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Contributi teorici - Articolo marzo 2004

 

Giù le armi

di Sciuscià di Domenico e Francesco Loiacono
(pubblicato sul numero di marzo de La Nuova Ecologia)

Cade la prima bomba ed inizia la guerra. Ma anche quando le armi tornano a tacere, la pace spesso tarda ad arrivare. Perché un’armistizio o un trattato non bastano a curare le ferite della guerra, ricucire le lacerazioni del tessuto sociale, ricostruire le infrastrutture democratiche e restaurare il rispetto dei diritti umani. E così la strada lungo il purgatorio della pace è spesso lunga e accidentata ed in alcuni casi riconduce all'inferno del conflitto.

«Costruire la pace – spiega William Knox – coordinatore di un progetto di peacebuilding in Sri Lanka per le "Nonviolent Peaceforces" (Np) – è un lavoro lento e spesso frustrante. Perché non si può cancellare il trauma di anni di guerra in pochi mesi. E il trauma peggiore è, per chi ha subito una guerra, l’abitudine a limitarsi alla sopravvivenza, a dimenticare i propri sogni. Una pace solida – continua Knox – si basa invece sulla possibilità di immaginare un mondo diverso da quello fatto di paura. E questo si ottiene quando le vittime sono in grado di riconoscere la forza e il valore della propria voce e della propria conoscenza nella costruzione di un futuro migliore».

E come dimostrano le storie raccolte da La Nuova ecologia" rafforzare queste paci fragili è possibile dal Kosovo allo Sri Lanka passando per l’Eritrea. Attraverso un lavoro di "peacebuilding" il cui protagonista rimane comunque la popolazione vittima della guerra.

LA PERLA NEL FANGO

«Lungo molte strade cingalesi non si vede altro che gusci di case distrutte e filo spinato, tanto filo spinato. A volte le case ancora abitabili si alternano a kilometri di rovine. Qua e la, fra i ruderi si riesce a riconoscere quella che un tempo doveva essere una scuola o un mercato. Ma in alcuni casi non rimane che il tracciato vuoto delle fondamenta». Questo è lo scenario che si presenta sotto gli occhi di Angela Pinchero, un’operatrice canadese delle "Np" mentre attraversa lo Sri Lanka per recarsi a Batticaloa, nell’est dell’isola per avviare un progetto di peacebuilding.

Anche nella "perla dell’oceano indiano" la pace è appesa ad un filo e gli orrori del ventennale conflitto indipendentista tra il movimento armato delle Tigri Tamil (Ltte) e l’esercito nazionale restano vividi.

Così mentre la diplomazia svedese cerca faticosamente di mantenere in piedi il cessate il fuoco approvato ad Oslo nel 2002 le Np hanno deciso di costruire la pace sul campo. Il progetto a cui aderisce l’Ong Italiana "Centro studi pace difesa", prevede lo spiegamento di operatori di pace di vari paesi (molti dei quali hanno vissuto una guerra sulla propria pelle) in quelle zone in cui più acceso è il contatto e il confronto tra le principali comunità (Tamil indù, cingalesi buddisti e Mora musulmani). «Sebbene in questo momento non ci sia guerra – racconta Angela Pinchero – non c’è neanche pace. Sono in molti, qui a Batticaloa, ad affermare che la violenza tra i gruppi è aumentata a partire dal cessate il fuoco. E sono ancora tantissime le famiglie che non hanno accesso alla loro casa ed ai loro mezzi di sussistenza a causa di dispute territoriali, "problemi etnici o occupazioni coatte. Causate alternativamente dall’esercito, dalla polizia o dal Ltte»

Proprio quello dei profughi e degli sfollati resta uno degli ostacoli più gravi sulla strada della pace. Durante conflitto 1,6 milioni di persone si sono viste costrette ad abbandonare la propria casa e 300mila ancora non vi hanno fatto ritorno. In questo senso la semplice presenza di testimoni stranieri potrebbe mitigare la paura di tornare a casa e di subire nuove violenze.

«La nostra presenza in Sri Lanka, come gruppo che non ha nulla da perdere o da guadagnare dalla guerra – spiega William Knox – vuole contribuire a creare un’atmosfera in cui le persone possano esprimersi senza temere di essere fraintesi. Esprimere solidarietà in modo concreto e aiutare a superare le ferite della divisione etnica e religiosa».

