Intervista con Ala Ali, ricercatrice irachena, sulla Risoluzione ONU 1325

The Japanese contingent of UNMISS visits House of Hope orphanage in Juba. un.org

In occasione dell’evento “Iraq. La via non armata per contrastare Daesh” organizzato a Roma nel mese di marzo da Un Ponte per e dalla Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI) abbiamo incontrato Ala Ali, ricercatrice curdo-irachena, consulente per il United Nations Development Programme (UNDP) e specialista in analisi del conflitto e strategie di peacebuilding con particolare attenzione verso gli aspetti di genere.
Ad un anno dalla ratifica del National Active Plan (NAP) varato in Iraq nel 2014 abbiamo interrogato Ala Ali sugli effettivi sviluppi della Risoluzione 1325 su Donne, pace e sicurezza. In assoluto contrasto con quello che viene presentato dal governo iracheno come Piano Nazionale volto alla difesa sulle distinzioni di genere, Ala Ali presenta uno scenario di immobilismo politico su questo fronte.

Il piano nazionale iracheno è strutturato su alcuni pilastri, quali: partecipazione, protezione e prevenzione, promozione, sviluppo sociale ed economico, rafforzamento legislativo, mobilitazione delle risorse ed infine sul monitoraggio & valutazione. Con obiettivi specifici molto alti, attori sociali e politici rilevanti ed un budget alquanto elevato, il NAP iracheno sembra essere il fiore all’occhiello del lavoro finora svolto attorno alla Risoluzione 1325 su donne pace e sicurezza che prevede l’adozione in ogni paese di piani nazionali d’azione. Su carta. Secondo Ala Ali, infatti, ad oltre un anno dalla ratifica “Niente è stato fatto, è solo un foglio, un documento firmato ma non ci sono attori politici coinvolti e non è stato stanziato alcun fondo”. Il Ministero delle donne, promotore del Piano Nazionale è stato dissolto in una sola notte e adesso è guidato da un uomo proveniente dall’ambiente militare, probabilmente poco affine alle tematiche di integrazione e partecipazione rivolte alle donne irachene. Per quanto riguarda il budget che ad una prima lettura appare degno di nota Ala Ali afferma “sono solo numeri, una sorta di propaganda che permette al governo di apparire come sostenitore dei diritti delle donne ma nella realtà non è assolutamente così”. Secondo la ricercatrice indipendente e attivista pacifista Ala Ali, il documento che è stato ratificato appare così efficace perché è frutto degli sforzi e del lavoro dei movimenti delle donne che in Iraq sono molto forti ed afferma “abbiamo donne brillanti che lavorano per supportare la società civile ed i diritti di tutte le donne, il problema però rimane il governo”. Il NAP è frutto di un lavoro comune di più attori, comprese attiviste professioniste di fama mondiale, all’interno di esso però, il Governo iracheno gioca un ruolo decisivo svuotando di senso il piano proposto.

Nello scenario iracheno qualcosa si sta muovendo ma il cambiamento sembra essere molto lento anche a causa di una mancanza di collaborazione ed oggi, secondo Ala Ali è fondamentale incoraggiare gli altri attori sociali ad essere parte del cambiamento – “penso che il movimento d’insieme sia positivo, in una società coesistono micro e macro-livelli di partecipazione”.

Le organizzazioni non governative lavorano ad un micro livello e stanno lavorando in maniera veramente decisiva e le donne irachene stanno supportando il loro lavoro ma è necessario lavorare ad un livello Macro così come è necessario non lavorare isolati gli uni dagli altri per avere un impatto sociale reale. E’ necessario raggiungere le componenti più in alto del sistema lavorando anche a livello istituzionale”. Alain Le Roy, il Vice Ministro delle Nazioni Unite per le operazioni di pace ha definito la realizzazione politica di piattaforme per il sostegno del ruolo delle donne nel processo di pace ed i piani nazionali come “l’indice principale di successo della Risoluzione 1325”. Gli sviluppi dei piani nazionali però, almeno in Iraq, sembrano essere molto lenti, provenienti dalla società civile e poco correlati con le istituzioni che dovrebbero dirigerli.

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