Cade la prima bomba ed inizia la guerra. Ma
anche quando le armi tornano a tacere, la pace spesso tarda ad
arrivare. Perché un’armistizio o un trattato non bastano a
curare le ferite della guerra, ricucire le lacerazioni del tessuto
sociale, ricostruire le infrastrutture democratiche e restaurare
il rispetto dei diritti umani. E così la strada lungo il
purgatorio della pace è spesso lunga e accidentata ed in alcuni
casi riconduce all'inferno del conflitto.
«Costruire la pace – spiega William Knox –
coordinatore di un progetto di peacebuilding in Sri Lanka per le
"Nonviolent Peaceforces" (Np) – è un lavoro lento e
spesso frustrante. Perché non si può cancellare il trauma di
anni di guerra in pochi mesi. E il trauma peggiore è, per chi ha
subito una guerra, l’abitudine a limitarsi alla sopravvivenza, a
dimenticare i propri sogni. Una pace solida – continua Knox –
si basa invece sulla possibilità di immaginare un mondo diverso
da quello fatto di paura. E questo si ottiene quando le vittime
sono in grado di riconoscere la forza e il valore della propria
voce e della propria conoscenza nella costruzione di un futuro
migliore».
E come dimostrano le storie raccolte da La
Nuova ecologia" rafforzare queste paci fragili è possibile
dal Kosovo allo Sri Lanka passando per l’Eritrea. Attraverso un
lavoro di "peacebuilding" il cui protagonista rimane
comunque la popolazione vittima della guerra.
LA PERLA NEL FANGO
«Lungo molte strade cingalesi non si vede
altro che gusci di case distrutte e filo spinato, tanto filo
spinato. A volte le case ancora abitabili si alternano a kilometri
di rovine. Qua e la, fra i ruderi si riesce a riconoscere quella
che un tempo doveva essere una scuola o un mercato. Ma in alcuni
casi non rimane che il tracciato vuoto delle fondamenta». Questo
è lo scenario che si presenta sotto gli occhi di Angela Pinchero,
un’operatrice canadese delle "Np" mentre attraversa lo
Sri Lanka per recarsi a Batticaloa, nell’est dell’isola per
avviare un progetto di peacebuilding.
Anche nella "perla dell’oceano
indiano" la pace è appesa ad un filo e gli orrori del
ventennale conflitto indipendentista tra il movimento armato delle
Tigri Tamil (Ltte) e l’esercito nazionale restano vividi.
Così mentre la diplomazia svedese cerca
faticosamente di mantenere in piedi il cessate il fuoco approvato
ad Oslo nel 2002 le Np hanno deciso di costruire la pace sul
campo. Il progetto a cui aderisce l’Ong Italiana "Centro
studi pace difesa", prevede lo spiegamento di operatori di
pace di vari paesi (molti dei quali hanno vissuto una guerra sulla
propria pelle) in quelle zone in cui più acceso è il contatto e
il confronto tra le principali comunità (Tamil indù, cingalesi
buddisti e Mora musulmani). «Sebbene in questo momento non ci sia
guerra – racconta Angela Pinchero – non c’è neanche pace.
Sono in molti, qui a Batticaloa, ad affermare che la violenza tra
i gruppi è aumentata a partire dal cessate il fuoco. E sono
ancora tantissime le famiglie che non hanno accesso alla loro casa
ed ai loro mezzi di sussistenza a causa di dispute territoriali,
"problemi etnici o occupazioni coatte. Causate
alternativamente dall’esercito, dalla polizia o dal Ltte»
Proprio quello dei profughi e degli sfollati
resta uno degli ostacoli più gravi sulla strada della pace.
Durante conflitto 1,6 milioni di persone si sono viste costrette
ad abbandonare la propria casa e 300mila ancora non vi hanno fatto
ritorno. In questo senso la semplice presenza di testimoni
stranieri potrebbe mitigare la paura di tornare a casa e di subire
nuove violenze.
«La nostra presenza in Sri Lanka, come gruppo
che non ha nulla da perdere o da guadagnare dalla guerra –
spiega William Knox – vuole contribuire a creare un’atmosfera
in cui le persone possano esprimersi senza temere di essere
fraintesi. Esprimere solidarietà in modo concreto e aiutare a
superare le ferite della divisione etnica e religiosa».
