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Report maggio 2006


Il convitato di pietra
L'orizzonte della "bizonalità" e la controversia cipriotamappa satellitare di cipro

di Giammarco Pisa


Il "convitato di pietra", ovvero il grande assente dal dibattito elettorale, che pure, alla vigilia delle elezioni parlamentari nel territorio della Repubblica di Cipro, ha infiammato le discussioni, movendosi lungo le diverse tracce dell'economia e della politica ed orientandosi alle viste delle future scadenze che impegneranno il Paese, in primo luogo l'ingresso nell'UME, programmato per il 2008, e, quindi, il "cambio della guardia" al vertice istituzionale, con le elezioni presidenziali che si terranno lo stesso anno e che potrebbero dettare una nuova tabella di marcia all'agenda negoziale, ha, da queste parti, un nome e un cognome.

Il convitato di pietra è una figura storica: figura letteraria, certo, non meno che politica, esso racchiude in sé il senso di una sfida tragica ed una scommessa sul destino che DonGiovanni - nell'omonimo dramma di Tirso de Molina, ripreso poi anche dal Da Ponte, che ne redasse una riduzione letteraria sulla quale Mozart avrebbe steso il manto di una musica intensa e raffinata - lancia alla statua del Commendatore, che lui stesso aveva ucciso in un duello d'amore e che non attende altro che l'occasione di poter vendicare la figlia.

Occasione che, puntualmente, gli si presenta la sera stessa : "di rider finirai pria dell'aurora", l'aveva ammonito, salvo presentarsi durante il banchetto del seduttore, indurlo ad accettare il "suo" invito a cena e quindi trascinarlo con sé nelle fiamme degli inferi, che, implacabili, lo inghiottono. 

La sensazione che si avverte, all'indomani dell'appuntamento elettorale, è in qualche modo analoga: da più parti sento ripetere che la situazione qui è esplosiva, che la figura che meglio rappresenta l'empasse diplomatica di questa fase è quella di un sole, arancione come il colore nazionale cipriota, fiammeggiante e pericoloso, pronto ad esplodere da un momento all'altro, come se si fosse sulle soglie di un baratro o come se ogni passo falso fosse capace di scoperchiare un vaso di Pandora, dal quale sono pronte ad eruttare follie ed ostilità, rancori malcelati e rivendicazioni contrapposte. 

Forse, da parte della classe politica locale, queste reticenze vogliono solo significare una "attenzione" ad evitare di stringere la mano, facendo la fatidica promessa che non potrà essere mantenuta, al convitato di pietra di una soluzione diplomatica che non è per nulla dietro l'angolo; o forse solo il tentativo di relegarlo, quell'ingombrante convitato, ai margini del banchetto, in quel limbo che hanno denominato "tavoli tecnici" in cui gruppi bi-comunitari di esperti (cioè rappresentanze tecniche miste, appartenenti sia alla comunità greco-cipriota sia a quella turco-cipriota) si incontrano per discutere quali passi avanti muovere in ordine alla risoluzione di problemi di natura tecnica, dalle questioni sanitarie alla logistica delle infrastrutture, esplorando, al tempo stesso, la possibilità di ripristinare un clima di fiducia e un'atmosfera di condivisione sulle tematiche chiave, sebbene non ancora politiche, della riconciliazione.

E' chiaro che, tuttavia, questa soluzione rappresenta solo un presupposto: un Leporello che può ben occupare la scena finale con le sue trovate, anche originali e bizzarre, ma che è destinato presto a lasciarla al ben più ingombrante ospite, marmoreo e imponente.

Il convitato di pietra, qui a Cipro, ha un nome strano: si chiama "bizonalità". Rappresenta, nello stesso tempo, la sottile linea d'ombra del gioco diplomatico tra le due parti e l'unico spazio di movimento consentito dalle reciproche rivendicazioni poste sul tavolo negoziale: questo perché porta tutti interi i segni della sua storia, le eredità prodotte dai primi colloqui negoziali - avviati già, da Clerides e Denktash, nel 1975, all'indomani dell'operazione militare turca del 1974 che portò alla divisione dell'isola - le motivazioni dettate dal realismo politico che non può sacrificare sull'altare dei principi astratti la configurazione della realtà quale essa si è venuta determinando nel corso degli ultimi trenta anni e l'ordine formale del rispetto del diritto, che, ad esempio, non considera soggetto internazionale la auto-proclamatasi "TRNC" che, dal 1983, ha dato forma di Stato alla rivendicazione separatista di ampi segmenti della comunità turco-cipriota, alimentando, anche per reazione, un crescente nazionalismo presso segmenti, altrettanto consistenti, della comunità greco-cipriota.

Se il punto di partenza è quello di distinguere le persone dai problemi, come insegna la norma della mediazione costruttiva, ma anche, più semplicemente, un elementare principio di umanità, allora è bene evitare di confondere il sistema di relazioni che si sviluppa all'interno della società civile, con la logica di potere che tipicamente caratterizza, viceversa, certo establishment: ovvero, da una parte, evitare di confondere la comunità greco-cipriota con il nazionalismo che trasuda da molte dichiarazioni delle sue rappresentanze politiche ed elite dirigenti; e, dall'altra parte, non commettere l'errore uguale e contrario, di confondere le legittime aspirazioni della comunità turco-cipriota, peraltro già martoriata da isolamento ed embargo, con la "ragione di stato" di un apparato burocratico che si regge sulla punta delle armi di un esercito di occupazione.

Il problema è che spesso, anche a causa di un iper-protagonismo della società politica e di una relativa inerzia della società civile, i due piani vengono a confondersi, esattamente come nella figura del convitato di pietra, che alla fine, lui creatura oltreterrena, si presenta ad un mondanissimo banchetto per compiere la giustizia divina; tuttavia, qui, non c'è giustizia sempiterna che tenga, ma solo la volontà tutta politica di definire l'unico spazio di mediazione possibile, quello tra l'ambizione maggioritaria greco-cipriota di ricostruire uno stato unito ed unitario (eventualmente considerando la comunità turco-cipriota come minoranza, all'occorrenza, "privilegiata") e una pulsione, che è difficile dire quanto sia maggioritaria o minoritaria in questa fase, da parte della comunità turco-cipriota, di spingere il processo di auto-protezione fino al completamento della separazione istituzionale.

Due istanze eguali e contrarie, come si vede, che spingono nelle contrapposte soluzioni, la prima, della riconfigurazione unitaria, la seconda, dell'architettura confederale: due stati legittimi e sovrani, che delegano ad un'autorità centrale solo le funzioni minime della propria rappresentanza internazionale, come il seggio alle Nazioni Unite, esattamente, cioè, uno dei due motivi (escludendo la reticenza sulla questione del ritiro delle truppe di occupazione), per il quale il Piano Annan è fallito, l'altro essendo la sua debolezza nell'individuare una road map per la convergenza economica tra le comunità, per garantire la fruibilità bizonale.

Questo punto, prima ancora dell'alchimia istituzionale, è decisivo: come ha scritto recentemente il prof. Ozay Mehmet della EMU, "l'essenza della bi-zonalità non è nel vivere insieme come maggioranza-minoranza, ma nel vivere fianco a fianco come comunità co-costituenti e partners, in uno stato multi-etnico dentro l'UE". Il che significa, prima di tutto, rompere l'isolamento e definire una strategia di "convergenza" economica tra le parti.

E' l'unico modo per dare corso al progetto di una federazione bizonale e bicomunale. Smettendo l'abito della sfiducia e finalmente esorcizzando la paura per l'ingombrante convitato.


Gianmarco Pisa,
"Dialogues of Peace" Project in Cyprus