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Carissimo
Professore,
ho avuto occasione di leggere una Sua nota su "Servizio
civile e 'difesacivile non armata e nonviolenta'", diffusa
via internet. Posso serenamente confermarLe che la pensiamo
proprio allostesso modo. Le conclusioni cui giunge sono del tutto
condivisibili. Resto pero' sorpreso dal fatto che vi giunge
sottoponendo a critica due specifiche affermazioni che sarebbero
tratte da due miei distinti lavori.
Immagino che non abbia avuto occasione di conoscere direttamente i
testi cui fa riferimento. Non ho infatti mai scritto, ne' pensato,
che "l'attuale servizio civile volontario non puo' essere
considerato un modo di adempiere il dovere di difesa della
Patria". Penso, infatti, esattamente l'opposto. Non nutro
alcun dubbio sul fatto che il servizio civile rappresenti una
modalita' di difesa e di costruzione della pace; non avrei
altrimenti intitolato "Senza armi per la pace" (Edizioni
Plus, Universita' di Pisa, 2003) la raccolta di scritti che ho
curato sui profili e le prospettive della transizione dal
"vecchio" servizio civile (quello degli obiettori) al
"nuovo" servizio civile (quello volontario).
In quel testo ho anche pubblicato uno dei due lavori ai quali fa
espresso riferimento. Analizzando alcuni profili storici e
giuridici, concludo argomentando che il servizio civile e' una
forma di difesa solo se si interpreta il "sacro dovere di
difesa della Patri"ª sancito nell'art. 52 della Costituzione
in senso evolutivo rispetto all'impostazione tradizionale, che
attribuisce tale funzione (difesa della Patria) esclusivamente
alle Forze armate. E' ovvio che se, al contrario, si sottolinea
l'evoluzione subita dal principio - ed in modo particolare il
ruolo che assume nella sua interpretazione combinata con l'art. 11
della Costituzione - si puo' giungere ad ammettere che non solo il
servizio civile alternativo a quello militare, ma anche quello
volontario, costituiscono forme di difesa dello Stato.
Sotto il profilo normativo si tratta peraltro di un dato assodato,
in quanto tale funzionalizzazione, gia' espressa nella legge 230
del 1998, e' ribadita nel primo articolo della legge 64 del 2001.
Non mi dilungo su un tema di cui Ella e' un Maestro, e che a
mia volta ho sviluppato in alcuni saggi di qualche anno fa (ad
esempio: Il diritto alla pace nella Costituzione italiana, in
"Archivio giuridico F. Serafini", 1997, pp. 109 ss.; Il
nuovo servizio civile nella prospettiva della pace e della
nonviolenza, in "Vita sociale", 1997, pp. 234 ss.; Dal
'ripudio della guerra' al diritto alla pace'. Per una lettura
attuale dell'art. 11 della Costituzione italiana, in "Rivista
di teologia morale", 1998, pp. 393 ss.; Servizio civile,
obiezione di coscienza, pace e nonviolenza, in "Rivista di
teologia morale", 1999, pp. 215 ss.). Sono peraltro convinto
che questa funzione non si concretizza unicamente nelle forme di
servizio civile all'estero, ma anche in quelle presenti nel
nostro Paese. Su entrambi i versanti (estero ed interno) c'e'
infatti spazio per sperimentare e concretizzare forme di difesa
non armata e nonviolenta. Penso poi che il servizio civile non
assorba tutte le possibili forme di difesa civile, ma certamente
concretizza un aspetto particolarmente
significativo di quelle nonviolente.
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Venendo al secondo dei punti criticati, mi sembra innegabile che
il "nuovo" servizio civile (quello volontario) abbia
operato uno spostamento dell'asse di centralita' rispetto al
"vecchio". Non solo e non tanto perche' caduto (rectius:
sospeso) l'obbligo della leva cessa l'ipotesi della
convertibilita', ma anche perche' esso prevede l'assegnazione dei
giovani servitori a progetti di servizio civile anziche' ad enti
di servizio civile - come avveniva nel passato.
Per intenderci, se prima poteva capitare che un obiettore
svolgesse di fatto qualsiasi tipo di attivita' purche' presso un
ente convenzionato, oggi un servitore civile deve essere impegnato
in un progetto specifico che potrebbe anche essere presentato da
piu' enti in rete fra loro. A differenza del passato, il progetto
e' sottoposto ad una preventiva approvazione dell'Ufficio
nazionale per il servizio civile ed e' poi soggetto a diversi
indici di monitoraggio e di valutazione ex post centrati sulla
capacita' del
progetto stesso di formare i servitori e rispondere agli obiettivi
pubblicamente prefissati.
Questo costringe anche gli enti accreditati a mettersi al servizio
dei giovani e dei bisogni pubblici, predisponendo progetti congrui
e formativi. Insomma, se in precedenza poteva capitare che un
obiettore finisse a "fare le fotocopie", ora sarebbe
impossibile immaginare un servizio civile strumentale all'ente e
non alla collettivita'.