IL GHETTO D’EUROPA
Ma il limbo che separa la guerra dalla pace si
vive anche vicino a noi, sull’altra sponda dell’adriatico:
«Dopo quello che gli Stati Uniti e la Nato chiamano
"intervento umanitario", e che invece è meglio definire
distruzione del paese, e dopo l'arrivo della comunità
internazionale in Kossovo, la regione è diventata il "buco
nero" dei diritti umani in Europa». Con queste parole Zoltan
Mihok denuncia il presente dell’ex regione serba a distanza di
cinque anni dalla guerra della Nato contro la Serbia di Slobodan
Milosevic, accusata di genocidio contro gli albanesi. Mihok è il
presidente di Youth of Jazas e forte della sua origine multietnica
(nato in Macedonia da mamma macedone e papà ungherese) ha deciso
di lavorare con i ragazzi di tutte le comunità presenti sul
territorio. La sua Ong è impegnata nella lotta all'aids,
nell'educazione sessuale e contro l'uso e gli abusi dell'alcool e
delle droghe, nella città di Mitrovica, città simbolo della
divisione interetnica in Kossovo. Un modo di lavorare esemplare in
una società in cui i problemi sanitari si mescolano alle
difficoltà della convivenza di diverse etnie.
«Ma proprio dove la presenza internazionale,
rappresentata dalla missione Unmik delle Nazioni Unite, dovrebbe
dare il maggior supporto alle popolazioni locali – lamenta Mihok
– chi lavora nel sociale non sente l’appoggio delle
istituzioni e della comunità internazionale. Anche se i mezzi d’informazione
negli ultimi tempi non si sono occupati del Kossovo – prosegue
Mihok - la situazione non è delle migliori». Infatti, alcuni
check-point dell’Unmik sono stati rimossi, ma le persone non
hanno libertà di movimento perché sono scoraggiate dai continui
omicidi, anche di bambini innocenti. Come è accaduto questa
estate quando alcuni ragazzini sono stati uccisi mentre giocavano
nel villaggio di Zahaq all’interno dell’enclave serba. E la
violenza riguarda tutte le enclaves: quelle serbe, albanesi e
bosniache. «Parlare di enclaves – dice Mihok - non spiega bene
l’isolamento in cui vivono i kossovari. Il Kossovo è invece il
nuovo ghetto d'Europa e la città di Mitrovica, è oggi la nuova
Berlino, divisa in due parti dalle sponde del fiume Ibar. La parte
sud è abitata dalla comunità albanese e la parte nord dalla
comunità serba».
Buco nero, ghetto, muro. Definizioni che
spiegano la realtà di un paese abbandonato troppo presto al suo
destino. E forse per questo a dicembre la Commissione europea ha
deciso di stanziare 16 milioni di euro per sostenere la missione
Unmik e l'Istituzione provvisoria di auto-governo, la Pisg,
nell'attuazione dei cosiddetti "Piani di lavoro
standard" e per implementare le strategie per il ritorno dei
profughi e la piena integrazione di tutte le comunità.
PACE SENZA DEMOCRAZIA
L'arcobaleno della pace non brilla neanche per
l'eritrea. Le nubi della guerra tornano a oscurare il più giovane
paese africano, già vittima di una trentennale guerra
d'indipendenza e di una guerra di confine con l'etiopia scoppiata
nel 1998 e congelata dalla pace di Algeri nel 2000.
Oltre a 40mila morti, 1,5 milioni di mine e 3
milioni di ordigni inesplosi, queste guerre hanno lasciato in
eredità all'eritrea la difficile transizione alla democrazia.
«Il governo autoproclamatosi nel 1993 - spiega Tesfay Mahari,
questo lo pseudonimo di un rifugiato Eritreo residente in Italia -
non ha mai avviato un processo di democratizzazione ed oggi è
ancora in carica, senza aver indetto libere elezioni e senza
approvare una costituzione. In questa situazione, la guerra con
l'Etiopia è stato un diversivo per veicolare il malcontento della
popolazione dovuto alla mancata autodeterminazione». Un diversivo
che si affianca alla repressione di ogni voce critica verso il
governo di Asmara. Come denuncia Amnesty Internetional, undici ex
membri del governo sono finiti in carcere nel 2001 per
l'atteggiamento riformista mentre centinaia di studenti sono stati
costretti alla leva forzata o a "programmi obbligatori di
lavoro studentesco. Nello stesso anno la stampa privata è stata
bandita e da allora dieci giornalisti sono imprigionati in luoghi
segreti.
«In queste condizioni - prosegue Tesfay - gli
aiuti umanitari che puntano solo sull'emergenza non risolveranno i
nostri problemi. Per costruire una pace duratura in Eritrea è
necessario creare gli strumenti per la democrazia, in primo luogo
un'istruzione diffusa. In questo modo possono essere gli eritrei
stessi a farsi protagonisti del loro futuro». Un compito non
semplice, sia per un sistema educativo ridotto a brandelli che per
gli organismi internazionali: dal 1998 ad oggi 300 Ong hanno
abbandonato il paese.
«Ciò non significa che non si possa
raggiungere la pace e la democrazia - conclude Tesfay. Anzi, il
modo in cui le piccole comunità, in Eritrea come in altri paesi
in via di sviluppo sono esempi perfetti di democrazia
partecipativa. Basterebbe che queste modalità partecipative
fossero adottate nella gestione dello stato». Un consiglio che
forse si potrebbe girare a quegli stati che le guerre le provocano
o le finanziano.