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Contributi teorici - Vedo, sento, parlo: Memorie della guerra interna peruviana.

 


Vedo, sento, parlo: Memorie della guerra interna peruviana.

Carlos Miguel SALAZAR ZAGAZETA

carlos.salazar@uniroma1.it 

Roma, aprile 2005

Il titolo tratteggia l’argomento della violenza in Perù, esplosa nel 1980 e placatasi vent’anni dopo.

Oggetto principale della violenza è stata la popolazione civile delle aree depresse del Paese. Le vittime del conflitto, per oltre metà, erano uomini fra i venti e i quarantanove anni: capi famiglia, commercianti, autorità, studenti e contadini, ma nemmeno anziani, donne e bambini furono risparmiati.

Soggetti di essa, invece, erano i gruppi militarizzati d’opposizione e le forze armate, come si spiega più avanti. L’origine di tale violenza è da ricercarsi nell’agire del funesto Sendero, che diede inizio alla guerra in nome del "popolo", organizzando attentati, provocando morte, distruzione e una reazione esclusivamente militare, durante un normale periodo di democrazia.

perdite umane originate dalla violenza (cvr, 2003)

69.280 morti

79% provenivano delle campagne

56% contadini

75% madrelingua quechua e altre lingue native

Questo periodo ha creato una frattura drammatica per l'insieme della società e, prima di tutto, per le regioni serranas di Ayacucho, Junín, Huancavelica e Apurímac: i departamentos più poveri dove si concentra la maggior parte della popolazione indigena.

La situazione di guerra – comparabile alla violenza sporca dell’Argentina o del Cile e, soprattutto, analoga a quella del Guatemala e meno a quella della Colombia – afflisse una fetta importante della popolazione che oggi richiede la nostra attenzione nella ricerca del rispetto dei diritti umani e nella ricostruzione della memoria e del tessuto sociale. Mi soffermo sulla memoria perché, avendo avuto la fortuna di lavorare sei mesi per una ricerca sull’educazione nella città di Cuzco, ho incontrato gente "semplice" e ho condiviso più da vicino le storie vissute dai contadini e dalle popolazioni direttamente coinvolte. Si tratta di persone segnate dalla guerra, individualmente, nel corpo e nella mente; allo stesso modo si sono lacerati i tessuti familiari e comunitari. Infatti, particolarmente difficile per i familiari è non avere le prove del destino delle persone scomparse e non aver potuto seppellire i morti. Tornato in Italia, ho sentito l’esigenza di riflettere sulle conseguenze di questa guerra che molti di noi peruviani allora considerammo una "fatalità".

Ciò mi permette d’introdurre alcune considerazioni sul rapporto della Comisión de la Verdad y Reconciliación (Cvr). Tale commissione è stata lanciata con l’obiettivo di far luce sugli eventi dei due decenni di violenza, rinunciando finalmente al silenzio che aveva caratterizzato quella fase. L’attuale presidente Toledo lasciò lavorare la Cvr nella raccolta autonoma di una quantità enorme d’informazioni, senza però dare seguito agl’investimenti dei fondi speciali, previsti per le aree più colpite. Va sottolineato che la Commissione indipendente, composta da autorevoli personalità civili, religiose e anche militari, ha redatto un voluminoso rapporto finale, reso pubblico nell’agosto di due anni fa (2003), che rappresenta un resoconto documentato e di denuncia. Così ci è stato permesso di conoscere, tramite voci qualificate, non solo ciò che è avvenuto in quegli anni nelle "zone di emergenza", ma le cause che hanno portato ai fatti violenti che hanno sorpreso il paese, offrendoci, infine, la possibilità di una rielaborazione critica della ricostruzione del passato recente.

I testimoni e i familiari delle vittime si sono presentati davanti alla Cvr quando hanno percepito sia la possibilità di raccontare ciò cui avevano assistito, sia la singolare serietà dimostrata nella raccolta d’informazioni riscontrata nelle procedure investigative – sono state effettuate più di 17.000 interviste - e del materiale delle associazioni che allora tutelavano con difficoltà i diritti umani. Nel rapporto, le narrazioni in spagnolo, quechua e altre lingue native hanno riguardato vicende che sembravano ormai dovessero rimanere impunite oppure oscurate dalla prepotenza di una società segnata dalle iniquità e dalla "distanza culturale". L’obiettivo del rapporto non è stato la richiesta di vendetta, bensì di conoscere la verità ed esigere un risarcimento morale, conferendo dignità alle vittime del conflitto: l’indispensabile rielaborazione della memoria per curare le ferite!

