Verso il Peacebuilding 2.0

Negli ultimi dieci anni, il settore del peacebuilding è cresciuto progressivamente in termini di impatto e influenza, espandendosi in settori chiave a esso connessi come lo sviluppo, la democrazia, la sicurezza alimentare, la salute e i diritti umani. Ciò nonostante, manca una coesione degli interventi che possa incrementarne l’efficacia nelle aree di conflitto in cui si opera.
Questa analisi emerge dal report Peacebuilding 2.0, pubblicato dall’Alliance for Peacebuilding, in collaborazione con il Joan B. Kroc Institute for Peace and Justice dell’Università di San Diego e con il supporto dello United States Institute of Peace (USIP).
Il report realizzato dal Peacebuilding Mapping Project Team si focalizza sullo stato attuale del settore del peacebuilding negli Stati Uniti, dimostrando la necessità di un nuovo approccio fortemente integrato e multidisciplinare per assicurare la prevenzione della violenza in aree di conflitto.Il Peacebuilding Mapping Project Team ha condotto due indagini separate su un totale di 119 ONG: la prima riguardante 44 organizzazioni statunitensi membri dell’Alliance for Peacebuilding che operano in questo settore; l’altra su 75 ONG che lavorano in campi strettamente connessi al peacebuilding. Dai risultati di queste due indagini e dall’analisi dei più recenti sviluppi in questo campo, risulta chiaro che l’attività di costruzione della pace si muove al di fuori del proprio ambito specifico  interagendo con settori affini, quali la prevenzione e trasformazione dei conflitti, i diritti umani, lo sviluppo della democrazia, la salute, la sicurezza, gli aiuti umanitari, l’empowerment delle donne e tutte quelle attività legate alla cambiamento sociale. Per questo motivo bisogna passare dal Peacebuilding 1.0, ovvero un insieme dinamico ma separato di programmi e progetti di peacebuilding in una vasta gamma di settori, al Peacebuilding 2.0.

Il Peacebuilding 2.0 implica una visione integrata del peacebuilding, riconosciuto come una più ampia community of practice e non la semplice somma di organizzazioni che operano in specifici settori. Per assicurare una pace durevole occorre infatti che i diversi interventi, dalla costruzione di una scuola alla negoziazione di un accordo di pace, interagiscano in maniera sistematica e coordinata. È necessario che tutti gli operatori adottino una lente, il conflict-sensitive approach, così da evitare che interventi apparentemente marginali rispetto alla risoluzione del conflitto, alterino le dinamiche del conflitto stesso, causando conseguenze negative imprevedibili.
La sfida del Peacebuilding 2.0 è quindi riuscire a coordinare e comunicare attraverso gli attuali settori del peacebuilding che operano in aree di conflitto, nonché capire come un più ampio campo di intervento multidisciplinare e integrato sia in grado di operare al di là della somma delle sue singole parti.

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