Mi sembra innegabile che questa circostanza abbia modificato la
qualita' del
servizio. Tale cambiamento di qualita' e' fortemente connesso con
la progressiva consapevolezza che si va consolidando dei caratteri
nuovi che il servizio civile presenta. Una forma di impegno
civile, nonviolento, di condivisione dei problemi sociali;
pertanto un servizio eticamente significativo. Ne deriva (e questo
e' l'argomento che tratto nel libro Legislazione del Terzo
settore che Ella ha citato in nota, sebbene segnalando un luogo di
riferimento in cui non tratto questi aspetti; del resto non si
tratta di un libro sul servizio civile, che e' toccato in modo
assai limitato ed in via incidentale) una rinnovata centralita'
del progetto formativo rivolto ai giovani, espressivo, tra
l'altro, del principio di solidarieta' (insieme ovviamente ad
altri principi di cui mi occupo nella parte introduttiva del
libro, ma non intendo qui annoiarla). Anch'Ella del resto conviene
che proprio il principio di solidarieta' e' alla base di tutti i
doveri costituzionali, fra i quali deve essere annoverato anche
quello di difesa, espresso singulatim e - sotto questo
profilo, per consequentiam - nell'art. 52.
Il riferimento al principio di solidarieta' e' del resto
richiamato espressamente dalla Corte costituzionale (da ultimo
nella sent. 228 del 2004), che per la verita' si mette
semplicemente sulla scia di una dottrina consolidata ed
autorevolissima - che annovera fra gli altri Maestri come
Temistocle Martines e Alessandro Pizzorusso - e a mia conoscenza
senza essere mai stata revocata in dubbio. Una novita' della
giurisprudenza costituzionale si ravvisa semmai nella presa in
carico, oltre che del principio di solidarieta', anche di quello
laburistico espresso nell'art. 4
della Costituzione.
Ne consegue, a mio modesto avviso, una rinnovata carica etica del
servizio civile: modalita' di difesa della Patria, strumento di
costruzione della pace, concretizzazione dei doveri di
solidarieta' e di impegno nel "fare qualcosa per gli
altri". Complessivamente, una nuova istituzione repubblicana.
Questo e' almeno il mio convincimento; ed e' in questa direzione
che cerco di muovermi insieme al Comitato che ho l'onore di
presiedere.
Da questo punto di vista istituzionale ho piacere di informarLa
che l'Ufficio nazionale per il servizio civile ha da poco
approvato la proposta del Comitato di sostenere ed incentivare
alcuni progetti di difesa civile non armata e nonviolenta
all'estero. Si tratta proprio delle forme che Ella
auspica nel Suo articolo, e che presto potranno essere proposte -
per la prima volta - in modo istituzionale in un campo finora
riservato alle sole
Forze armate. Mi auguro che questa opportunita' possa consentire
di superare alcune difficolta' finora connesse al valore altamente
testimoniale, ma di cui talvolta si conosce poco l'efficacia,
delle tradizionali forme di difesa popolare nonviolenta.
Il Comitato ha poi ottenuto che nella formazione generale al
servizio civile (i contenuti e le forme della quale sono
attualmente allo studio dell'Ufficio nazionale), sia adeguatamente
considerata la funzione di difesa civile non armata e nonviolenta
che senza dubbio concerne il servizio civile stesso; il Comitato
partecipa con una sua rappresentanza al lavoro del gruppo che sta
in questi mesi definendo criteri e modalita' formative, che
saranno presto oggetto di un "patto" che tutti i
soggetti coinvolti nel sistema del servizio civile (privati e
pubblici) dovranno sottoscrivere perpartecipare al sistema stesso.
In questa fase il Comitato e' inoltre impegnato ad approfondire il
tema anche sotto il profilo culturale ed educativo. Auspico che
questa rinnovata riflessione sulle esperienze di servizio
civile/difesa civile non armata e nonviolenta possa aiutare a
chiarire in che modo si possa arrivare a
strutturare forme di difesa civile disarmata e nonviolenta di
fronte ad un attacco armato e violento, soprattutto di fronte ad
un'aggressione condotta con le tecniche e le modalita' attuali,
che sembrano talvolta lasciare poco spazio di azione alle risposte
che le teorie classiche della difesa popolare
nonviolenta hanno fino ad oggi elaborato. Si tratta indubbiamente
di affrontare una sfida culturale ed operativa al tempo stesso,
che personalmente accolgo volentieri - insieme al Comitato -
e per rispondere alla quale spero di poter contare sul
sostegno di quanti finora hanno avuto a cuore questa tensione e
questa tematica.
Spero cosi' di aver chiarito la differenza che c'e' tra quanto
penso, scrivo e faccio, e quanto talvolta mi si attribuisce di
pensare, scrivere e fare. In questo senso immagino di farLe cosa
gradita allegandoLe un mio piu' recente scritto in corso di
pubblicazione sulla rivista "Le Regioni" (Il Mulino,
2005, n. 4) in cui affronto ex professo lo stesso tema, e che
credo possa contribuire a chiarire ancor meglio l'articolazione
delle mie (vere) opinioni, e attendo con piacere di conoscere il
Suo parere in proposito.
La ringrazio quindi per l'attenzione riservatami e confido che non
fara' mancare ne' a me ne' al Comitato, il conforto della Sua
critica. Sono convinto infine che non avra' nulla in contrario se
mi permetto di non mantenere riservata questa lettera a Lei
indirizzata, autorizzandone la diffusione fra gli interessati a
seguire il dibattito in corso.
Con sensi di sincera stima
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