IL GHETTO D’EUROPA

Ma il limbo che separa la guerra dalla pace si vive anche vicino a noi, sull’altra sponda dell’adriatico: «Dopo quello che gli Stati Uniti e la Nato chiamano "intervento umanitario", e che invece è meglio definire distruzione del paese, e dopo l'arrivo della comunità internazionale in Kossovo, la regione è diventata il "buco nero" dei diritti umani in Europa». Con queste parole Zoltan Mihok denuncia il presente dell’ex regione serba a distanza di cinque anni dalla guerra della Nato contro la Serbia di Slobodan Milosevic, accusata di genocidio contro gli albanesi. Mihok è il presidente di Youth of Jazas e forte della sua origine multietnica (nato in Macedonia da mamma macedone e papà ungherese) ha deciso di lavorare con i ragazzi di tutte le comunità presenti sul territorio. La sua Ong è impegnata nella lotta all'aids, nell'educazione sessuale e contro l'uso e gli abusi dell'alcool e delle droghe, nella città di Mitrovica, città simbolo della divisione interetnica in Kossovo. Un modo di lavorare esemplare in una società in cui i problemi sanitari si mescolano alle difficoltà della convivenza di diverse etnie.

«Ma proprio dove la presenza internazionale, rappresentata dalla missione Unmik delle Nazioni Unite, dovrebbe dare il maggior supporto alle popolazioni locali – lamenta Mihok – chi lavora nel sociale non sente l’appoggio delle istituzioni e della comunità internazionale. Anche se i mezzi d’informazione negli ultimi tempi non si sono occupati del Kossovo – prosegue Mihok - la situazione non è delle migliori». Infatti, alcuni check-point dell’Unmik sono stati rimossi, ma le persone non hanno libertà di movimento perché sono scoraggiate dai continui omicidi, anche di bambini innocenti. Come è accaduto questa estate quando alcuni ragazzini sono stati uccisi mentre giocavano nel villaggio di Zahaq all’interno dell’enclave serba. E la violenza riguarda tutte le enclaves: quelle serbe, albanesi e bosniache. «Parlare di enclaves – dice Mihok - non spiega bene l’isolamento in cui vivono i kossovari. Il Kossovo è invece il nuovo ghetto d'Europa e la città di Mitrovica, è oggi la nuova Berlino, divisa in due parti dalle sponde del fiume Ibar. La parte sud è abitata dalla comunità albanese e la parte nord dalla comunità serba».

Buco nero, ghetto, muro. Definizioni che spiegano la realtà di un paese abbandonato troppo presto al suo destino. E forse per questo a dicembre la Commissione europea ha deciso di stanziare 16 milioni di euro per sostenere la missione Unmik e l'Istituzione provvisoria di auto-governo, la Pisg, nell'attuazione dei cosiddetti "Piani di lavoro standard" e per implementare le strategie per il ritorno dei profughi e la piena integrazione di tutte le comunità.

PACE SENZA DEMOCRAZIA

L'arcobaleno della pace non brilla neanche per l'eritrea. Le nubi della guerra tornano a oscurare il più giovane paese africano, già vittima di una trentennale guerra d'indipendenza e di una guerra di confine con l'etiopia scoppiata nel 1998 e congelata dalla pace di Algeri nel 2000.

Oltre a 40mila morti, 1,5 milioni di mine e 3 milioni di ordigni inesplosi, queste guerre hanno lasciato in eredità all'eritrea la difficile transizione alla democrazia. «Il governo autoproclamatosi nel 1993 - spiega Tesfay Mahari, questo lo pseudonimo di un rifugiato Eritreo residente in Italia - non ha mai avviato un processo di democratizzazione ed oggi è ancora in carica, senza aver indetto libere elezioni e senza approvare una costituzione. In questa situazione, la guerra con l'Etiopia è stato un diversivo per veicolare il malcontento della popolazione dovuto alla mancata autodeterminazione». Un diversivo che si affianca alla repressione di ogni voce critica verso il governo di Asmara. Come denuncia Amnesty Internetional, undici ex membri del governo sono finiti in carcere nel 2001 per l'atteggiamento riformista mentre centinaia di studenti sono stati costretti alla leva forzata o a "programmi obbligatori di lavoro studentesco. Nello stesso anno la stampa privata è stata bandita e da allora dieci giornalisti sono imprigionati in luoghi segreti.

«In queste condizioni - prosegue Tesfay - gli aiuti umanitari che puntano solo sull'emergenza non risolveranno i nostri problemi. Per costruire una pace duratura in Eritrea è necessario creare gli strumenti per la democrazia, in primo luogo un'istruzione diffusa. In questo modo possono essere gli eritrei stessi a farsi protagonisti del loro futuro». Un compito non semplice, sia per un sistema educativo ridotto a brandelli che per gli organismi internazionali: dal 1998 ad oggi 300 Ong hanno abbandonato il paese.

«Ciò non significa che non si possa raggiungere la pace e la democrazia - conclude Tesfay. Anzi, il modo in cui le piccole comunità, in Eritrea come in altri paesi in via di sviluppo sono esempi perfetti di democrazia partecipativa. Basterebbe che queste modalità partecipative fossero adottate nella gestione dello stato». Un consiglio che forse si potrebbe girare a quegli stati che le guerre le provocano o le finanziano.

 

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