Sono stati evidenziati autoritarismi e oltraggi, oltre a occupazioni del territorio delle comunità, da parte dei gruppi armati e delle forze dell’ordine. L’abuso e l’arroganza si unirono alla distruzione materiale e al terrore. Questa dinamica operò senza fine né limiti, proiettando una guerra civile singolare, ma non unica, in America latina: gente comune sotto il fuoco delle armi. Di fronte al rapporto della Cvr, l'opinione cittadina è riuscita a constatare, senza veli ideologici e inesattezze, la dimensione del dramma da quando Sendero Luminoso irruppe nella scena nazionale ad Ayacucho (1980), spingendo i governi alla reazione che autorizzò le Forze armate e la Polizia a rispondere, capovolgendo l'assetto sociale e portando all'esasperazione della crisi.

Di fronte al rapporto della Cvr (più di 5500 pagine in otto volumi, oltre a edizioni riassuntive e bilingui) affiorano alcune domande. Visto che il Perù viveva in una situazione di normalità democratica, dov’era la società civile peruviana? Come mai i partiti non capirono l’entità della guerra e perché vi fu inattività da parte di tante istituzioni laiche e religiose? Perché la resistenza alla guerra lasciò lo spazio a una risposta incentrata nelle mani repressive?

Non può essere sottaciuto il fatto che la vita degli strati poveri dei contadini — anziani, donne e giovani — sia stata l’oggetto principale delle minacce e dei sospetti dei violenti: uccisioni indiscriminate, attentati che non risparmiano le città, desaparecidos, violazioni di donne, rappresaglie e altri fatti crudeli; basti pensare alle pressioni contro interi villaggi, i cui abitanti furono forzati a lasciare casa, terra e famiglia per cercare rifugio altrove.

Vorrei riprendere alcune delle conclusioni, anche se frammentarie. Durante i 180 anni di vita repubblicana non c'è stata una tragedia protratta con tanti morti; né i golpes né i conflitti limitrofi hanno avuto un saldo così oneroso per i civili. La gravità degli atti lo conferma, visto che la maggior parte delle vittime era innocente, essendo implicata nel conflitto in quanto avversaria o residente nelle aree coinvolte, quindi considerata "nemica" oppure complice del terrorismo.

Come pone l’accento la Cvr, bisogna anche mettere sul tavolo l'argomento delle cause della violenza, per non ritrovarsi dinanzi allo stesso problema in futuro. È conveniente perciò valutare adeguatamente la miseria e la mancanza di salute ed educazione, come pure l'abbandono delle periferie urbane e aree rurali. Non si può parlare di povertà senza fare accenno al tema della necessità dello sviluppo e del ripristino di forme d’integrazione democratica. Inoltre, la documentazione del rapporto è chiara: alla divisione tra ricchi e poveri si aggiunge la "distanza etnica", che pone i contadini indigeni ai margini della "cultura nazionale"; questo è confermato dall’abbinamento tra esclusione sociale degli indios e intensità della violenza.

Da quando ci siamo lasciati alle spalle gli anni della paura, sono in molti a chiedere di sanare le ferite. Sull'argomento, la Cvr ha proposto misure concrete. In primo luogo, propone la condanna morale dei responsabili e la ripresa dei processi giudiziari contro istituzioni e leadership violente. Secondo, s’impone un impegno da parte delle autorità nel miglioramento delle condizioni di vita nelle aree depresse, contro una visione discriminante della cittadinanza.

Altre contromisure urgenti da non sottovalutare sono: facilitare l'elaborazione del lutto, promuovere il ricongiungimento familiare (ho presente il caso di due fratelli, divisi dai genitori per l’angoscia della fuga, e ritrovatisi dopo quindici anni di separazione!), curare le malattie e i disordini post-traumatici, causati dagli eccessi d'orrore che affliggono soprattutto le donne e i bambini, costretti ad assistere ai fatti brutali che faticosamente sono stati narrati.

Mi ricordo, per ultimo, la campagna dell’agosto 2004: "La memoria sana, la giustizia ripara!" Un appello civile all’immaginario dei peruviani per non ripetere gli errori e lasciarsi vincere dall'oblio e, al tempo stesso, una via per affrontare la necessaria razionalizzazione dei fatti – rispettando i diritti umani e civili – e infine per conquistare una nazione plurale, con gli sforzi centrati nella lotta alla povertà.


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