Questo periodo ha creato una frattura
drammatica per l'insieme della società e, prima di tutto, per le
regioni serranas di Ayacucho, Junín, Huancavelica e
Apurímac: i departamentos più poveri dove si concentra la
maggior parte della popolazione indigena.
La situazione di guerra – comparabile alla
violenza sporca dell’Argentina o del Cile e, soprattutto,
analoga a quella del Guatemala e meno a quella della Colombia –
afflisse una fetta importante della popolazione che oggi richiede
la nostra attenzione nella ricerca del rispetto dei diritti umani
e nella ricostruzione della memoria e del tessuto sociale. Mi
soffermo sulla memoria perché, avendo avuto la fortuna di
lavorare sei mesi per una ricerca sull’educazione nella città
di Cuzco, ho incontrato gente "semplice" e ho condiviso
più da vicino le storie vissute dai contadini e dalle popolazioni
direttamente coinvolte. Si tratta di persone segnate dalla guerra,
individualmente, nel corpo e nella mente; allo stesso modo si sono
lacerati i tessuti familiari e comunitari. Infatti,
particolarmente difficile per i familiari è non avere le prove
del destino delle persone scomparse e non aver potuto seppellire i
morti. Tornato in Italia, ho sentito l’esigenza di riflettere
sulle conseguenze di questa guerra che molti di noi peruviani
allora considerammo una "fatalità".
Ciò mi permette d’introdurre alcune
considerazioni sul rapporto della Comisión de la Verdad y
Reconciliación (Cvr). Tale commissione è stata
lanciata con l’obiettivo di far luce sugli eventi dei due
decenni di violenza, rinunciando finalmente al silenzio che aveva
caratterizzato quella fase. L’attuale presidente Toledo lasciò
lavorare la Cvr nella raccolta autonoma di una quantità
enorme d’informazioni, senza però dare seguito agl’investimenti
dei fondi speciali, previsti per le aree più colpite. Va
sottolineato che la Commissione indipendente, composta da
autorevoli personalità civili, religiose e anche militari, ha
redatto un voluminoso rapporto finale, reso pubblico nell’agosto
di due anni fa (2003), che rappresenta un resoconto documentato e
di denuncia. Così ci è stato permesso di conoscere, tramite voci
qualificate, non solo ciò che è avvenuto in quegli anni nelle
"zone di emergenza", ma le cause che hanno portato ai
fatti violenti che hanno sorpreso il paese, offrendoci, infine, la
possibilità di una rielaborazione critica della ricostruzione del
passato recente.
I testimoni e i familiari delle vittime si sono
presentati davanti alla Cvr quando hanno percepito sia la
possibilità di raccontare ciò cui avevano assistito, sia la
singolare serietà dimostrata nella raccolta d’informazioni
riscontrata nelle procedure investigative – sono state
effettuate più di 17.000 interviste - e del materiale delle
associazioni che allora tutelavano con difficoltà i diritti
umani. Nel rapporto, le narrazioni in spagnolo, quechua e altre
lingue native hanno riguardato vicende che sembravano ormai
dovessero rimanere impunite oppure oscurate dalla prepotenza di
una società segnata dalle iniquità e dalla "distanza
culturale". L’obiettivo del rapporto non è stato la
richiesta di vendetta, bensì di conoscere la verità ed esigere
un risarcimento morale, conferendo dignità alle vittime del
conflitto: l’indispensabile rielaborazione della memoria per
curare le ferite!
Sono stati evidenziati autoritarismi e
oltraggi, oltre a occupazioni del territorio delle comunità, da
parte dei gruppi armati e delle forze dell’ordine. L’abuso e l’arroganza
si unirono alla distruzione materiale e al terrore. Questa
dinamica operò senza fine né limiti, proiettando una guerra
civile singolare, ma non unica, in America latina: gente comune
sotto il fuoco delle armi. Di fronte al rapporto della Cvr,
l'opinione cittadina è riuscita a constatare, senza veli
ideologici e inesattezze, la dimensione del dramma da quando Sendero
Luminoso irruppe nella scena nazionale ad Ayacucho (1980),
spingendo i governi alla reazione che autorizzò le Forze armate e
la Polizia a rispondere, capovolgendo l'assetto sociale e portando
all'esasperazione della crisi.
