiche dall’Alto Rappresentante al più
presto possibile nell’arco del 2004.
Il Fondo Europeo di Sviluppo per l’Africa
finanzierà un’operazione militare di peace keeping in Burundi.
Il 4 dicembre scorso gli stati membri dell’Ue
hanno deciso di approvare la proposta della Commissione per uno
stanziamento di 25 milioni di € a favore delle operazioni di
peace keeping dell’Unione Africana in Burundi. I fondi,
provenienti da Fondo Europeo per lo Sviluppo serviranno per
sostenere i costi operativi dell’operazione militare -
carburanti, trasporti, formazione, spese mediche, paghe –
condotta dalle forze militari di Sud Africa, Etiopia e Monzambico.
2.900 militari di cui 120 osservatori, dovrebbero vigilare sul
cessate il fuoco, il disarmo, la smobilitazione e la
reintegrazione civile di migliaia di combattenti per conto dell’Unione
Africana. L’utilizzo di uno strumento come il Fondo per lo
sviluppo - destinato normalmente alle iniziative di cooperazione
civile e nongovernativa - per il finanziamento di operazioni
militari, seppure di peace keeping, solleva però molti dubbi e
perplessità, e pone ancora una volta la questione del come
assicurare la complementarietà, ma anche la necessaria
indipendenza, fra militare e civile. I ministri hanno assicurato
che il denaro non potrà essere utilizzato per l’acquisto di
armi e che si tratta di una misura temporanea in vista dell’individuazione
di altri strumenti di bilancio. C’è da chiedersi se a questi
"altri strumenti di bilancio" corrisponderanno altri,
nuovi, fondi o saranno stornati da quelli già insufficienti per
gli interventi delle Ong in Africa.
Cambiano il mandato e i compiti delle forze
europee presenti nella repubblica di Macedonia.
I compiti delle forze europee passeranno dall’intervento
militare (Operazione Concordia) teso a evitare un conflitto
armato, ad una missione di polizia (Operazione Proxima) in
supporto al rafforzamento ed alla riforma delle strutture di
polizia. Questa nuova missione (200 esperti in materia di polizia)
si colloca nel contesto più ampio del Processo di stabilizzazione
e associazione che, secondo la strategia europea, dovrebbe
rafforzare lo stato di diritto nella repubblica ex jugoslava di
Macedonia e rendere quindi più vicine le sue possibilità di
entrare a far parte, in futuro, dell’UE.
… E la società civile non
sta a guardare
L’Iniziativa Pro-UNCOPAC.
Si terrà il 12 e 13 febbraio prossimi, a
Berlino, un incontro sul tema "Prevenzione delle crisi e
trasformazione dei conflitti – meccanismi di dialogo tra
società civile, Unione Europea e Nazioni Unite" organizzato
dal gruppo d’azione austro-tedesco a favore della creazione di
una Commissione delle Nazioni Unite sulla Pace e la Prevenzione
delle Crisi (UNCOPAC).
La Commissione Onu, che dovrebbe essere composta da esponenti di
rilievo della società civile con una significativa esperienza,
dovrebbe assicurare l’analisi dei conflitti potenzialmente
violenti, congiuntamente con i circa 25 sistemi di allerta rapida
esistenti, e fornire delle raccomandazioni sull’opportunità di
intraprendere delle azioni rapide che prevedano esclusivamente
delle azioni non militari. Ulteriori informazioni sono reperibili
nel sito web: www.pro-uncopac.info
Un dibattito interdisciplinare organizzato dall’Università
delle Nazioni Unite
Il Wider (World Insitute for development
economics research, UN university) organizzerà il 4 e 5 giugno
prossimi ad Helsinki, una conferenza per ricercatori provenienti
dal mondo accademico, governativo e della vasta comunità che si
occupa dei temi dello sviluppo. Lo scopo dell’incontro dal
titolo "Making peace work", ha lo scopo di facilitare l’interazione
e lo scambio di esperienze fra economisti e altri ricercatori nell’ambito
delle scienze sociali, che si occupano del problema dei conflitti
e della ricostruzione post-conflitto. La scadenza per la
presentazione della domanda di partecipazione è il 29 febbraio,
per ulteriori dettagli si può visitare il sito: www.wider.unu.edu
Ed un Forum di discussione sulla prevenzione
dei conflitti
Il Forum Interagenzie sulla prevenzione dei
conflitti si è tenuto lo scorso 21 gennaio presso il Parlamento
Europeo. Si tratta di un’iniziativa organizzata periodicamente
da EPLO e ECCG con lo scopo di confrontare - anche attraverso un
dibattito aperto ed informale - le priorità dei governi che si
accingono a presiedere l’Unione con le idee e proposte di
esponenti delle altre istituzioni europee, delle organizzazioni
internazionali e delle organizzazioni non governative.
Il titolo di quest’incontro, preceduto dalla presentazione delle
priorità della Presidenza Irlandese sulla prevenzione dei
conflitti e da un policy paper di safer-world ed
international-alert è "Linking the EU’s evolving crisis
management response with longer-term conflict prevention". Il
lavoro si è concentrato sul rafforzamento degli strumenti civili
di gestione delle crisi e sull’impegno dell’UE nell’affrontare
le cause che stanno alla radice dei conflitti.
Il Forum è stato la prima occasione per fare il punto sugli
sviluppi della Politica europea di sicurezza dopo il fallimento
della CIG ed una delle molte iniziative che le diverse
organizzazioni realizzeranno nei prossimi mesi in tutta Europa.
Una delle più significative sarà la Conferenza
di Dublino del 31 marzo/2 aprile 2004. Nella capitale
irlandese si sono dati appuntamento Politici, funzionari,
personalità, rappresentanti di Ong, associazioni, network da
tutta Europa per discutere del ruolo della società civile nella
prevenzione dei conflitti armati. L’iniziativa è parte di un’azione
che si realizzerà attraverso un programma integrato di due anni
di ricerche dibattiti e creazione di reti che coinvolgerà il
mondo intero. Il programma sarà guidato dalla "Global
partnership for prevention of armed conflicts" coordinata da
ECCG e nata in risposta al rapporto 2001 del Segretario generale
delle Nazioni Unite sulla Prevenzione dei conflitti armati
(maggiori dettagli sul prossimo numero di pacedifesa).
Per informazioni sul Forum Interagenzie: anne-catherine.brassine@eccg.be
e www.eccg.be
Ma per non fermasi solo a discutere…
E’ anche possibile agire; lo sanno bene i
molti volontari e professionisti delle varie organizzazioni ed
associazioni dai mille "colori" che operano in tutto il
mondo. Come gli accompagnatori ecumenici inviati in Israele e
Palestina dal World Council of Churches per monitorare il rispetto
dei diritti umani e del diritto umanitario, fare azione di
dissuasione nonviolenta attraverso la loro presenza e avviare
iniziative di diplomazia intermedia ed advocacy. Per far conoscere
ai partecipanti le loro esperienze sul campo e discutere delle
possibili implicazioni politiche per l’Unione Europea, il Quaker
Council for European Affairs, ha organizzato il 6 gennaio scorso
presso la Quaker House di Bruxelles un incontro dal titolo
"Israel and Palesatine – ways forward for the EU". www.quaker.org/qcea
Per informazioni, commenti ed approfondimenti
sull’azione del CSDC in Europa, potete scrivere a Matteo Menin: matt@gmx.it
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