Si comincia a registrare un certo fermento
nella politica "ufficiale": si fa pressante la
necessità di elaborare una proposta politica convincente da
contrapporre allo schieramento di destra che vede il suo perno in
Berlusconi.
Sul tema della pace, i partiti della
"Grande alleanza democratica" sembra che non abbiano
finora neppure provato a trovare una prospettiva comune. È
rimarchevole ad esempio il silenzio sui temi della pace nella
proposta lanciata da Rutelli di programma per l'alleanza di
centrosinistra (Repubblica del 3 gennaio 2005). Mentre almeno
Prodi menziona la pace come valore unificante della coalizione
(lettera al Manifesto, 15 gennaio 2005).
Il 15 gennaio si è tenuta l'assemblea degli
esponenti della cosiddetta "sinistra radicale". A
giudicare da quanto riportato sulla stampa, non sembra che la
nuova attenzione per la nonviolenza da parte del Partito della
rifondazione comunista stia diventando effettivamente parte della
proposta politica della sinistra. Sul versante della
"sinistra radicale" c'è stato naturalmente il rifiuto
della guerra e l'indicazione che il ricorso alla violenza armata e
l'attuale modello disviluppo basato sul petrolio sono in molti
casi collegati.
Esiste però, anche se viene trascurata, anche
una dimensione "in positivo", che consiste nell'indicare
quali strumenti l'Italia intende sviluppare per dare un contributo
alla pace a livello internazionale – in particolare nel campo
della gestione nonviolenta delle crisi e dei conflitti. È su
questo versante, sulla definizione di una politica di pace
dell'Italia, che il silenzio, tra i "moderati" come tra
i "radicali", sembra totale. Mi sembra che a questo
proposito diverse iniziative messe in cantiere dall'area
nonviolenta possano prefigurare dei punti qualificanti di una
compiuta proposta politica di pace.
Il lavoro per i corpi civili di pace ha
prodotto una serie di esperienze a livello di base di qualità
molto alta. Sul versante statale, non dimentichiamo che presso
l'Ufficio nazionale del servizio civile è al lavoro il Comitato
consultivo sulla difesa civile non armata e nonviolenta: al suo
interno si sta discutendo di appoggiare e qualificare l'invio di
giovani in servizio civile nei paesi dei Balcani a sostegno dei
processi di pace attualmente in corso.
Non dimentichiamo poi che oggi, con le
Nonviolent Pecaeforce, abbiamo un attore della società civile
internazionale che persegue in maniera ambiziosa e su una scala
mai fino ad ora tentata il lavoro di intervento nonviolento in
situazioni di conflitto e di costruzione della pace.
La proposta di creare un Centro di studi sulla
pace e sui conflitti internazionali può costituire un altro punto
qualificante di un programma di governo che miri a concretizzare
la pace in un programma di azione: le conoscenze sulle dinamiche
attuali dei conflitti ci potrebbero.
Ma in un programma di governo potrebbe ben
figurare l'appoggio dell'Italia a iniziative come la creazione di
un Comitato dell'ONU per la prevenzione dei conflitti (la proposta
UNCOPAC, già presentata su queste pagine alcuni mesi fa).
Infine, uno scandalo silenzioso a cui occorre
porre fine è costituito dall'incultura degli aiuti umanitari:
attualmente in tanti – forze armate comprese – si sentono in
diritto e in dovere di prestare assistenza umanitaria a
popolazioni colpite da catastrofi ambientali o da guerre. Su
questo terreno fioriscono le speculazioni politiche (si veda il
caso eclatante della Croce rossa italiana, isolata dal movimento
internazionale della Croce Rossa per le politiche filogovernative
del suo attuale commissario straordinario). Oggi nei documenti del
Governo e delle Regioni che si sono incaricate di prestare
assistenza alle popolazioni del sudest asiatico colpite dal
maremoto non viene menzionato neppure con una parola il fatto che
in almeno due zone (il nord dello Sri Lanka e la regione di Aceh
in Indonesia) il flusso di aiuti umanitari e di ricostruzione
entra in situazioni di conflitto violento molto gravi e per
questo, come sappiamo, può fare molto male o molto bene, a
seconda di come viene gestito. Una qualificazione del sistema
italiano degli aiuti umanitari per renderlo più "sensibile
ai conflitti" dovrebbe essere un altro punto qualificante di
una politica di pace.
Resta aperto il problema di come arrivare a una
discussione sulla politica di pace iniziando a parlare di
possibilità complete e superando gli ideologismi del realismo
politico e le astrattezze di tante voci tra i pacifisti: in altre
parole, si pone la questione di come strutturaer un processo nel
quale elaborare una proposta condivisa.
È di questi giorni la notizia che un gruppo di
rappresentanti dei partiti di opposizione, riunito nel
"Tavolo ambiente delle opposizioni", ha elaborato una
proposta di programma in materia di tutela dell'ambiente ed
ecologia. Esponenti dei diversi partiti coordinati da Paolo degli
Espinosa (ecologista ed esponente dei Ds) dopo un confronto durato
diversi mesi e lontano dall'attenzione dei media, hanno raggiunto
un consenso sulle principali linee di politica ambientale da
seguire se la coalizione di centrosinistra dovesse vincere le
elezioni.
Le realtà più significative della nonviolenza
italiana potrebbero incaricarsi di promuovere un simile processo,
chiedendo ai partiti della coalizione di centrosinistra di
organizzare un "tavolo programmatico per la pace".
Potrebbe essere un luogo di dibattito in cui far incontrare
esponenti dei movimenti, operatori esperti e politici di
professione. Ma occorre iniziare il lavoro al più presto: il
tempo inizia a stringere.
Giovanni Scotto