Contributo al
dibattito sulla revisione delle leggi penali militari di pace e
di guerra.
Negli ultimi numeri
di Pacedifesa abbiamo visto come l’UE si stia dotando di nuovi
strumenti di intervento nelle crisi e nei conflitti, in
particolare di strumenti civili, ma anche di strumenti militari.
Questi strumenti saranno messi a disposizione dagli stati
membri.
Il tema della
prevenzione e gestione dei conflitti, però, è oggetto di
crescente attenzione anche da parte di diversi governi degli
stati membri; da tempo, infatti, molti governi nazionali
stanno dedicando nuovi strumenti e strategie alla prevenzione e
gestione dei conflitti e costruzione della pace.
Il Piano d’azione
Svedese per la prevenzione dei conflitti è, ad esempio, già
del 1999[1].
Recentemente, anche
il governo Tedesco, che è all’avanguardia in Europa nella
promozione dell’uso di strumenti non militari di intervento
per il peacebuilding (grazie, in particolare, alla creazione ed
utilizzo dei Servizi civili di Pace[2])
ha varato un nuovo piano d’azione per la prevenzione dei
conflitti.[3]
Le Nazioni Unite,
nel quadro della riflessione sulla riforma generale dell’organizzazione,
hanno recentemente pubblicato un rapporto di un gruppo di 16
eminenti personalità, dal titolo: “Un mondo più sicuro la
nostra comune responsabilità”[4]
che affronta, fra l’altro, il problema forse più spinoso per
la riforma dell’Onu, la questione della riforma del
Consiglio di sicurezza e della legittimità di un intervento
militare …subordinandola a diverse condizioni, fra cui la
necessità che siano state esaurite tutte le soluzioni non
militari.
Sul piano dell’adeguamento
degli strumenti tradizionali della difesa a questi nuovi
approcci e strategie, c’è da segnalare come nei diversi
paesi, non solo europei, si stia ampliando il dibattito sulla
cosiddetta Cooperazione Civile Militare (CIMIC). Negli stessi
ambienti militari si discute fino a dove possa e debba spingersi
l’azione delle forze armate nello svolgimento di compiti
tradizionalmente non militari e dove invece essa debba fermarsi
per lasciare spazio ai civili, ed in particolare alle Ong. L’argomento
è lontano dal trovare l’unanimità di consensi anche all’interno
delle forze armate.
In questo contesto,
la necessità di un adeguamento della legislazione che deve
fornire un quadro legale per gli interventi - militari, ma non
solo - nei vari scenari di crisi è sentita da tempo. E da tempo
le Nazioni Unite se ne stanno occupando[5].
Anche l’Europa ha avviato una riflessione in materia e nel
documento del Gruppo di studio di Barcellona (vedasi
Pacedifesa n.9 anno II di ottobre 2004), vengono delineate con
chiarezza delle linee guida, fra cui il primato del diritto
internazionale dei diritti umani che deve guidare sia le
decisioni politiche che il comportamento degli uomini e donne
sul terreno e a cui dovrebbero ispirarsi chiari codici di
condotta.
Tenuto conto di
tutto ciò, la delega al governo per la revisione delle leggi
penali e dell’ordinamento giudiziario militare[6]
– attorno alla quale si è sviluppato giustamente un acceso
dibattito - non può prescindere da questi sviluppi sul piano
continentale e mondiale, e deve tenere conto delle indicazioni
delle Nazioni Unite ed europee in particolare, che vanno in
molti casi nella direzione opposta rispetto alla delega attuale
– che troppo spesso ricorre all’analogia operazione di pace
e di guerra – fornendo orientamenti che distinguono tra l’operazione
di polizia internazionale e l’azione bellica e
riconoscendo un ruolo cardine al diritto internazionale dei
diritti umani prima ancora che al diritto internazionale
umanitario. Questa esigenza è tanto più forte in quanto l’intervento
dei nostri militari avverrà sempre più spesso in un quadro di
cooperazione europea e che non può prescindere dalla
legittimazione delle Nazioni Unite. L’esito che altrimenti è
più probabile è la definizione di una legislazione nazionale
inadeguata al nuovo tipo di missione che i nostri uomini e donne
saranno chiamati a compiere con il rischio di rendere ancora
più difficile e pericoloso il loro lavoro.