Di fronte al rapporto della Cvr (più di
5500 pagine in otto volumi, oltre a edizioni riassuntive e
bilingui) affiorano alcune domande. Visto che il Perù viveva in
una situazione di normalità democratica, dov’era la
società civile peruviana? Come mai i partiti non capirono l’entità
della guerra e perché vi fu inattività da parte di tante
istituzioni laiche e religiose? Perché la resistenza alla guerra
lasciò lo spazio a una risposta incentrata nelle mani repressive?
Non può essere sottaciuto il fatto che la vita
degli strati poveri dei contadini — anziani, donne e giovani —
sia stata l’oggetto principale delle minacce e dei sospetti dei
violenti: uccisioni indiscriminate, attentati che non risparmiano
le città, desaparecidos, violazioni di donne, rappresaglie
e altri fatti crudeli; basti pensare alle pressioni contro interi
villaggi, i cui abitanti furono forzati a lasciare casa,
terra e famiglia per cercare rifugio altrove.
Vorrei riprendere alcune delle conclusioni,
anche se frammentarie. Durante i 180 anni di vita repubblicana non
c'è stata una tragedia protratta con tanti morti; né i golpes
né i conflitti limitrofi hanno avuto un saldo così oneroso per i
civili. La gravità degli atti lo conferma, visto che la maggior
parte delle vittime era innocente, essendo implicata nel conflitto
in quanto avversaria o residente nelle aree coinvolte, quindi
considerata "nemica" oppure complice del terrorismo.
Come pone l’accento la Cvr, bisogna
anche mettere sul tavolo l'argomento delle cause della violenza,
per non ritrovarsi dinanzi allo stesso problema in futuro. È
conveniente perciò valutare adeguatamente la miseria e la
mancanza di salute ed educazione, come pure l'abbandono delle
periferie urbane e aree rurali. Non si può parlare di povertà
senza fare accenno al tema della necessità dello sviluppo e del
ripristino di forme d’integrazione democratica. Inoltre, la
documentazione del rapporto è chiara: alla divisione tra ricchi e
poveri si aggiunge la "distanza etnica", che pone i
contadini indigeni ai margini della "cultura nazionale";
questo è confermato dall’abbinamento tra esclusione sociale
degli indios e intensità della violenza.
Da quando ci siamo lasciati alle spalle gli
anni della paura, sono in molti a chiedere di sanare le
ferite. Sull'argomento, la Cvr ha proposto misure concrete.
In primo luogo, propone la condanna morale dei responsabili e la
ripresa dei processi giudiziari contro istituzioni e leadership
violente. Secondo, s’impone un impegno da parte delle
autorità nel miglioramento delle condizioni di vita nelle aree
depresse, contro una visione discriminante della cittadinanza.
Altre contromisure urgenti da non sottovalutare
sono: facilitare l'elaborazione del lutto, promuovere il
ricongiungimento familiare (ho presente il caso di due fratelli,
divisi dai genitori per l’angoscia della fuga, e ritrovatisi
dopo quindici anni di separazione!), curare le malattie e i
disordini post-traumatici, causati dagli eccessi d'orrore che
affliggono soprattutto le donne e i bambini, costretti ad
assistere ai fatti brutali che faticosamente sono stati narrati.
Mi ricordo, per ultimo, la campagna dell’agosto
2004: "La memoria sana, la giustizia ripara!"
Un appello civile all’immaginario dei peruviani per non ripetere
gli errori e lasciarsi vincere dall'oblio e, al tempo stesso, una
via per affrontare la necessaria razionalizzazione dei fatti –
rispettando i diritti umani e civili – e infine per conquistare
una nazione plurale, con gli sforzi centrati nella lotta alla
povertà.